Death Stranding e l’attesa che ci fa tornare bambini

Articolo di · 8 Novembre 2019 ·

Parlando di hype e dintorni.

Death Stranding è ormai disponibile nei negozi ed è sulla bocca di tutti. I social sono tappezzati di foto di Collector’s Edition, download digitali, faccioni di Norman Reedus ovunque. Adesso, dopo l’attesa arriva il momento dei silenzi, di assaporare il gioco, del giocare vero e proprio. Anche per noi redattori, che lo abbiamo appena ricevuto e ci incamminiamo nel viaggio di Sam per riconnettere l’America.

Vale la pena però evidenziare una cosa, portata a galla dall’uscita di questo gioco, che in realtà ha poco a che fare con il prodotto in sé. In questi mesi abbiamo assistito a una tempesta mediatica riguardo Death Stranding, prima legata ai trailer, poi ai gameplay, poi alle recensioni. Fin da maggio, con quella lunga diretta su Twitch che avrebbe portato all’annuncio della data, l’attesa è cresciuta tra i giocatori. Si è amplificata durante la Gamescom di agosto, diventando rabbia cocente per chi è rimasto deluso da quel poco mostrato. E ancora di più è cresciuta al Tokyo Game Show, dove per la prima volta si è potuto vedere un lungo gameplay del titolo. Infine in quest’ultima settimana l’attesa è salita alle stelle con l’uscita delle review.

Quello che oggi si chiama hype è stato ulteriormente pompato dall’uscita delle recensioni e le discussioni che ne sono scaturite. Tanti voti diversi, un punteggio metacritic forse poco chiaro, stampa europea contro stampa statunitense… Alla fine ciò che rimane è il gioco, il prodotto, che, per quanto abbia diviso anche il pubblico, molti giocatori non hanno fatto altro che bramare terribilmente.

death stranding review 2 - Death Stranding e l'attesa che ci fa tornare bambini

Il filo che ci unisce

Questa voglia incontrollabile di metterci le mani sopra, di provare la novità, il gioco che molti hanno definito “il migliore della generazione”, è croce e delizia della passione videoludica. Se da un lato si potrebbe approfondire la tematica legata ai preorder e discuterne a lungo, dall’altro non possiamo non pensare che sia anche questo il bello di essere videogiocatori. L’attesa che ci riporta all’infanzia, come quando a Natale non vedi l’ora di aprire i regali perché magari sotto l’albero c’è la PlayStation o il gioco tanto desiderato. Una voglia che diventa invidia per chi il gioco lo ha già, siano essi noti redattori o fortunati a cui è arrivato in anticipo. Un desiderio di giocare, infine, che ci accomuna tutti in quanto appassionati.

In questi giorni pre-Death Stranding ne ho visti tanti, più o meno giovani, da chi fa ancora il liceo, a chi manda a letto i figli per potere finalmente giocare in tranquillità, tutti che aspettavano questo discusso titolo. Magari a molti di questi non piacerà, sarà una delusione, un tradimento di Kojima nei confronti di chi ne ha tanta stima. Tuttavia, per qualche giorno una grossa fetta della community di appassionati è stata unita dall’attesa inesorabile del nuovo titolo del director nipponico. “Reconnect” è stato uno dei temi del marketing di Death Stranding. In un certo senso lo ha fatto prima ancora di uscire.

Criterion 10

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