Recensione The Inpatient

Articolo di · 23 Gennaio 2018 ·

Un viaggio oscuro all’interno del Sanatorio  Blackwood.

Il 2018 videoludico sembra promettere veramente bene, con grandi titoli blockbuster che ci accompagneranno durante tutto l’anno. Già dal mese di gennaio possiamo rendercene conto, essendo un mese veramente ricco di uscite; tra gli attesissimi Monster Hunter World e Dragon Ball FighterZ possiamo tranquillamente dire che ce n’è davvero per tutti i gusti.

Ma anche gli amanti del genere horror (tornato in auge negli ultimi anni) ed in particolare i possessori di PlayStaion VR avranno di che gioire grazie all’arrivo di The Inpatient, titolo in esclusiva PlayStation VR realizzato da SuperMassive Games, creatori dell’acclamato Until Dawn.

Gli sviluppatori, dopo aver realizzato e “testato” recentemente la tecnologia PlayLink con Hidden Agenda sono tornati sui propri passi, andando a realizzare proprio The Inpatient, nuovo esperimento, questa volta in VR, ambientato nello stesso universo di Until Dawn, ponendosi come suo prequel diretto.

In quanto prequel diretto il nostro consiglio è quello di giocare prima l’avventura di riferimento, in modo da godere appieno dell’ultima fatica Supermassive Games. Curiosi di scoprire se gli sviluppatori sono riusciti nella difficile impresa di creare un degno prequel di Until Dawn? scopritelo nella nostra recensione!

Horror virtuale

The Inpatient, come già accennato, è ambientato nello stesso universo di Until Dawn, ma, allo stesso tempo, si rivelerà un’avventura del tutto nuova rispetto quella vissuta in compagnia di Sam, Ashley, Chris ed il resto degli sventurati ragazzi. Il titolo infatti è ambientato nel 1952 e si svolgerà all’interno del Sanatorio di Blackwood, struttura già nota a chi ha giocato all’opera principale (qualcuno ha detto per caso minatori?). Il sanatorio era una clinica specializzata nella cura delle patologie mentali più gravi con a capo il dottor Jefferson Bragg. Ma non sempre le cose sono come sembrano e, dietro ad una facciata pulita e perfetta, la struttura nascondeva esperimenti disumani al limite della tortura.

Caschetto in testa e pad (o Move) alla mano ci si rende subito conto di quanto The Inpatient abbia in comune con Until Dawn. Avviata l’avventura ci ritroveremo nei panni di un povero malcapitato, privo di memoria, legato ad una sedia, in una stanza buia e spoglia dove avremo modo di incontrare il famigerato dottor Bragg, padre del Sanatorio Blackwood. In questa fase il dottore ci farà alcune domande, alle quali avremo modo di rispondere in modo diverso, a seconda della situazione.

Come già accadeva in Until Dawn, alcune scelte saranno fondamentali per plasmare, in un modo o nell’altro, il corso degli eventi futuri. Ritorna quindi anche in The Inpatient il famoso effetto farfalla, che vedrà il giocatore fare scelte che modificheranno pesantemente il corso della storia.

Io non ricordo nulla.. e forse è meglio così

Se da un lato abbiamo una struttura ludica rodata e consolidata, di contro, purtroppo,  ci troviamo di fronte ad un titolo fortemente narrativo ma che non raggiunge assolutamente il livello e la qualità vista nel precedente Until Dawn.

Complice anche la sua breve durata (non impigherete infatti più di 2-3 ore a completare l’avventura) non ci soffermeremo molto sulla storia narrata in questo prequel, piuttosto ciò che non ci ha convinto è proprio il modo in cui essa viene raccontata.

La trama di The Inpatient infatti appare fin da subito poco chiara, volutamente abbozzata e certamente non indimenticabile. Gli avvenimenti che circondano il nostro personaggio si evolvono in modo lento e fin troppo prevedibile, facendo perdere ben presto interesse nel giocatore. Anche i semplici dialoghi con i vari NPC che incontreremo saranno spesso piatti e inconcludenti, incapaci di dare al giocatore quel senso di appagamento e tensione che Until Dawn o anche Hidden Agenda riuscivano a dare.

Alla fine dei conti The Inpatient, seppur bello da vedere, potrebbe tranquillamente finire nella categoria dei “walking simulator”. Poca, anzi pochissima interattività ambientale, che si può tradurre principalmente nello spingere porte o premere semplici bottoni. Carina invece la possibilità di interagire (poche volte, sia chiaro) con alcuni oggetti dello scenario, in modo da attivare alcuni “ricordi” che permettono di approfondire il background del proprio alter ego.

Effetto VR? Ni..

Per quanto riguarda il fattore VR I ragazzi di Supermassive Games sono riusciti a donare al titolo una buona immersività. Il sistema di controllo di The Inpatient lascia al giocatore la possibilità di scegliere tra il classico controller DualSchock 4 o l’uso dei due PlayStation Move, questi ultimi consigliati per rendere il tutto ancor più realistico ed immediato.

Nonostante i ritmi del gioco procedano lentamente il movimento libero della telecamera potrebbe causare evidenti problemi di motion sickness. Fortunatamente dalle impostazioni sarà possibile, come di consueto per i giochi VR, regolare a piacimento lo spostamento della visuale.

Chicca finale sono sicuramente i comandi vocali, aggiunta interessante e perfettamente funzionale che permette al giocatore di selezionare una delle varie risposte nei dialoghi con i vari NPC semplicemente leggendola. Trovata sicuramente geniale!

Bella la vista da Blackwood Pines

Se dal lato narrativo il gioco ci ha lasciato parecchio a desiderare, lo stesso non si può dire per il comparto tecnico, uno dei migliori presenti attualmente per il caschetto in realtà virtuale di Sony.

Nonostante le ambientazioni di The Inpatient siano spesso buie e tetre, la resa grafica generale è veramente ottima. La realizazione dei volti in particolare ci è sembrata la migliore mai vista sino ad ora PlayStation VR. Nonostane un livello grafico al top per la VR di casa Sony nel gioco è ampiamente presente un pesante effetto blur che molti giocatori potrebbero trovare veramente fastidioso.

Degno di nota anche il comparto audio del gioco. Ottimi sorpattutto i rumori ambientali tipici degli horror che prendono ancor più vita grazie all’effetto tridimensionale del suono. I rumori quindi riescono a confenzionare tutto sommato un’atmosfera angosciante e davvero raccapricciante, il tutto unito ad un doppiaggio, anche in italiano, veramente eccellente.

 Commento Finale

Appare chiaro fin da subito come The Inpatient sia un esperimento riuscito a metà. Un notevole passo in avanti rispetto ad Until Dawn: Rush of Blood, ma nettamente inferiore rispetto al capitolo principale. I problemi sono tanti, forse troppi per quello che poteva (e doveva) essere un titolo di punta di PlayStation VR. Nulla da dire per quanto riguarda il comparto tecnico e sonoro (eccellente) ma purtroppo il titolo non ha rispettato le attese. La storia raccontata nel gioco appare fin troppo breve, priva di mordente e certamente non indimenticabile. Aggiungeteci pure il prezzo al quale viene venduto il prodotto (€39.99) e la frittata è fatta. Una vera occasione sprecata dagli sviluppatori, ma siamo sicuri che sapranno rimettersi subito in carreggiata, correggendo il tiro con la loro prossima opera.

Criterion 10

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