“It: Welcome to Derry” è una serie prequel solida e molto più ambiziosa del previsto, che espande in chiave seriale il mito creato da Stephen King e poi riletto da Andy Muschietti nei due film, concentrandosi sulle origini di Pennywise e sulla maledizione secolare che grava sulla cittadina di Derry negli anni ’60. Non è una serie perfetta, ma per atmosfera, worldbuilding e l’interpretazione tanto terrificante quanto magistrale di Bill Skarsgård rappresenta un tassello importante dell’universo di IT, capace di parlare sia ai fan che hanno letto il romanzo e sia a chi ha conosciuto la creatura solo al cinema.
Dal romanzo di King alla serie
Il romanzo “IT” di Stephen King (1986) è una storia corale che alterna due linee temporali – anni ’50 e anni ’80 – per raccontare la lotta del “Club dei Perdenti” contro un’entità malefica capace di assumere la forma delle paure più profonde, spesso quella di un clown chiamato Pennywise. Al centro ci sono l’orrore cosmico, la memoria traumatica e l’idea che Derry stessa sia un organismo corrotto, che alimenta e protegge il mostro. “It: Welcome to Derry” di HBO nasce proprio dagli interludi del romanzo – i capitoli in cui Mike Hanlon ricostruisce la storia di Derry e delle sue ricorrenti ondate di violenza – e li trasforma nella spina dorsale di una serie che si propone di coprire più epoche (1962, 1935 e 1908) per mostrare come il male si rigeneri ciclicamente nella stessa città. L’operazione è dichiaratamente complementare ai film di Muschietti: non un remake, ma un’espansione del canone cinematografico che ne mantiene tono visivo e regia, approfondendo però la dimensione storica e sociale del luogo.

Storia e struttura narrativa
La prima stagione è ambientata principalmente nel 1962, 27 anni prima degli eventi di “IT: Capitolo Uno” (2017), e si apre con il disperato tentativo del giovane Matty Clements di fuggire da Derry, culminante in una sequenza di body horror disturbante che mette subito in chiaro quanto la serie sia disposta a spingersi oltre i limiti del prime-time. Da qui la trama segue un gruppo di outsider – tra cui Lilly Bainbridge, Teddy Uris e Phil Malkin – che iniziano a collegare una serie di sparizioni e visioni allucinatorie alla presenza di qualcosa di innominabile che si annida nelle viscere della città. In parallelo, la storyline della famiglia Hanlon introduce Leroy Hanlon, militare afroamericano che deve confrontarsi sia con il razzismo istituzionale nel contesto della Guerra Fredda, sia con l’oscura storia di Derry, aprendo un ponte diretto con la futura figura di Mike Hanlon del romanzo e dei film. La serie alterna momenti più investigativi e drammatici a esplosioni di horror puro, gestiti spesso come set piece cinematografici, con alcune deviazioni verso il sovrannaturale “kinghiano” più ampio, per esempio attraverso la presenza di Dick Hallorann (lo stesso personaggio dotato di luccicanza ne “Shining”).
Confronto tra Welcome to Derry e i film di IT del 2017 e 2019
“IT: Welcome to Derry” e i film di Muschietti del 2017/2019 raccontano lo stesso mito da angolazioni diverse: i film puntano su un horror cinematografico compatto, con forte enfasi sul coming‑of‑age e sullo spettacolo, mentre la serie scava nei meandri del mondo di Derry, sulla serialità del male e su un orrore più stratificato e diffuso. Il risultato è un universo condiviso coerente sul piano estetico (stessa versione di Pennywise e continuità visiva), ma con ritmo, tono e obiettivi narrativi sensibilmente differenti.
