Recensione La grande bellezza

la-grande-bellezza_thumbSorrentino riporta il cinema italiano al livello che gli compete.

“Quando, da giovane, mi chiedevano: cosa c’è di più bello nella vita? E tutti rispondevano: “la fessa!”, io solo rispondevo: “l’odore delle case dei vecchi”. Ero condannato alla sensibilità.”

Inizia così “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, film presentato al festival di Cannes 2013 dove però, tristemente, non ha ricevuto alcun premio. Tristemente, perché la bellezza di quest’opera è fuori discussione, e non lo dico giocosamente per ripiegarmi sul titolo, lo dico perché si tratta di uno di quei film in cui ogni minimo fotogramma, ogni passo di attore, ogni maledetta traccia musicale ti si insinua da qualche parte dentro e si ancora a te, si aggrappa a qualcosa che non sapevi nemmeno esistesse e rimane lì a prenderti a schiaffi, ti scuote, ma delicatamente, come fanno tutte le opere d’arte.

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Il protagonista, Jap Gambardella, interpretato da un mostruoso Toni Servillo, è un vecchio scrittore che si trova il passo dopo il crocevia della sua esistenza, il momento preciso in cui la maturità si mostra con quel suo volto di smorfia e disgusto, ti dice che sta finendo, e se sta finendo allora vuol dire che è già finita. Non c’è più tempo, o almeno non si può sprecare: “La più sorprendente scoperta che ho fatto subito dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare.”

Tutto quanto lo aveva rapito da giovane, la mondanità, le donne, la fama, diventano biglietti forati, luoghi e persone con cui ha buttato la sua età. Quello che aveva desiderato (“Non volevo essere semplicemente un mondano, volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo partecipare alla feste, io volevo avere il potere di farle fallire.”) lo aveva raggiunto e, nel raggiungerlo, la sua vita si era fusa inevitabilmente a quel fragore di vanità, a quel chiacchiericcio assordante. Perché si era fermato? Il primo romanzo era stato un successo, e non uno di quei successi commerciali ma uno di quelli che traina lo spettatore in un’enfasi emotiva ed empatica. Del primo romanzo si parlerà per tutto il film, tutti gli chiederanno di continuo perché non ne ha scritto un altro, e la risposta arriverà anche se si farà attendere: stava cercando la grande bellezza. La stava aspettando, dietro l’angolo, tra le strade di Roma, nella corsa di bambini giocosi nel chiostro di un convento, nelle opere d’arte diffuse che diventano stanchezza, appesantite dal bianco pallore della ripetizione. Dov’era andata la bellezza?

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Splendido il confronto con quel mondo dell’arte (scritto appositamente con la minuscola) fatto di snob, filistei della cultura, gente che mente a se stessa per sopperire alla vacuità di senso. Non a caso, uno dei momenti più alti del film (sempre se si può fare distinzione perché, mi ripeto, ogni momento è alto in questo film) è quello in cui Jap mortifica un’amica che si era erta su un piedistallo di moralismi puntando il dito contro il vivere spassionato ed errabondo degli altri. La mortificazione però non era voluta, chiamato a dire la verità, Jap lo farà con un tono amichevole, nella sincerità di chi vuole svelarti la tua malafede ma contemporaneamente la riconosce in se stesso. Riconosce i tuoi peccati, ti dice che sono stati anche i suoi. Si parla di collettivismo, marxismo, spunta improvviso un concetto di scrittura impegnata (Sartre sarebbe saltato dalla sedia nel bel mezzo del film), eppure in verità non si sta denigrando questo, quello che si vuole fare probabilmente è mostrare come gli uomini interpretino costantemente dei ruoli, si cuciano addosso un aspetto gratificante, per dire a se stessi, dicendolo agli altri, che la loro vita non è priva di significato, che loro stanno facendo qualcosa.

