Recensione The Last of Us Parte I

Naughty Dog, ormai più di 9 anni fa, fece qualcosa di sorprendente. Con The Last of Us, infatti, lo studio di punta di Sony riuscì a regalarci una perla, un vero e proprio “classico” dei videogiochi. Senza stravolgere nulla, senza portare chissà quale innovazione. Una missione, sulla carta, impensabile, difficilissima, quasi impossibile guardando al passato, ma che i ragazzi californiani hanno portato a compimento grazie alle loro incredibili doti.

The Last of Us non è un gioco rivoluzionario, non inventa nulla, è un gioco “strutturato” come tanti altri, anche derivativo in alcune situazioni. Nonostante ciò, ha segnato il nostro media preferito in maniera indelebile grazie al suo binomio di “semplicità e potenza”. Nulla di nuovo insomma, tuttavia The Last of Us è riuscito a trasmettere una carica emotiva senza precedenti a noi videogiocatori, sia attraverso la narrazione, sia attraverso la visceralità del suo impianto ludico. Questo ha permesso al gioco di restare impresso a vita nelle nostre menti e nei nostri cuori.

Sony e Naughty Dog ci ripropongono quel capolavoro in una veste grafica migliorata, con un sistema di shooting più appagante e con altre piccole migliorie. Tuttavia, vista anche la presenza di una versione “intermedia” (Remastered) tra l’originale e questo remake vero e proprio, avremmo sperato anche in qualcosa di più.

Al netto di questa considerazione, The Last of Us, oggi come ieri, è un titolo da lodare e questa nuova iterazione non fa eccezione. The Last of Us Parte I è dunque un capolavoro, ancora più bello ed emozionante rispetto a 9 anni fa.

Vi anticipiamo che l’operazione è quasi inattaccabile sotto il profilo ludico. Di contro, abbiamo poco apprezzato alcune scelte comunicative ed economiche legate al titolo, non proprio consumer-friendly.

Ma andiamo più a fondo per capire il perché di questa introduzione, soffermandoci principalmente sulle novità che apporta questo remake.

The Last of Us Parte I sarà disponibile in esclusiva su PlayStation 5 a partire dal 2 settembre 2022.


Versione testata: PS5


L’amore egoista

The Last of Us è una storia d’amore egoista, come direbbe il filosofo tedesco Friedrich Wilhelm Nietzsche.

Le vicende di Ellie e Joel, immerse in un contesto così inflazionato ma mai così brutale e “cattivo”, sono visceralmente crude, depauperate da qualsiasi forma di falso buonismo. Il cordyceps ha tirato fuori tutta la cattiveria dall’animo umano, tutti meritano l’estinzione.

Joel, un padre segnato da una terribile perdita, trova un nuovo senso alla sua esistenza nella figura di Ellie. Tutto il resto non conta. “Whatever is done for love always occurs beyond good and evil”. “Ciò che si fa per amore lo si fa sempre al di là del bene e del male”.

The Last of Us Parte I
The Last of Us è la storia di Ellie e Joel

Sulla base di queste premesse, l’intero incedere narrativo è scandito da continui pugni allo stomaco per noi videogiocatori, che non possiamo fare altro che essere trascinati in un vortice di violenza e brutalità così realistico e spaventoso che porta spesso a chiederci: “chissà cosa avrei fatto io in una situazione del genere”.

Una violenza che è contestualizzata talmente bene da “far paura”. Questo aspetto va anche ad eliminare qualsiasi forma di dissonanza ludo-narrativa che caratterizza gran parte dei prodotti ludici.

A ciò aggiungiamo una rinnovata regia che introduce nuove “visuali” per enfatizzare meglio l’azione e una caratterizzazione dei personaggi sublime, graziati da dialoghi magistrali.

E ovviamente, non possiamo non citare le cutscene realizzate con la nuova veste grafica, che rende tutto ancora più carico di pathos e “pesante” dal punto di vista emotivo.

Vivere la storia di The Last of Us era bellissimo e dolorosissimo ieri, lo è ancora di più oggi.

L’importanza del giusto peso

The Last of Us Parte I è un riuscitissimo mix di diverse meccaniche di gioco che risulta accessibile e appagante. Questa sapiente mescolanza riesce a imprimere un’ottima varietà all’intero pacchetto ludico. Per far ciò, i ragazzi di Naughty Dog hanno dato il giusto peso ad ogni meccanica di gioco, incastrandole alla perfezione.

Principalmente, ci troviamo di fronte ad uno stealth game che richiede al videogiocatore di superare, senza che venga visto, zone pericolose e ricche di nemici, umani o infetti, in cui la tattica lascia spesso il posto all’improvvisazione e a momenti di esplorazione. A ciò aggiungiamo qualche semplice enigma, una manciata di meccaniche legate al gathering di risorse e al susseguente crafting e il piatto ludico è servito.

Il feeling pad alla mano di Parte I è uguale a quello dell’originale (e della Remastered)… fino a che non imbracciamo le armi da fuoco.

The Last of Us Parte I
Il sistema di shooting importato da Parte II fa davvero la differenza

Al netto dell’implementazione superlativa del DualSense che fa “sentire” tutto, l’intero sistema di shooting è stato preso di peso dal sequel (Parte II) e risulta ora molto più soddisfacente, grazie ad una migliore responsività, alla pesantezza delle armi (ritorna il tema del giusto peso) e alle hitbox dei nemici: un insieme che fa davvero la differenza in maniera sostanziale, oseremo dire sorprendente. Ci saremmo aspettati questo impatto dal combattimento melee che, di contro, nonostante il nuovo motion matching, restituisce le stesse vibes dell’originale.