Struttura e ritmo
I film “IT – Capitolo Uno” (2017) e “IT – Capitolo Due” (2019) dividono nettamente infanzia e età adulta, comprimendo il romanzo in due archi dal totale complessivo di quattro ore e mezza, con una forte concentrazione di set piece horror e momenti di crescita del Club dei Perdenti. La struttura è classica: introduzione, escalation di apparizioni di Pennywise, grande confronto finale, con un montaggio spesso serrato che alterna paura, amicizia e humor. Welcome to Derry, essendo una serie composta da ben otto episodi, ha tempo per diluire e ampliare il racconto: la prima stagione si concentra sul ciclo del 1962, ma intreccia flash sul passato remoto di Derry e prepara futuri archi temporali, sacrificando a tratti l’impatto immediato per costruire un orizzonte più lungo. Il ritmo è meno compatto: ci sono episodi quasi interamente dedicati ai drammi familiari e alla storia della città, con l’orrore che emerge a ondate più irregolari rispetto alla cadenza quasi “obbligata” delle scene spaventose nei film.
Tono e gestione dell’orrore
“IT – Capitolo Uno” è spesso ricordato per il mix di horror e ironia adolescenziale, con un tono che bilancia i momenti realmente disturbanti (la scena di Georgie, il bagno di Beverly, le apparizioni di IT) con battute e dinamiche da teen movie anni ’80. “Capitolo Due” spinge ancora di più sull’umorismo e sul grottesco, tanto che una parte della critica lo ha percepito come troppo incline alla battuta rispetto alla tensione pura. Welcome to Derry, pur mantenendo qualche momento di leggerezza tra i ragazzi, viene spesso percepita come più cupa e coerente nel tono, con meno “sfiatatoi” comici e un’attenzione più marcata alla violenza realistica (razzismo, omofobia, brutalità domestica) che fa da specchio all’orrore sovrannaturale. La serie arriva in più di un’occasione a superare i film in termini di crudezza visiva (specie nel pilot, con forti elementi di body horror), sfruttando però il piccolo schermo per lavorare maggiormente sul disagio e sul non detto e non solo sul jumpscare.
Personaggi e focus emotivo
Nei film il cuore emotivo è il Club dei Perdenti: Bill, Beverly, Ben, Richie, Eddie, Stan e Mike sono il centro quasi assoluto della narrazione, con un forte investimento su dinamiche di amicizia, coming‑of‑age e rielaborazione del trauma trenta anni dopo. Il background di Derry e delle generazioni precedenti resta perlopiù sullo sfondo, accennato ma raramente approfondito in modo sistematico. Welcome to Derry ribalta la proporzione: i ragazzi del 1962 sono importanti, ma la serie insiste molto sulle famiglie (in particolare gli Hanlon), su personaggi adulti come Dick Hallorann e sulle diverse ondate di violenza che attraversano la storia della città. Questo sposta il centro emotivo dal singolo “club” a un’idea più ampia di comunità malata, con Derry trattata quasi come protagonista collettivo, cosa che i film, per limiti di tempo e scelta, potevano solo suggerire.

Pennywise e Bill Skarsgård
In tutti e tre i prodotti (film e serie) Pennywise ha il volto di Bill Skarsgård, garantendo una continuità iconica fortissima: stessa fisicità, sguardo divergente, risata infantile deformata e inquietante. Nei film, però, il clown è usato soprattutto come una sorta di detonatore di innesco di scene horror memorabili – apparizioni improvvise, trasformazioni e inseguimenti – con una presenza relativamente “frontale”: quando entra in scena, l’azione e la messa in scena si fanno immediatamente più spettacolari. In Welcome to Derry Pennywise sembra quasi una entità onnipresente (anche quando non compare a schermo): nelle prime puntate la sua presenza è costruita tramite accenni, eco e conseguenze, lasciando che il terrore di Derry si manifesti anche attraverso gli esseri umani, per poi farlo emergere come culmine di una tensione più lunga. Questo fa sì che lo Skarsgård della serie risulti ancora più inquietante (perché meno “abusato”) ma la minore frequenza e un uso più marcato della CGI in TV – a tratti – ne indeboliscono il senso di minaccia immediata rispetto a quanto si è visto sul grande schermo (del personaggio ne parleremo ancora più approfonditamente nei prossimi paragrafi).