Alla fine la risposta arriva, stimolata da un parlare di santità, una donna che ha “fatto” veramente qualcosa, che ha preso la sua vita e l’ha donata al servizio, al sacrificio, all’aiuto dei poveri, degli ultimi; una donna brutta, assai brutta, forse proprio a generare l’idea che qualche bellezza lo è. Questa donna santa e miracolosa (splendida la scena del terrazzo, del soffio che fa volare via gli uccelli) che non può raccontare la sua vita, che non concede un’intervista perché la povertà non si può dire, si può solo fare, gli chiederà per l’ennesima volta perché non ha scritto un altro romanzo, e a quella risposta “cercavo la grande bellezza” (senza trovarla) risponderà chiedendogli se ha capito perché lei mangia sempre radici (a ogni pasto), e gli dirà che le radici sono importanti. Questo lo spunto per capire il ritorno a casa di Jap, il ritorno alla sua isola, al suo mare che fino ad allora si era dovuto accontentare di vedere/immaginare sul soffitto del suo appartamento, il ritorno a una giovinezza strappatagli da dosso insieme a quella ragazzina, l’unica mai amata davvero, che lo aveva lasciato anni fa per costruirsi una vita quotidiana, normale, per trent’anni accanto a un uomo di cui ha fatto poi il suo compagno, un uomo in cui non ha mai visto l’amore.

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Proprio la morte di lei sarà lo stimolo per scrivere un nuovo romanzo, ma non solo la sua. La morte è una delle grandi protagoniste-non-protagoniste di questo film: muoiono tre persone, c’è un funerale: la scena in cui Servillo descrive il cerimoniale sociale del funerale è tra le più vere, cattive, mai viste; prende le mani e le getta a casaccio dentro gli uomini, tira fuori tutto, erba buona e cattiva. La morte, che alla fine Jap scaccia via, accantonandola, perché non vuole interessarsi dell’altrove (tenue la ricerca dello spirituale, incontra muri di cardinali frivoli che sanno solo blaterare di ricette da cucina), è proprio la morte a parlargli della vita. Tutto sfugge, da un momento all’altro persone più giovani, persone della tua età, persone a te care, semisconosciuti, ti muoiono accanto, ma la loro morte tu non la puoi capire, la morte non la puoi capire perché la capiscono solo i morti, i vivi non capiscono la morte, devono capire la vita.

E la Vita non poteva essere riportata con frase più vera di quella finale: “È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura… Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile.” Eccola lì la grande bellezza ricercata: un miscuglio di tutti gli affari del mondo, di tutte le beghe che affannano il cuore umano, frammenti impazziti di niente tra i quali ogni tanto luccica qualcosa… e allora non gli resta che scriverlo quel romanzo, perché se la vita è inganno, se ogni cosa può capovolgersi, se tutto non ha senso, allora ha senso tutto, ogni piccolo squarcio acquista importanza decisiva. Il niente è tutto. Il tutto è niente. Il romanzato e la vita sono uguali, entrambi fatti di illusioni e disfatte del sogno, di falsari di idee e mentecatti che giocano al quotidiano. Torna alla mente la scena della giraffa che l’illusionista fa sparire. Quando Jap gli chiede se può far sparire anche lui, l’uomo risponde che se avesse potuto farlo avrebbe fatto sparire se stesso. Alla fine a che pro sparire se la vita tutta è illusione e sparizione dell’umano intervallata da quegli “sparuti incostanti sprazzi di bellezza”.

Il neorealismo echeggia in questo film. Sicuramente ispirato da Fellini, Sorrentino riporta il cinema italiano al livello che gli compete, nella capacità tutta “nostra” di parlare della vita all’interno della vita, non dimenticando quella prospettiva di trascendenza e spiritualità che fa spiccare un salto, fare una giravolta, e tornare sull’uomo.

Commento finale

Sicuramente La Grande Bellezza è un film ambizioso, che vuole riportare la Vita, quella dell’apparenza e quella dell’essere, entrambe mischiate, capovolte, che si svelano e coprono a vicenda. Ci riesce, dannazione se ci riesce!

Voto Globale 90

Il film è disponibile al cinema dal 21 Maggio 2013.

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