Gli sviluppatori, inoltre, hanno migliorato l’IA amica, dandole finalmente il giusto peso (avete capito, no?) e quella dei nemici, che era già ottima. Fortunatamente le situazioni comico-grottesche in cui Ellie si muove “come un elefante in un negozio di cristalli” sono ora molto più rare. La scelta di rendere i companion invisibili ai nemici era giusta nel 2013 e lo è ancora oggi, ma è innegabile che tali situazioni rovinavano l’immedesimazione, pertanto un miglioramento in tal senso è stato molto apprezzato.

All’ombra di Parte II

The Last of Us Parte I vive all’ombra di Parte II, è inutile girarci intorno.

Questo remake, graficamente e tecnologicamente, è figlio del mastodontico lavoro che i Naughty Dog realizzarono due anni fa per Parte II. L’impatto visivo del titolo oggetto di recensione è infatti simile a quello del secondo capitolo, oseremo dire “uguale”. Parte II è ancora graficamente al top a distanza di due anni, e di riflesso anche questo Parte I è imponente, soprattutto grazie ai superbi effetti di luce e particellari, ma non possiamo non considerare le premesse particolarmente diverse: da un lato abbiamo il canto del cigno di PlayStation 4, dall’altro quello che doveva essere un banco di prova di PlayStation 5, cosa che non è stato.

The Last of Us Parte I
Nonostante non sfrutti pienamente l’hardware di PlayStation 5, il gioco è visivamente stupendo, soprattutto grazie agli eccellenti effetti di luci e particellari

Inoltre, dopo aver giocato Parte II, si avverte una sensazione di “lentezza” e arcaicità in relazione alle sessioni di esplorazione di Parte I. La struttura a “stanzoni” del primo capitolo e tutti gli “escamotage dell’epoca”, dopo aver giocato Parte II, mostrano tutti i loro limiti, e rendono il pacing del gioco più piatto, con la conseguenza che le sessioni esplorative sono leggermente meno piacevoli da giocare rispetto a 9 anni fa.

Se da un lato queste due riflessioni, nella valutazione di un gioco, sono quasi superficiali, dall’altro non possiamo non considerarle in relazione alle scelte comunicative ed economiche cui si faceva riferimento nell’introduzione.

The Last of Us Parte I sin dal suo annuncio, infatti, è stato presentato come l’esperienza definitiva di The Last of Us, così come era stata pensata inizialmente ma che non è stato possibile realizzare per via dei limiti tecnici di PlayStation 3, tanto da parlare di “PlayStation 5 ground-up remake”. Concordiamo assolutamente con la prima parte dell’affermazione, tuttavia dobbiamo anche considerare che il remake è letteralmente lo stesso gioco uscito su PlayStation 3, senza nessuna smussatura atta a far fronte alle (poche) situazioni anacronistiche presenti nel titolo originale.

Inoltre, tutta l’opera di riammodernamento è figlia dell’esperienza e del lavoro (titanico, per carità) che è stato fatto per The Last of Us Parte II, quindi, anche considerando la presenza di un’altra riedizione (che è provvista di modalità Multiplayer come l’originale, a differenza di questo remake), Sony avrebbe potuto abbassare leggermente le pretese economiche e piazzarlo sul mercato a un prezzo minore rispetto agli 80,99€ richiesti per i suoi nuovissimi AAAA.

Commento finale

The Last of Us Parte I è un titolo imperdibile, nonostante le ultime considerazioni fatte poco sopra. Parliamo di un titolo che nel giro di pochi anni è diventato un “classico” del media, nella sua versione più bella e godibile, definitiva.

Da segnalare l’introduzione di una modalità Speedrun che si sblocca dopo aver finito per la prima volta il gioco, che abilita un timer che tiene traccia dei tempi attuali e migliori ma soprattutto l’inserimento di un numero impressionante di funzioni di accessibilità.

The Last of Us Parte I
Un applauso a Sony per l’impegno con cui sta lavorando sull’inclusività del media per soggetti con disabilità

A tal proposito permettere di usufruire dei nostri amati videogiochi a persone con disabilità è un obiettivo che molte software e hardware house stano perseguendo negli ultimi tempi. Sony, con i suoi studi, sotto quest’aspetto si sta distinguendo veramente tanto e The Last of Us Parte I ne è un esempio e in questa sede ci piaceva sottolinearne l’impegno.

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THE LAST OF US PARTE I


In definitiva, The Last of Us Parte I è il remake di un capolavoro e lui stesso non è da meno. Le discutibili posizioni di Sony relative alle scelte economiche e di comunicazione di questo remake non sono da ignorare, ma al netto di questo c'è poco da recriminare al titolo per quanto riguarda quantità e qualità ludica.

PRO

Il nuovo sistema di shooting cambia in maniera sorprendente il feeling pad alla mano - Visivamente imponente, nonostante non sfrutti pienamente l'hardware di PlayStation 5 - L'esperienza definitiva di The Last of Us

CONTRO

Vista la sua natura di remake, si sarebbe potuto fare qualcosa di più per superare alcune "rigidità" legate agli anni
Vincenzo D'Alcantara
Vincenzo D'Alcantara
Il mio amore per i videogiochi nasce grazie a mamma Sony e al folle marsupiale creato da Naughty Dog verso la fine degli anni 90. A distanza di più di venti anni i platform continuano ad essere la mia passione che tuttavia si è estesa, naturalmente e masochisticamente, a tutti i giochi impegnativi e "tosti", di qualsiasi genere essi siano.

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