Doom Trilogy – recensione di una serie senza tempo

Articolo di · 13 Agosto 2019 ·

Doom, Doom e ancora Doom

La storia dei videogiochi è veramente particolare, alcuni sono destinati all’oblio, mentre altri non scompariranno mai dalle nostre menti, invitandoci a giocarli milioni di volte. Proprio questo è il caso della serie di Doom, nata su MS-DOS nel lontano dicembre del 93, dalle brillanti menti di John Carmack, Dave Taylor e John Romero.

La Doom Trilogy ci permette di riprovare con un po’ di nostalgia le diverse iterazioni dell’epico sparatutto di id Software.

In questa recensione a quattro mani, il sottoscritto si occuperà dei due primi titoli della serie, mentre Riccardo, Caporedattore della testata vi narrerà il terzo capitolo nel dettaglio.

Doom for Dummies

Molti di voi avranno sicuramente provato Doom, anche se pensiamo sia opportuno fare un rapido riepilogo degli episodi. Ed è proprio con questo scopo che nasce la Doom Trilogy.

Il giocatore durante i tre titoli vestirà i panni di un marine spaziale di nome Flynn Taggart, noto però con il termine anglofono Doomguy. Si tratta di un militare trasferito in quanto non ha rispettato l’ordine di un superiore che prevedeva l’uccisione di civili disarmati.

Per questo motivo venne costretto a collaborare con la Union Aerospace Corporation e successivamente inviato per scoprire su alcuni misteriosi eventi accaduti durante degli esperimenti militari sulle due lune di Marte: Fobos e Deimos. Qui infatti sono apparse orde interminabili di mostri infernali, mentre il personale di bordo è stato trasformato in zombie.

Una volta arrivati su Fobos il compito del nostro Flynn sarebbe quello di mantenere le comunicazioni con il Pianeta Rosso, ma dopo il silenzio radio dei compagni entrati nella struttura, anche lui si avventura nell’edificio.

Il primo titolo di questa nostalgica trilogia, è suddiviso in tre episodi, ciascuno contenente otto livelli ordinari ed uno segreto:

  • Knee-Deep in the Dead;
  • Shores of Hell;
  • Inferno.

Durante questi tre episodi affronteremo i Baroni dell’Inferno, demoni cibernetici e molto altro. Questa Doom Trilogy ha delle sorprese ancora in serbo per il Doomguy e per tutti i neofiti che si avventureranno in questo viaggio infernale.

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Doom II: Hell on Earth for Dummies

Il titolo uscito nel ’94, ci porta a rivivere gli eventi successivi al primo capitolo, portando il nostro Doomguy nuovamente sulla Terra.

Per completare il gioco e distruggere tutte le temibili forze infernali dovrete attraversare ben 30 livelli, in cui il nostro eroe scoprirà che i sopravvissuti del pianeta Terra sono prigionieri e l’unico modo per scappare è l’utilizzo di un porto spaziale.

Purtroppo anche i demoni sono a conoscenza di questa possibilità, ecco perché hanno creato intorno al porto spaziale un campo protettivo di fuoco, impedendo l’atterraggio dei soccorsi.

Ecco quindi che torna in azione il nostro Doomguy, che distruggendo la resistenza demoniaca riesce a salvare gli umani, anche attraverso la difficile eliminazione del “demone più grande mai esistito“.

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Gameplay

La Doom Trilogy non è uno dei soliti remake che siamo abituati a vedere, infatti Bethesda ha voluto dare la possibilità ai fan di giocare nuovamente alla serie First Person Shooter più amata di sempre.

Infatti non sono state apportate migliorie o aggiornamenti, i giochi sono stati pubblicati così com’erano più di 20 anni fa. Quindi, essendo questi due titoli particolarmente datati non possiamo di certo parlare di comparto tecnico o sonoro, certo è il fatto che un gameplay così old-style potrebbe far storcere il naso ai neofiti della serie.

