Recensione Medal of Honor: Warfighter


Lotta per la patria

Lo scontro tra i soldati del Tier 1 e i terroristi avviene in diversi posti, toccando ambientazioni in Somalia, Pakistan, Afghanistan, Filippine. Ogni missione mette l’utente a vivere situazioni sempre diverse, particolari.

Pad alla mano, il gioco restituisce una sensazione di scontro puro, reale, con continui suggerimenti su come approcciare il nemico seguendo le tattiche militari. Proprio come i video della serie Seal 6 pubblicati da EA e visibili anche sulla nostra 4NewsTV, nei quali i soldati del Tier 1 spiegano come ci si deve comportare in determinate situazioni.

I comandi sono quelli ormai consolidati per gli FPS a cui si aggiungono le varianti di richiamo a impostazioni particolari come il selettore di fuoco dell’arma, una funzione extra per il supporto aereo, nascondere l’HUD; tutti posti nelle croce direzionali del pad. Si aggiunge la novità introdotta dal team di sporgersi dietro un riparo quando si è inginocchiati, semplicemente usando la leva analogica sinistra del pad e potendo anche mirare per avere maggiore probabilità di andare a segno. Buona anche la possibilità correndo di scivolare dietro un riparo usando lo stesso pulsante per inginocchiarsi. Manca la possiblità del tutto a delfino, ovvero il poter saltare e mettersi in volo in posizione prona.

Ogni volta che si impugna un arma e si da fuoco, si avverte un diverso feeling grazie al variare del rinculo, soprattutto tra sparo a raffica e singolo, mentre con la mira selezionata si può in alcune armi aumentare lo zoom cliccando sulla leva analogica destra.

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Durante le 13 missioni che compongono la Campagna singolo giocatore, si passa dalle tradizionali fasi di punta e spara ad altre interessanti come pilotare un EOD per farsi largo tra i nemici e sostenere le truppe alleate, guidare un auto nella caotica città in Afghanistan o un battello nelle impervie acque delle Filippine, e così via.

La piacevole sorpresa è che queste fasi sono realizzate con molta cura, tanto che, per fare un esempio, l’auto da guidare appare con una manovrabilità intuitiva e allo stesso tempo diversa a seconda se si percorrono le strade cittadine o quelle fangose o sterrate. Stesso dicasi per il battello che cambia movimento e inerzia a seconda delle onde colpite durante la vostra guida.

Il gameplay è quindi piacevole e, grazie ad un HUD ridotto che si può anche far scomparire, muoversi tra le varie ambientazioni risulta pure appagante. A rovinare l’esperienza di gioco ci pensa l’intelligenza artificiale. Parlando del nemico, si alterna a soldati stupidi ad altri lesti nel muoversi di continuo, soprattutto quelli che hanno un RPG, abili anche a nascondersi subito dopo aver sganciato un razzo. Altri vi puntano indistintamente con fucili o semplici armi bianche sapendo di poter perire di li a poco ma sfruttando ad esempio i momenti di ricarica della vostra bocca di fuoco. Ma il problema verte sul fatto che tutto è scriptato, dannatamente scriptato.

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Mai ci saremmo aspettati da un titolo votato al realismo, vedere il comportamento dei nemici troppo prevedibile, seguire sempre gli stessi movimenti. Basta ripetere un checkpoint nel classico “trial and error” per avanzare senza problemi. Citiamo alcuni comportamenti strani come, ad esempio un avversario che non si gira sapendo che gli state correndo addosso e continua a sparare da un altro lato e pur facendo notare la vostra posizione, lui continua come se niente fosse attendendo solo che lo uccidiate.

Il grado di difficoltà superiore a quello Normale, suggerito a inizio gioco, diminuisce solo la vostra resistenza ai colpi senza rendere più ostico il conflitto a fuoco, per non dire frustrante. Il livello Difficile appare sbilanciato rispetto al Normale, per cui capita di soccombere in una pozza di sangue sotto solo due colpi contro almeno sei o sette.

La storia, che dovrebbe proseguire quanto già narrato nel precedente capitolo, si perde in una regia che vuole necessariamente focalizzare determinati avvenimenti senza creare un collante tra di loro, finendo per annoiare non poco. In ultimo, la caratterizzazione dei personaggi, sia Preacher che i suoi compagni d’armi Mother, Stump, Mako, Voodoo, Rabbit, o persino l’infiltrato Argyrus, non hanno la giusta attenzione nello sviscerare bene chi sono e cosa fanno in quel contesto, finendo per essere dimenticati facilmente. Solo l’ultima parte, ovvero le ultime quattro missioni, raggiungono un buon carisma e fanno in modo di mostrare una degna conclusione che apre a nuovi scenari, per non dire ad un probabile seguito.

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