Recensione Everdark: Undead Apocalypse, un incubo da B-movie che “morde”

C’è un certo tipo di oscurità che non appartiene ai corridoi bui dei giochi moderni, né al jumpscare facile da trailer. È un’oscurità più vecchia, più ruvida, che profuma di VHS graffiata, di sigarette lasciate a metà su un cruscotto, di pioggia sul parabrezza mentre fuori si sente solo il rumore del motore che si spegne. Everdark: Undead Apocalypse appartiene a questo tipo di buio: quello che non cerca la perfezione, ma la sensazione. Quello che non vuole convincerti con la grafica, ma con l’atmosfera.Lo inizi e capisci subito che l’intenzione è chiarissima: riportare l’horror al suo odore originale.

Quello dei film dell’orrore degli anni ’80 che finivano sempre male, delle creature che non avevano bisogno di grandi spiegazioni, delle cittadine maledette dove nessuno dovrebbe mai fermarsi. Dojo System, studio indipendente che apre con questo titolo un nuovo universo narrativo, mette sul tavolo un FPS vecchia scuola che non chiede permesso. Ti chiude in una città dove la notte non finisce più, ti punta addosso i canini dei vampiri e ti lascia la libertà di sopravvivere nel modo più sporco possibile: pallottole, sangue, paletti nel cuore, acqua santa, un po’ di fortuna e una mano ferma. Quello che ne esce è un viaggio teso, diretto, scomodo e tremendamente affascinante nella sua rozzezza.


Versione testata : Playstation 5


Una città che non vuole raccontarsi, ma divorarti

La storia comincia nel modo più classico e più efficace possibile: un incidente, la pioggia, le luci di una città che sembrano sbagliate. Il protagonista si risveglia a Everdark, un luogo che sembra dimenticato dal tempo e che ora è infestato da vampiri, apparizioni e superstiti che ti guardano come se fossi arrivato troppo tardi. Il riferimento a Resident Evil si avverte nella struttura, quello a Unreal nell’aggressività dei combattimenti, quello a Doom nella velocità, e soprattutto quello al cinema horror anni ’80 in ogni singolo fotogramma.

È una miscela che funziona perché non cerca mai di essere qualcos’altro: Everdark è una città piccola, soffocante, costruita più sulla tensione che sull’estensione. Le sue 15 mappe realizzate a mano alternano strade deserte, interni polverosi, edifici claustrofobici e sotterranei dove l’aria sembra sempre troppo densa. Il ritmo è serrato, e soprattutto è ostile. Un passo fuori posto, un angolo affrontato con troppa leggerezza, una ricarica ritardata… e ti ritrovi a terra senza nemmeno capire bene cosa sia successo. Qui l’horror non è tanto nei mostri, ma nella sensazione costante di essere un intruso in un luogo che non ti vuole.

Un FPS che morde, in ogni senso

È vero, Everdark è un omaggio, ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. Il gameplay ha una sua identità precisa, che combina sparatorie frenetiche e gestione delle risorse con un occhio sempre fisso sulla sopravvivenza. L’arsenale cresce in fretta: pistole, doppiette, fucili, armi bianche, acqua santa, croci, aglio, e soprattutto il paletto, usato per le uccisioni finali.

Questo è uno dei tratti migliori del gioco: quando un vampiro vacilla, puoi avvicinarti, afferrarlo e finirlo con un’esecuzione da vero cacciatore. È una meccanica spettacolare che richiama il cinema e che spezza l’inerzia degli scontri con un impatto visivo e sonoro che resta addosso. La gestione delle munizioni è un altro punto chiave: non puoi sparare come se fossi in un action moderno, devi valutare, devi scegliere, devi sbagliare. Una sequenza giocata d’istinto può funzionare, ma lo stesso istinto può tradirti due minuti dopo. Una delle criticità più evidenti è la brutalità con cui il gioco gestisce le morti. Si muore spesso e si muore di colpo.

Non c’è animazione, non c’è transizione, non c’è un segnale chiaro che ti dica che stai per finire giù. Semplicemente, ti ritrovi al checkpoint. Questa scelta è coerente con l’estetica dura e diretta del gioco, ma allo stesso tempo può risultare frustrante. Le fonti citano problemi anche nella chiarezza della salute, e confermo: l’indicatore non aiuta, e nei momenti concitati non hai il tempo materiale di interpretarlo. Quando il gioco devia dalla tensione voluta e scivola nella frustrazione evitabile, si sente.

Il cuore survival horror si sente e non dispiace

Nonostante la base sia quella di un FPS adrenalinico, Everdark non dimentica una parte essenziale della sua identità: la sopravvivenza. L’atmosfera ti ricorda costantemente che sei solo, che ogni corridoio può essere l’ultimo, che ogni nemico è capace di toglierti tutto. La gestione delle fasciature, degli oggetti consacrati, dei percorsi più sicuri crea una dinamica che oscilla tra l’aggressione e la prudenza.