Stile visivo e messa in scena
I film di Muschietti sono costruiti come grandi blockbuster horror: fotografia molto curata, uso estensivo di effetti digitali, composizione dell’inquadratura studiata per il massimo impatto in sala, con alcune sequenze (la casa su Neibolt, la morte di Georgie, il finale nella fogna) pensate chiaramente come momenti “iconici”. La macchina da presa è spesso in movimento, con una regia che gioca con l’aspettativa dello spettatore su dove e quando apparirà Pennywise. Welcome to Derry eredita parte di questo linguaggio comunicativo (anche grazie al coinvolgimento di Muschietti come produttore), ma lo adatta al formato seriale: meno “set piece monolitici”, più scene medie in cui l’orrore si insinua nella quotidianità di Derry. Da apprezzare – a nostro giudizio – un uso più coraggioso del body horror e della violenza grafica ma con effetti digitali meno rifiniti e un’estetica a volte meno “cinematografica” rispetto ai film.

In sintesi, se i film rappresentano la versione più “pop” e cinematografica della storia dei Perdenti, Welcome to Derry è il laboratorio in cui l’universo di IT viene approfondito, storicizzato e legato con più decisione al resto del multiverso kinghiano, a costo di perdere un po’ della compattezza e dell’immediatezza che caratterizzano il dittico del 2017/2019.
Ambientazione e atmosfera
Derry viene ricostruita come una cittadina americana apparentemente ordinaria degli anni ’60, ma attraversata da tensioni razziali, paranoie da Guerra Fredda e un sottotesto costante di violenza domestica e istituzionale, che rende credibile l’idea di un luogo predisposto al male. Le location – dal cinema al luna park, dai boschi circostanti alle fogne e al famoso serbatoio/cisterna dell’acqua – lavorano in tandem con la fotografia per restituire una provincia americana luminosa in superficie e letteralmente marcia sotto il livello stradale. Lo stile visivo resta vicino a quello dei film di Muschietti: forte uso di colori saturi, contrasti netti tra l’infanzia e l’orrore, e una macchina da presa spesso dinamica nelle sequenze di attacco di Pennywise, con qualche eccesso di CGI ma una cura evidente per composizione dell’inquadratura e uso dello spazio. La colonna sonora e il sound design sottolineano il senso di fatalismo che accompagna i personaggi: le voci infantili lontane, i rumori d’acqua e di metallo amplificano la percezione che Derry sia un enorme organismo cavernoso pronto a inghiottire i suoi abitanti.

Cast e personaggi principali
Il cast ensemble è guidato da Taylour Paige (Charlotte Hanlon), Jovan Adepo (Leroy Hanlon) e Chris Chalk (una versione giovane di Dick Hallorann), affiancati da James Remar nel ruolo dell’autorità militare bianca che incarna la parte più “ordinaria” della violenza sistemica locale. Gli interpreti più giovani – Clara Stack, Mikkal Karim-Fidler e Jack Molloy Legault – danno vita a un nuovo gruppo di “perdenti” con dinamiche interne credibili, meno nostalgiche rispetto al film del 2017 e più radicate nelle tensioni sociali degli anni ’60. La scrittura sceglie di dedicare uno spazio a ciascun personaggio, lavorando su traumi familiari, desiderio di fuga da Derry e conflitti identitari, anche se qualche arco secondario risulta sacrificato nelle parti centrali della stagione. L’idea di legare la storia della famiglia Hanlon a quella futura di Mike nel romanzo funziona bene come ponte tra media, trasformando questo nucleo in una sorta di archivio vivente della memoria di Derry.

