Recensione The Wrestler

Sul ring della vita

Randy “The Ram” Robinson, l’ex leggenda del wrestling, ha ormai perso tutto: non ha una casa e vive in una roulotte solo quando ha i soldi per pagare l’affitto; non ha un lavoro e racimola occasionalmente denaro in un centro carni; non ha soprattutto una famiglia e gestisce dei rapporti disastrati con una figlia, in rotta di collisione con lui a causa delle sue stravaganze, e con una spogliarellista, che è dubbiosa se fidarsi o meno del wrestler. L’unica realtà che Randy conosce e che non ha mai abbandonato è quella del ring, al di fuori della quale la sua vita proprio non funziona. Ma colto da un infarto dopo l’ennesimo combattimento, sarà ad un bivio esistenziale in cui dovrà scegliere se cambiare il suo destino o farsi richiamare dal successo. Il regista Darren Aronofsky, dopo l’incerta prova del fantasy metafisico L’albero della vita, presentato nel 2006 a Venezia, qui torna con un film dalla forte carica adrenalinica e scrive per Mickey Rourke una sorta di classica apologia dello sconfitto, cucendo addosso al suo fisico appesantito di ex sex symbol l’immagine del looser per eccellenza e ottenendo questa volta meritatamente il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema. Aronofsky, da sempre amante delle storie border line, con The Wrestler sembra andare in cerca di una cifra stilistica nuova, lontana dagli sperimentalismi precedenti, concretizzata dall’uso di una macchina da presa mobile, quasi sempre a mano, che si incolla letteralmente al personaggio e lo segue in tutti i suoi spostamenti attraverso un empatico carrello da dietro, che ricorda molto quelli usati da Gus Van Sant in Elephant. I dialoghi inoltre sono di un tono iperrealistico da far invidia a Tarantino, il quale di certo avrebbe voluto scrivere di proprio pugno le battute sul “cambiamento omosessuale” del rock dovuto a Kurt Cobain e quelle riguardanti il film The Passion di Mel Gibson.

Per non parlare di Mickey Rourke, che per entrare in questo ruolo ha fatto sicuramente ricorso al proprio passato, a quella sua vita privata ed artistica maciullata come la carne di “The Ram”. Tolti i guantoni da boxeur, Mickey indossa una tutina verde fluorescente per salire di nuovo sul quadrato a combattere contro i suoi demoni. Muscoli gonfiati, abbronzatura da lampada vistosa, capelli lunghi biondo platino e il volto tumefatto. La sua interpretazione è così autentica e profonda che ci ricorda quella di De Niro in Toro scatenato, tutte e due imparentate dalla volontà di non risparmiare nulla di sé per concedersi interamente allo spettatore. Ad essa fanno da eco quelle delle attrici femminili che lo affiancano, una Marisa Tomei difficile da dimenticare, qui nella sua prova attoriale più matura, ed Evan Rachel Wood, che dimostra di non essere più un attrice emergente. Sommando tutti questi elementi, se The Wrestler non è un capolavoro poco ci manca e ci dispiace che un grande attore tornato per vincere, ottenga alla fine, come il suo personaggio, solo gli incitamenti e gli applausi del pubblico senza il trofeo che gli spettava. L’Oscar sarebbe stata la sua consacrazione definitiva per una prova che difficilmente potrà ripetere in futuro, ma in fondo a tutti noi basta osservarlo là in alto nelle corde del ring, in quello che forse è il suo ultimo salto, l’ultima ram jam, dove ci si perde nel proprio dolore e nella propria gioia perché non si ha altra scelta, fino a scomparire nel nero, nel suono intimo e lacerante della ballata malinconica di Bruce Springsteen scritta appositamente per il film.

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