Net Neutrality, l’FCC sancisce la sua morte

Articolo di · 15 Dicembre 2017 ·

Soppressa la norma che non consentiva ai provider di bloccare i contenuti in base a preferenze e piani di abbonamento.

La FCC ha votato, nella giornata del 14 dicembre, per sopprimere la Net Neutrality (instaurata con Obama nel 2015). Questa altro non era che un blocco contro i provider per evitare che questi creassero corsie preferenziali di accesso ai contenuti in base ai piani di abbonamento degli utenti.

Per l’appunto, la FCC ha oggi abrogato il titolo 2 della neutralità di rete, consentendo in questo modo ai provider di dividere i pacchetti dei contenuti e creare piani di abbonamento ad hoc in base alle categorie di utenti. Quindi, quali sono i danni che ha creato sul mercato questa scelta?

Per iniziare, precisiamo che ci sono tre categorie di soggetti coinvolti: le compagnie tech, i provider e gli utenti. Mentre le prime due categorie condividono lo stesso obiettivo, fare denaro, la terza opera per quello opposto, risparmiare denaro. E, sebbene le prime due categoria abbiano lo stesso obiettivo, sono disposte su di un piano diverso della catena finanziaria, con visioni quindi differenti sulla net neutrality.

Cos’è la net neutrality.

Prendendo il termine da Wikipedia, la definizione corretta di net neutrality è la seguente.

La neutralità della rete (nota anche con i termini inglesi network neutrality, net neutrality, internet neutrality o NN), è un principio giuridico, riferito alle reti residenziali a banda larga che forniscono accesso a Internet, servizi telefonici e trasmissioni televisive.

La definizione esatta varia, ma viene ritenuta “neutrale”, dalla maggior parte dei sostenitori di questo principio, una rete a banda larga che sia priva di restrizioni arbitrarie sui dispositivi connessi e sul modo in cui essi operano, cioè dal punto di vista della fruizione dei vari servizi e contenuti di rete da parte dell’utente finale.

Un’altra definizione più radicale, anche se riprende per alcuni versi quella precedente, coinvolge il ruolo dei pacchetti IP attraverso la Rete: una rete neutrale è in grado, rispetto ai singoli pacchetti di cui si compone l’informazione, di non dare priorità differenziate tra i diversi pacchetti, mentre una rete “non neutrale”, da questa prospettiva, ad esempio farebbe distinzioni tra livelli di servizio (e priorità) tra i diversi pacchetti di informazione.

Guerra a due fronti per la net neutrality.

Torniamo al succo del nostro discorso. Prendiamo per fare un esempio Google: il colosso ha sì come obiettivo il fare soldi, ma, dovendo pagare più tasse per accedere alla rete, ha un incremento delle spese non desiderato. Questo è un motivo per il quale Google, come Facebook o Twitter, si sono rumorosamente e caldamente opposti all’abrogazione di questa legge.

Dall’altro lato, i provider sono favorevoli all’abrogazione della legge in quanto possono creare piani di abbonamento ad hoc. Infatti, non solo possono creare piani multipli e separati, ma sono liberi di praticare mezzi prima non consentiti. Stiamo parlando di tecniche quali il blocco, lo strozzamento e la priorità di pagamento.

Tuttavia, per legge i provider devono comunicare alla FCC e alla FTC qualora dovessero far uso di tali pratiche. Questi due enti, poi, provvederanno a far le indagini del caso e prenderanno i successivi provvedimenti. Ci sta però una scappatoia: se la manovra è stata adottata per una “ragionevole gestione della rete”, il provider di riferimento non è tenuto a fare rapporto all’ente di competenza.

E all’utente chi ci pensa?

Con l’abrogazione del Titolo 2, l’utente finale perde ancora di più potere di mercato. Difatti, con questa manovra il provider non deve più avvisare l’utente per problemi sulla linea, in quanto per l’FCC era un compito troppo gravoso. Per problemi sulla linea si intendono le perdite di pacchetto, le restrizioni geografiche e i picchi di velocità in base alle fasce orarie.

Già prima gli utenti avevano pochissima scelta e informazioni sul provider di riferimento, ora ne hanno ancora di meno.

Le nuove mosse dei provider: le app a zero consumo.

Inoltre, la manovra consentirà i piani a consumo zero, già finiti sotto investigazione dalla FCC nei mesi passati. Questi piani escludono determinate app dal limite mensile dei dati, consentendo la navigazione sulle stesse anche a termine del piano. Questo si traduceva come una specie di navigazione infinita consentita all’utente al termine del piano di abbonamento. Adesso, ed anche prima in realtà, i provider potranno bloccare il flusso di dati, anche prima della fine del limite mensile, rendendo l’app di riferimento quasi inutilizzabile.

La violazione è più recondita, in quanto colpisce i diritti del cittadino.

Gruppi di avvocati sostengono ferventi che ciò collide con lo spirito della net neutrality, trattando in maniera diversa pacchetti identici. In questo modo, si rischia di creare danni economici anche agli sviluppatori delle applicazioni.

Gli utenti, invece, trascendono dal discorso economico. Per loro è una questione di equità e uguaglianza nel poter condurre i propri affari, coltivare i propri hobby o semplicemente passare del tempo libero. Frazionare i piani di abbonamento in base alla velocità di connessione o l’avere accesso a determinati contenuti viola il principio di un internet libero e accessibile. Per questo gruppi di avvocati come ACLU e EFF sono contrari all’abrogazione del Titolo 2. In un’epoca di influencer, YouTubers e web star, ognuno deve avere pari possibilità di diventare virale. Si tratta del nuovo sogno americano dell’era digitale, e l’FCC lo ha appena distrutto.

In Italia, invece, per il momento non è previsto nulla di tutto ciò, così come nel resto del mondo. Noi, infatti, stiamo ancora in fase di evoluzione delle linee internet, e questo argomento al momento non ci tange.

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Fonte: Engadget, Wikipedia.
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