Pennywise: mito, natura e motivazioni
Pennywise – come anticipato – torna ancora una volta come manifestazione principale di un’entità più antica e incomprensibile, un predatore cosmico che si nutre della paura e utilizza la forma da clown per accedere facilmente all’immaginario infantile. La serie insiste sul legame tra la creatura e il ciclo di violenza della città, suggerendo che i grandi eventi tragici – incidenti, razzismo, esplosioni di fanatismo – siano sia conseguenza sia nutrimento per l’entità, in una relazione quasi simbiotica con il luogo. Le motivazioni legate alla scelta dei bambini emergono come estensione del materiale di King: i piccoli sono più suggestionabili, le loro paure sono più pure e intense, e il terrore anticipatorio che provano prima di morire rende il “pasto” molto più soddisfacente per una creatura che si nutre soprattutto dell’emozione e solo secondariamente della carne. Al tempo stesso, i flash sul passato di Derry mostrano come l’entità si sia già adattata ad altre epoche, assumendo forme diverse ma tornando ciclicamente al clown, proprio perché perfetto simbolo di fiducia tradita e di infanzia corrotta. Nella serie Pennywise resta riconoscibilmente avendo “lo stesso” volto dei film, ma il personaggio viene spostato da mostro‑spettacolo a incarnazione più astratta, antica e pervasiva del male di Derry. Cambiano il modo in cui appare, il rapporto con le sue forme alternative e la quantità di informazioni che riceviamo sulle sue origini e sulla sua percezione del tempo.

Presenza in scena e tipo di paura
Nei film Pennywise (come già detto in precedenza) è spesso al centro di set piece molto frontali: entra in scena, domina il quadro e guida la sequenza con jumpscares o trasformazioni spettacolari. In Welcome to Derry, specie nei primi episodi, viene tenuto volutamente ai margini: la paura si costruisce attraverso situazioni, traumi e forme “indirette”, e il clown entra in gioco come culmine di un orrore già innescato. In TV Pennywise “sembra antico e maligno” più che un clown che recita la parte del mostro, con una sensazione di male cosmico che aleggia anche quando non è in scena. Questo lo avvicina di più all’entità del romanzo: meno showman, più predatore che ha già divorato la città da secoli e non ha bisogno di “provare” di essere spaventoso.
Origini, Bob Gray e percezione del tempo
La serie approfondisce aspetti che i film avevano solo accennato in particolare il legame tra la forma del clown e la figura di Bob Gray. Welcome to Derry introduce esplicitamente Bob Gray come essere umano originario su cui IT ha modellato il suo avatar clownesco, mostrando in flashback la distanza fra l’uomo e la creatura che ne indossa la pelle. Inoltre il finale introduce un elemento chiave: la spiegazione del modo in cui Pennywise percepisce il tempo, con una sequenza che lo mostra interagire con personaggi di epoche diverse e chiarisce che per lui passato, presente e futuro si sovrappongono. Questo rende la creatura ancora più aliena rispetto ai film, dove il ciclo dei 27 anni è mostrato ma non “sentito” dal punto di vista di IT; qui, invece, la serie esplicita che il clown vive il tempo come un’unica distesa di paura da cui pescare.

Forme, CGI e uso del corpo
Nei film la forma clown è quasi sempre la principale, con alcune trasformazioni (la donna del quadro, il mostro del frigorifero, il ragno finale) che restano comunque subordinate al “volto” di Pennywise. In Welcome to Derry viene data molta più importanza alle forme alternative, spesso legate in modo diretto ai traumi personali: padri morti, figure familiari distorte, varianti ibride che mescolano clown e memoria. Pur con una CGI non sempre all’altezza dei film, Pennywise è minaccioso “in qualunque forma”, spingendo più sulla costruzione psicologica che sull’impatto istantaneo dell’immagine del clown. Anche il lavoro fisico di Skarsgård viene usato in modo più chirurgico: meno lunghe sequenze “giocose”, più apparizioni brevi ma disturbanti, con vocalizzi e posture che sottolineano l’idea di un’entità che imita malamente l’umano.
