We Happy Few – hands on

Joy(a) di vivere.

Sono le 23. Sto saccheggiando una vecchia casa, cercando di evitare chi ha fatto suo questo posto. Faccio scorta di nastro adesivo, metallo (necessario per creare i grimaldelli, indispensabili in questa realtà distopica). Un rapido giro in cucina per recuperare qualche provvista (marcia) e delle pillole contro l’avvelenamento da cibo. Esco e faccio un salto alla pompa d’acqua per riempire le 6 borracce che ho faticosamente raccolto nel corso della mia scampagnata. Ora sono pronto: vado a dormire, la sveglia è fissata all’alba. Domani tornerò a Wellington Wells, sperando di evitare di prendere le botte dai Bobby. D’altronde We Happy Few è questo: violenza, droga e sopravvivenza.

Quando Compulsion Games annunciò al mondo di essere al lavoro su un titolo di travestiti e droghe, con conseguente tossicodipendenza, nessuno poteva immaginare che si sarebbe trattato di un survival. Invece, zitti zitti, in poco meno di un anno ci ritroviamo a tessere le lodi di quello che è sicuramente un prodotto ancora scarno, ma che mette subito in mostra le grandi potenzialità di cui è dotato. We Happy Few è infatti disponibile esclusivamente in Early Access su Steam e Game Preview su Xbox One, ma ha già cominciato a far parlare tanto di sè.

Una volta preso confidenza con il sistema di controllo ed aver appreso quali sono i nostri indicatori vitali (salute, sonnolenza, cibo e sete) si inizia a giocare. Prima è necessario capire di cosa abbiamo bisogno e, solamente dopo metterci in azione per trovarlo. L’esperienza, come in ogni survival, insegna. E allora iniziamo a bere acqua purificata, per poi trovare dei recipienti e fare rifornimento. Il cibo è un problema, trovarne di fresco è praticamente impossibile. E allora dobbiamo iniziare a sperare di scovare anche il nascondiglio delle pillole per l’intossicazione. Porte chiuse? Nessun problema: il grimaldello ci aiuterà a varcare ogni porta, ma ci servirà anche un bastone per tenere lontano qualche curiosone oppure colpire qualche ficcanaso. Il nostro peregrinare si scontra però con la resistenza fisica del nostro alter ego, introducendo l’altra variabile della pianificazione nel consumo delle nostre risorse sia fisiche che materiali. C’è poi l’altro elemento non trascurabile del crafting, che ci permetterà di creare composti dai “chimici”, passando per garze e strumenti per sopravvivere e (nel peggiore dei casi) uccidere. Completano il quadro l’attenzione alle malattie (mortali) e le ferite. Insomma, là fuori è una vera propria sfida.

We Happy Few però già in questa prima fase, non  è solo survival. Già adesso l’esplorazione svolge un ruolo essenziale e lo sarà ancora di più una volta che il titolo sarà pronto per il grande pubblico. Alle fasi esplorative sono collegate una serie di quest, divise sin d’ora in principali e secondarie, senza che però quelle principali spoilerino in alcun modo quella che sarà la campagna del gioco finale. La natura del gioco è insomma più vicina a State of Decay che DayZ: c’è una grande libertà che viene data al giocatore sulle scelte da compiere (come assumere oppure no il Joy e così via), ma è necessario non perdere il focus. E così in poco tempo abbiamo anche una storyline, che seppur non narrata normalmente tramite l’utilizzo di cutscene che spezzano brutalmente il ritmo di gioco è in grado di tenere fisso il videogiocatore con il pad in mano. Cercare una particolare chiave, risolvere un indovinello, aprire un forziere: sono tutte azioni che è necessarios svolgere prestando attenzione all’ambiente circostante, comprendendo i bisogni di un determinato NPC. In questi casi We Happy Few svolge il suo lavoro alla perfezione, riuscendo a rivelarsi perfetto sotto ogni punto di vista, dal game design alla scrittura delle quest.

Ovviamente non è tutto perfetto. We Happy Few è ancora un prodotto acerbo, che offre ai giocatori il 40% di quello che sarà il titolo completo una volta che uscirà nel 2017. Sappiamo che sarà possibile utilizzare fino a 3 personaggi diversi e ci sarà una storylyne decisamente più corposta eppure, al di là di queste meccaniche base e sorvolando su qualche calo di frame rate e qualche (raro) crash, l’esperienza di gioco riesce ad essere comunque soddisfacente. Ora è tutto nelle mani di Compulsion Games e siamo sicuri che farà un ottimo lavoro.

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