Questa affermazione però non rende i due giochi indegni di essere provati, bisogna sempre ricordare che parliamo della storia dei videogame, e gli amici di Bethesda ci danno ancora una volta la possibilità di riviverla.

Non pensate di trovarvi di fronte a due titoli facili, solo perché siete dei cecchini infallibili sui titoli odierni, anzi proverete con piacere che oltre alla difficoltà sarete di fronte a due titoli intensi e sicuramente divertenti.

Ritorno su Marte, atto terzo

Come ricordato da Andrea, Doom rimane un gioco fantastico, anche dopo più di un quarto di secolo dal suo lancio iniziale, o perlomeno nel caso dei primi due capitoli di questa Doom Trilogy.

Doom 3, invece, è un gioco molto diverso e richiede un esame più minuzioso. Pubblicato un intero decennio dopo Doom II, il terzo capitolo della serie è una sorta di reboot dell’originale. Come di consueto, indossiamo i panni di un Marine senza nome che è stato inviato su Marte come supporto al servizio di sicurezza per proteggere la ricerca militare sui portali. Qualcosa va storto e si apre un portale per l’inferno, che porterà demoni e soldati posseduti in giro per la base costruita sul Pianeta Rosso.

Nonostante entrambi i giochi abbiano la stessa trama, Doom 3 è significativamente diverso dal primo Doom: non solo in termini di ovvio aggiornamento grafico, ma nel modo in cui il gioco sembra essere stato pensato e impostato. Considerando che Doom e Doom II sono giochi veloci in cui la mira può essere relativamente allentata e la carneficina è l’essenza stesso dei due giochi, Doom 3 è un’esperienza molto più lenta e più atmosferica in cui verremo ricompensati per un sapiente utilizzo di munizioni e per la precisione dei colpi (specialmente quelli alla testa) sotto pressione.

I nemici tendono ad essere più combattivi e precisi con i loro attacchi che nei giochi precedenti. Per tale motivi. dovremo essere più attenti e consapevoli della nostra salute e delle munizioni qui rispetto ai primi due Doom. I nemici hanno anche una fastidiosa tendenza a saltar fuori praticamente dal nulla – magari mentre raccogliamo armi e munizioni, per esempio – tenendoci costantemente in ansia e sul “ci va la”. Alcuni irriducibili di Doom sono stati piuttosto critici nei confronti del feeling offerto dal gioco quando è stato lanciato inizialmente, ed è facile capire perché: questa è un’avventura atmosferica e spaventosa a sé stante, ma non sembra davvero un gioco dell’iconica serie. Ciò non significa necessariamente che sia migliore o peggiore, sia chiaro: semplicemente è qualcosa di diverso.

I segni dell’età si vedono!

Come un gioco poligonale della metà degli anni Novanta, il terzo capitolo di questa Doom Trilogy inizia a mostrare i segni dell’età in alcune aree. I modelli dei personaggi sembrano nettamente poco dettagliati e le animazioni facciali sono incerte e spigolose. Tutto in genere ha quel grosso aspetto dell’era PlayStation 2, nonostante l’evidente aumento della risoluzione (a cui arriveremo). Un’area in cui continua a stupire, tuttavia, è l’illuminazione. L’illuminazione in Doom 3 è stato il grande punto di forza quando il gioco è stato lanciato per la prima volta nel 2004. Utilizzando il motore grafico id Tech 4, id Software ha fatto un lavoro a dir poco perfetto realizzando effetti luminosi in tempo reale, il che significa illuminazione e ombre erano molto più realistici di quanto si sia mai visto in altre produzioni. Naturalmente da allora la tecnologia è migliorata a passi da gigante, ma 15 anni dopo sembra ancora estremamente impressionante. Quando è stato originariamente rilasciato, l’illuminazione era anche uno degli elementi più controversi del gioco: in particolare, il modo in cui la torcia funzionava. Molti corridoi del gioco sono estremamente bui, il che significa che la torcia ricevuta all’inizio era pressoché essenziale. Il problema era che potevi tenere solo la torcia o un’arma, non entrambe: di conseguenza, ogni volta che incontravamo un nemico in un’area buia, dovevamo passare alla pistola e sparare alla cieca nell’oscurità, sperando di colpirlo .