Motivazioni e legame con Derry
Pennywise – sul grande schermo – è il mostro che terrorizza i Perdenti: l’accento è sul rapporto mostro‑gruppo di ragazzi, più che sulla simbiosi col tessuto sociale. Welcome to Derry, anche nelle parole dei Muschietti, insiste molto di più sul confine sfumato tra ciò che è violenza umana (abusi, razzismo, omofobia, guerra) e ciò che è opera dell’entità, mostrando Pennywise come catalizzatore e amplificatore di un male già presente. Questo cambia il suo ruolo drammatico: non solo “cacciatore di bambini” ma forza che si insinua nelle crepe della comunità, sfruttando le ferite storiche di Derry per nutrirsi di paura a livello sistemico. Sebbene sia apprezzabilissimo l’approfondimento sul personaggio, l’ampia spiegazione potrebbe togliere parte del mistero che circondava la creatura nei film, riducendo l’effetto di terrore puro a favore del lore. Nella serie vengono introdotti due nuovi e grossi tasselli sulle origini di Pennywise: la rivelazione che il clown deriva da una persona reale, Bob Gray, e l’idea che l’entità abbia un rapporto “extra‑umano” con il tempo che sfiora il viaggio temporale. Questi elementi ampliano e, in parte, riscrivono il modo in cui si interpreta la maschera del clown rispetto ai film.
Bob Gray: il Pennywise umano
Welcome to Derry mostra che Pennywise non è solo una forma inventata: IT prende ispirazione da un vero uomo, Bob Gray, un clown di un circo itinerante che lavorava a Derry all’inizio del ’900. In un lungo flashback ambientato nel 1908, la serie presenta Bob come un artista da carnevale, padre affettuoso e marito, che si esibisce come “Pennywise the Dancing Clown” prima di entrare in contatto con l’entità. La serie suggerisce che IT “sceglie” Bob dopo averlo attirato nei boschi e averlo ucciso, usando poi il suo corpo, il trucco e il personaggio da palcoscenico come modello definitivo per la forma del clown. Questo dettaglio risponde a una delle grandi domande lasciate aperte dai film e dal romanzo: perché proprio Bob Gray/Pennywise? Welcome to Derry chiarisce che non è un nome casuale, ma la traccia di un uomo reale la cui identità è stata completamente divorata e riutilizzata dal mostro.

Kersh, Ingrid e la linea familiare
La serie collega Bob Gray alla famiglia Kersh: in un episodio chiave Ingrid Kersh mostra una foto che la ritrae da bambina accanto al padre, Bob Gray, vestito da clown davanti al carrozzone “The Great Pennywise, the Dancing Clown”. Questa immagine è un’espansione diretta del dettaglio già intravisto in IT – Capitolo Due quando Beverly adulta vede la foto nella casa di Mrs. Kersh, ma qui viene pienamente contestualizzata. Così Welcome to Derry trasforma una semplice “Easter egg” dei film in un pezzo centrale della lore: Bob Gray è il padre di Ingrid, Pennywise è la forma che IT ha costruito sulla sua identità, e la famiglia Kersh diventa il punto di sutura tra passato del clown, presente della serie e futuro dei film.
Perché IT sceglie proprio Bob Gray
Gli autori hanno spiegato apertamente che l’interesse per Bob non è casuale: il personaggio incarna una forma di spettacolo già intrinsecamente ambigua, con un clown che vive di risate ma nasconde dolore personale e precarietà economica. IT, affascinato da questa “maschera” che può avvicinare facilmente i bambini, decide di “indossarla” e di farne la propria forma preferita (e predefinita) per cacciare. Welcome to Derry aggiunge anche uno strato emotivo: mostrando il rapporto tra Bob e la figlia Ingrid (e, in alcune ricostruzioni, con la moglie/partner Periwinkle), il momento in cui l’entità lo porta via acquista un sapore sacrilego, quasi blasfemo, che rende più disturbante la scelta della forma clown. Non è più solo un travestimento efficace: è la profanazione di una vita umana concreta, la deformazione di qualcosa che, almeno in parte, nasceva per intrattenere i bambini, non per ucciderli.