Puoi avanzare come un tank per un corridoio, e ritrovarti con la schiena al muro in quello successivo. Il design dei livelli è pensato proprio per amplificare questa sensazione: poche aree aperte, molte sezioni strette, numerosi punti ciechi. Si vede l’intenzione, si percepisce la volontà del team di riportare la sensazione degli horror vecchio stile, dove ogni scelta era un rischio e non un automatismo.

Il fascino del B-movie fatto bene

Everdark gode di quel tipo di fascino che non si costruisce con il realismo, ma con l’immaginario. È la stessa allure dei B-movie horror che guardavi da ragazzina di nascosto sul divano: trucchi pratici evidenti, battute improbabili, villain sopra le righe… eppure tutto incredibilmente vivo. Il gioco prende in prestito quell’estetica senza farne parodia, restituendola con sincerità e con una cura per la messa in scena che funziona proprio perché non prova mai a sembrare qualcosa che non è.

La fotografia digitale sporca, i neon sbiaditi, il rosso quasi fumettistico del sangue, la recitazione volutamente caricata: ogni elemento parla la lingua dell’horror artigianale, quello dove il budget non è alto ma l’identità sì. E mentre esplori Everdark con un fucile consumato e una manciata di paletti, hai la sensazione precisa di essere dentro un film di secondo piano che però si prende tremendamente sul serio. È questo equilibrio — tra rispettosa imitazione e leggerezza narrativa — a rendere l’esperienza così memorabile e a dare al gioco un tono che difficilmente si dimentica.

Le sezioni frustranti ci sono, e si sentono

È importante essere chiari: Everdark: Undead Apocalypse non è un gioco perfetto. Ha difetti evidenti, alcuni strutturali, altri ereditati da scelte di design molto coraggiose ma non sempre efficaci. Le fonti sottolineano che il sistema dei checkpoint tende a creare un loop “VR–like”, dove combatti sempre nelle stesse micro-aree. È vero.

E questo spezza l’immersione: più che un mondo da esplorare, a volte sembra di attraversare un set teatrale con porte che si chiudono dietro di te. Il gioco non vuole essere facile, e va bene così. Però la punizione arriva spesso troppo velocemente, senza preavviso, senza tempo per reagire. Questo può far perdere parte del fascino horror a favore di un fastidio “ludico” che poteva essere evitato con un minimo di bilanciamento in più.

Un primo capitolo che apre un universo

La cosa più interessante, leggendo attentamente le fonti e vivendo l’esperienza in prima persona, è che Everdark non è un progetto isolato. È solo il primo capitolo di un universo narrativo che Dojo System vuole espandere. Un mondo di vampiri, culti, creature e atmosfere nere che merita di essere esplorato molto più a fondo. Si sente che è l’inizio di qualcosa. Si sente che c’è un potenziale enorme sotto una superficie ancora grezza. La struttura è lì, il ritmo è quello giusto, la personalità è fortissima. E il team, se saprà incanalare meglio le idee, potrà costruire una saga horror davvero significativa.

Commento finale

Everdark: Undead Apocalypse è un gioco imperfetto, ma vibrante. È un horror in prima persona che non ha paura della sua identità: ruvida, sanguigna, nostalgica, schietta. Quando funziona, regala momenti di pura tensione e un’estetica che profuma di B-movie di qualità; quando inciampa, lo fa nei checkpoint aggressivi, nelle morti improvvise e nella difficoltà a tratti sbilanciata. Ma il cuore del progetto batte forte: vampiri, anni ’80, armi sporche, paletti nel cuore e un mondo che promette molto di più di quello che mostra ora. Come primo capitolo di un universo narrativo, è un inizio solido. Come sparatutto horror, è grezzo e divertente nel modo giusto, purché si accetti la sua natura spietata.

7.0

Everdark: Undead Apocalypse


Everdark: Undead Apocalypse è un gioco imperfetto, ma vibrante. È un horror in prima persona che non ha paura della sua identità: ruvida, sanguigna, nostalgica, schietta. Quando funziona, regala momenti di pura tensione e un’estetica che profuma di B-movie di qualità; quando inciampa, lo fa nei checkpoint aggressivi, nelle morti improvvise e nella difficoltà a tratti sbilanciata. Ma il cuore del progetto batte forte: vampiri, anni ’80, armi sporche, paletti nel cuore e un mondo che promette molto di più di quello che mostra ora. Come primo capitolo di un universo narrativo, è un inizio solido. Come sparatutto horror, è grezzo e divertente nel modo giusto, purché si accetti la sua natura spietata.

PRO

Atmosfera da B-movie anni ’80 riuscitissima | Azione frenetica con esecuzioni al paletto davvero soddisfacenti | Ottima alternanza tra horror, shooting e gestione delle risorse | 15 livelli curati a mano con buon ritmo e sorpresa costante | Primo capitolo di un universo narrativo molto promettente

CONTRO

Morti troppo improvvise e indicatori poco chiari | Checkpoint eccessivamente ravvicinati che spezzano l’immersione | Difficoltà sbilanciata in più sezioni | Qualche glitch tecnico e ricaricamenti fastidiosi

4News.it è una fonte di OpenCritic.com, il più grande aggregatore internazionale di review dedicato al mondo dei videogames.

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