Questo problema è stato risolto in Doom 3: BFG Edition, una riedizione del 2012 pubblicata su Xbox 360 e PS3, in cui la torcia portatile è stata sostituita con una versione montata sull’armatura, il che significa che, allo stesso tempo, è possibile accendere una luce e sparare ai nemici. Per fortuna, questa versione PS4 si basa sull’edizione BFG, quindi qui non c’è alcuna torcia (a parte il fatto che dura solo per un po’, a quel punto bisogna necessariamente spegnerla e caricarla per alcuni secondi). Ciò significa che la versione PlayStation 4 (incluse anche quella Switch e Xbox One) include anche i due pacchetti di espansione che erano in bundle con la BFG Edition: Resurrection of Evil (che introduce nuove armi come quella Grabber in stile Half-Life 2) e The Lost Mission (8 livelli aggiuntivi). Messi insieme, aggiungono altri 20 livelli a quello che è già un gioco piuttosto lungo e corposo.

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Prestazioni Grafiche

Su Xbox One X e PS4 Pro, Doom 3 offre un’esperienza 4K nativa completa. Esegue inoltre il downsampling automatico all’output 1080p. Su PS4 base, ovviamente, la risoluzione è a 1080p come su Nintendo Switch.

Tutte le versioni mirano a offrire un’esperienza fluida di 60 frame al secondo alla massima risoluzione possibile per ciascuna piattaforma. La nuova versione di Doom 3 offre una gamma più ampia di opzioni rispetto alle conversioni PS3 e Xbox 360, con regolazione FOV completa e supporto per le ombre della torcia. L’ultima impostazione, influenza tutte le luci dinamiche, non solo il raggio della torcia. Tale opzione, equivale a utilizzare l’illuminazione di qualità ultra nella versione PC.

Visivamente, il gioco è identico su tutte le macchine, tranne per la risoluzione, ma lo stesso non si può dire per le prestazioni. Su Xbox One X o PlayStation 4 Pro, l’esperienza è solida. Dopo aver trascorso alcune ore con ogni versione, non abbiamo riscontrato alcun rallentamento o calo delle prestazioni. Doom 3 è una vera esperienza 4K60 nativa su entrambe le macchine.

Deludente è la mancanza di sottotitoli. Certo, non erano presenti nemmeno nella versione originale e avrebbero sicuramente richiesto più lavoro del previsto, ma un po’ per accessibilità per coloro che ne hanno bisogno, e un po’ per evitare di perdersi i tanti dialoghi presenti, a nostro avviso uno sforzo in più per aggiungerli, sarebbe stato doveroso. A parte questo piccolo inconveniente, Doom 3 rimane uno sparatutto lungo, atmosferico e estremamente divertente che in qualche modo riesce a sembrare datato in alcuni aspetti ma continua ad impressionare in altri.

Conclusioni

Questa particolare recensione, andrà contro i canoni a cui siamo abituati, difatti non essendo presenti novità di alcun tipo, riteniamo inutile assegnare un voto, visto con gli occhi di un giocatore moderno. Quello che possiamo dirvi senza ombra di dubbio è che questa Doom Trilogy è non solo il ricordo di un lontano passato di divertimenti, ma un vero e proprio manuale del genere First Person Shooter.

Tenendo poi presente che l’imminente arrivo di Doom Eternal può essere un’ottima ragione per riprendere in mano questi piccoli capolavori.

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Recensione a cura di:

Andrea Bevilacqua e Riccardo Amalfitano

 

Criterion 10

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