La percezione del tempo e il “twist” temporale
La seconda grande novità è il rapporto con il tempo: nel finale di stagione Pennywise esplicita che non vive il tempo in modo lineare, ma come un unico “paesaggio” in cui passato, presente e futuro coesistono. La serie mostra una scena in cui interagisce con un personaggio legato a Richie Tozier, pur trovandosi nel 1962, chiarendo che per lui gli eventi della timeline dei film (anni ’80/2016) sono contemporaneamente presenti. Questa rivelazione apre al vero e proprio tema del viaggio nel tempo: per sfuggire alla morte del 2016 (finale di IT – Capitolo Due), Pennywise progetta di risalire ulteriormente il passato e uccidere gli antenati dei Perdenti, in modo da cancellarne l’esistenza e prevenire la propria sconfitta. Non è solo un dettaglio metafisico: cambia il modo in cui si legge tutto l’universo di IT, perché la creatura diventa un predatore multidimensionale che può “riscrivere” la storia a suo favore, almeno in teoria.
Implicazioni per il mito di Pennywise
Mettendo insieme Bob Gray e il twist sul tempo, Welcome to Derry sposta il baricentro del mito di Pennywise: da semplice avatar di un’entità cosmica che agisce ciclicamente in una città, a sintesi di un uomo reale, di un personaggio da spettacolo e di una creatura che vive il tempo come un campo di caccia eterno. Questo rende il clown più “spiegato” e, per alcuni spettatori, meno misterioso; per altri, invece, lo rende ancora più inquietante, perché introduce l’idea che nessun punto della timeline di Derry sia veramente al sicuro dal suo intervento
Bill Skarsgård è (di)nuovo il magistrale Pennywise
Bill Skarsgård riprende il ruolo che lo ha reso una delle icone horror più riconoscibili degli ultimi anni, lavorando però su sfumature leggermente differenti rispetto ai film, con più spazio alla manipolazione psicologica e meno dipendenza dal jumpscare puro. Il suo Pennywise alterna l’innocenza deformata del clown da circo a momenti quasi predatori, in cui postura, voce e sguardo accentuano l’idea di un qualcosa che “indossa” il corpo del clown come un costume mal adattato. La serie gli concede anche momenti più brevi ma incisivi, lasciando spesso che l’orrore di Pennywise si percepisca per assenza – ombre, allucinazioni, apparizioni parziali – prima di esplodere in sequenze di violenza, una scelta che ne rafforza l’impatto. Skarsgård, qui anche produttore esecutivo, dimostra grande controllo su tic vocali, movimenti innaturali e improvvisi cambi di registro, consolidando un’interpretazione già iconica ma capace di trovare nuove sfumature nel contesto seriale.

Analisi dettagliata dei collegamenti con il romanzo di Stephen King
“IT: Welcome to Derry” non adatta un ipotetico prequel scritto da King, ma rielabora in modo molto mirato parti del romanzo originale, soprattutto la storia di Derry e i cicli di apparizione della creatura. I collegamenti sono numerosi, sia a livello strutturale (timeline, cicli di 27 anni, grandi tragedie cittadine) sia attraverso personaggi e luoghi che funzionano come “cerniere” tra la serie e il libro.
Interludi storici e cicli di 27 anni
Nel romanzo “IT” la storia di Derry è raccontata dagli interludi scritti da Mike Hanlon, che ricostruisce eventi come l’esplosione alle Kitchener Ironworks, il massacro della Bradley Gang e l’incendio del Black Spot, tutti collegati ai risvegli ciclici di IT. La serie dichiara esplicitamente di prendere questi interludi come base: ambienta la prima stagione nel 1962, presentandola come il ciclo precedente a quello del film del 2017 (1989), e prepara stagioni future che andranno ancora più indietro, proprio come nel “catalogo” di tragedie che Mike stila nel libro. Anche il concetto del ciclo di 27 anni – fase di risveglio, strage, ritorno in letargo – è direttamente ereditato dal romanzo, mantenendo l’idea di una creatura che scandisce la storia di Derry come una serie di ondate di violenza periodica. La differenza è che, dove nel libro questa struttura emerge dal lavoro di indagine di Mike, nella serie diventa l’ossatura stessa della narrazione, con il 1962 già pensato come anello di una catena che lega passato, film e possibili futuri.
Eventi chiave di Derry ripresi dal libro
La serie recupera e mette in scena alcuni eventi storici che nel romanzo esistono “solo” come racconti, ricordi o documenti: l’incendio del Black Spot, il massacro della Bradley Gang e l’esplosione delle Kitchener Ironworks sono esplicitamente citati come base di IT: Welcome to Derry. Questi episodi, nel libro, definiscono il modo in cui IT manipola il contesto sociale e politico per trasformare le tensioni umane in massacri, mascherando la propria presenza dietro a “incidenti” storici. La serie utilizza queste stesse tragedie come nodi narrativi e simbolici: compaiono come flashback, cenni visivi o riferimenti diretti, sia per i fan del romanzo sia per strutturare un continuum storico che faccia percepire Derry come un luogo maledetto da generazioni. In questo senso, Welcome to Derry non inventa la “storia oscura” della città, ma la rende scenica, ampliando ciò che King aveva seminato nei capitoli-interludio.
Pennywise, natura dell’entità e continuità tematica
Dal romanzo la serie riprende l’idea di IT come entità cosmica che si nutre soprattutto della paura, predilige i bambini e agisce attraverso dei cicli, mimetizzandosi nella psicologia e nell’immaginario del luogo in cui vive. Il motivo per cui sceglie i bambini – la loro paura più intensa, plastica e “saporita” – è coerente con quanto emerge dai monologhi e dalle visioni del libro, e viene ribadito nel modo in cui la serie mostra il rapporto fra innocenza, bullismo e corruzione morale a Derry. Anche il modo in cui la città “copre” i crimini dell’entità, attraverso l’indifferenza o la complicità degli adulti, è un filo diretto con il romanzo: nel libro gli adulti non vedono, non vogliono vedere o razionalizzano l’orrore, e la serie adotta la stessa dinamica, solo proiettata nel contesto degli anni ’60, con razzismo istituzionale e Guerra Fredda come sfondo. Questo mantiene intatto il sottotesto principale di King: “il vero orrore non è solo il mostro, ma il modo in cui la società gli permette di prosperare”.
Hanlon, Hallorann e il multiverso kinghiano
Un collegamento cruciale è la famiglia Hanlon: nel romanzo Will Hanlon è il padre di Mike, sopravvissuto all’incendio del Black Spot, che racconta al figlio la storia di Derry e diventa una memoria vivente del passato della città. La serie sposta leggermente il fuoco, mostrando l’arrivo dei Hanlon a Derry nel 1962 attraverso Leroy Hanlon e collegando la sua esperienza militare e razziale alla corruzione intrinseca della città, ma l’idea di una famiglia che custodisce la memoria di Derry resta perfettamente in linea con il ruolo dei Hanlon nel libro.
Ancora più esplicito è il ruolo di Dick Hallorann: nel romanzo IT è uno dei fondatori del Black Spot e usa la luccicanza per salvare Will Hanlon dall’incendio; in Welcome to Derry, Dick compare come personaggio chiave con poteri psichici, ponte diretto non solo con il romanzo IT ma anche con “The Shining”. La serie integra quindi un elemento già presente nel libro (Hallorann e il Black Spot) e lo dilata per rendere più evidente il multiverso kinghiano: il finale, con il riferimento al lavoro in un hotel e alla battuta “che problemi potrà mai dare un albergo?”, è un rimando diretto alla futura esperienza all’Overlook Hotel che i lettori riconosceranno.
Timeline film vs romanzo e fedeltà complessiva
Un punto importante: Welcome to Derry non segue esattamente la timeline del libro, ma quella stabilita dai film di Muschietti, che hanno spostato l’infanzia dei Perdenti dagli anni ’50 al 1989, e l’età adulta al 2016. La serie, collocata nel 1962, si posiziona quindi come prequel all’universo filmico, pur attingendo in modo molto diretto agli elementi storici e tematici del romanzo. Dal punto di vista della “fedeltà”, molti analisti concordano che IT: Welcome to Derry sia meno un adattamento letterale e più una espansione che utilizza gli interludi, la mitologia di Derry e personaggi come Hanlon e Hallorann per costruire nuove storie nello stesso quadro concettuale. Per un lettore di King, la serie funziona come una visualizzazione ampia di dettagli che nel libro restano sullo sfondo, pur accettando compromessi e libertà legate al canone cinematografico e a una maggiore enfasi sul multiverso condiviso (Shining, La torre nera, ecc.)
Ci saranno altre serie TV?
Al momento del finale di stagione di It: Welcome to Derry, HBO non ha ancora annunciato se la serie horror tornerà per una seconda stagione. Sebbene non sia stato annunciato un rinnovo durante la messa in onda della stagione, la serie ha avuto ottimi ascolti, con il suo debutto su HBO Max dietro solo a The Last of Us e House of the Dragon.
Secondo Muschietti, le stagioni 2 e 3 di It: Welcome to Derry si faranno e andrebbero a mostrare i primi cicli di IT/Pennywise. La seconda stagione sarebbe ambientata nel 1935 e presumibilmente racconterebbe il periodo precedente al massacro della banda Bradley. La terza stagione, invece, sarebbe ambientata nel 1908 e racconterebbe l’incendio della Kitchener Ironworks. (Questi cicli si basano sulla ricerca di Mike Hanlon sul passato di IT nel romanzo originale).
La seconda stagione seguirà un po’ il percorso della prima, raccontando una storia originale ricca sia di nuove informazioni su IT/Pennywise che di Easter egg che faranno riferimento ai precedenti adattamenti. Nel finale della prima stagione, abbiamo scoperto perché quegli Easter egg erano così importanti anche per la trama generale e dei due film. Durante il loro “scontro nebbioso”, Pennywise rivela a Marge di vedere il tempo in modo non lineare, quindi sa che Marge, tredicenne, avrebbe dato alla luce Richie Tozier (interpretato da Finn Wolfhard e Bill Hader nei film). Un’informazione fondamentale in quanto sa che Richie e i Perdenti lo avrebbero infine ucciso. (Questo significa anche che Marge ha chiamato il suo futuro figlio come il suo defunto primo amore adolescenziale, Rich).
Dopo che i Perdenti del ’62 hanno “rimesso IT a dormire”, Marge ipotizza che IT possa tornare indietro nel tempo e prendere di mira i suoi/loro antenati, nel tentativo di impedire la nascita dei bambini che alla fine lo sconfiggeranno una volta e per tutte. Con questa premessa, sembra che IT abbia preso di mira Marge e Will Hanlon specificamente per la loro futura prole, quindi aspettatevi maggiori connessioni generazionali con i bambini della prossima (quasi certa) stagione.
Commento finale
It: Welcome to Derry è un prequel che riesce nella parte più difficile: giustificare la propria esistenza arricchendo il mito, invece di limitarsi a ricalcarlo, grazie a una solida costruzione della città di Derry come se fosse una vera e propria entità viva e pulsante, a un uso intelligente degli interludi del romanzo e a un Pennywise magistrale e spaventoso. Non manca qualche problema di ritmo, soprattutto nella parte centrale, e alcune scelte di CGI e sottotrame risultano meno incisive, ma l’insieme regge bene e si inserisce in modo coerente nell’universo creato da King e Muschietti. Consigliata a chi ama l’horror atmosferico, le storie corali e desidera esplorare le radici del mostro che si nasconde dietro il sorriso innaturale di un palloncino rosso.
