MOUSE: P.I. For Hire è uno di quei titoli in grado di esercitare un fascino magnetico fin dai primi attimi. E non parliamo del momento in cui si avvia il titolo sulla propria console o sul proprio PC. Ci riferiamo ai primissimi udibili vagiti di un progetto, che coincidono con il fatidico istante dell’annuncio ufficiale. Non tutti riescono ad ammaliare da subito, soprattutto quando si tratta di IP inedite di progetti indie. Un obiettivo complesso, ma non impossibile.
Sviluppato dal team polacco Fumi Games e pubblicato da PlaySide Studios, MOUSE: P.I. For Hire ci ha stregato fin dal suo annuncio nel 2024. Sull’onda lunga del successo di Cuphead, gli sviluppatori polacchi hanno avuto un’idea semplice ma geniale. Unire l’animazione “rubber hose” tipica degli anni ’30 ad un’atmosfera noir, sfruttando un look vintage ma mettendo in mano ai giocatori un FPS che unisce tradizione e contemporaneità. Una visione ambiziosa ma al contempo rischiosa. Come riuscire a non scivolare nel mero esercizio di stile artistico? E contestualmente realizzare un titolo ludicamente solido e con una propria personalità tale da non perdersi nel mare magno del genere? Ma si sa… chi non risica, non rosica.
MOUSE: P.I. For Hire è disponibile dal 16 Aprile per PC (via Steam), Xbox Series, PlayStation 5 e Nintendo Switch 2.
Versione testata: PlayStation 5
Ma tu non eri Eddie Valiant?
Come già accennato, MOUSE: P.I. For Hire cala i giocatori in un contesto dall’immaginario quanto mai riconoscibile ed iconico: quello dei racconti noir.
La storia è ambientata tra i vicoli bui e malfamati di Mouseburg, un’immaginaria città in cui malvivenza ed intrighi di corruzione sono all’ordine del giorno. Anzi, della notte. Jack Pepper, ex eroe di guerra diventato detective privato, è uno dei pochi in cerca della reale giustizia in un dedalo urbano di fumo e jazz. Quando un famoso illusionista scompare misteriosamente, Pepper viene incaricato di risolvere l’enigma. Quello che inizialmente sembra un caso semplice, inizia a complicarsi sempre di più tra il coinvolgimento del candidato sindaco, la proliferazione della criminalità e il benestare delle forze dell’ordine.

La sceneggiatura di MOUSE ripercorre per grandi linee i principali topoi (eheh) del genere, prendendosi tuttavia margine per mettere nel calderone un bel po’ di stravaganza. Si passa da Frankenstein Junior a Resident Evil 2, senza dimenticare rimandi a Bioshock ed al sempiterno Doom. Il risultato è un viaggio caleidoscopico, che probabilmente racconta in maniera meno pura ed approfondita intrecci e tematiche del noir, ma non per questo non accompagna con gusto per tutta la durata della longeva campagna. E che si può fregiare di un doppiaggio di alta qualità, su cui svetta l’inossidabile Troy Baker nel ruolo del protagonista, ed una soundtrack semplicemente fantastica. Certo, non sarà Il mistero del falco. Ma non ne ha neanche le velleità e sarebbe ingiusto aspettarsi una scrittura così elaborata.
Come è facile immaginare, grandissima parte del fascino di P.I. For Hire è in tutto ciò che ruota attorno alla presentazione. L’animazione in stile “rubber hose” porta in vita personaggi ed avversari, ricchi di particolari e personalità, autentico attestato al virtuosismo artistico del team di sviluppo. La scelta del filtro in bianco e nero forse non convincerà tutti, ma il risultato nella messa in scena è semplicemente fantastico. Riesce a distinguersi non solo nel panorama degli altri FPS ma altresì a celare con astuzia i limiti grafici della produzione. Senza tuttavia lesinare sulle performance: il titolo viaggia tranquillamente a 4K e 60 FPS (salvo qualche sporadico calo) e può addirittura arrivare a 1600p a 120 FPS.

Cartoni… Ci cascano sempre!
Assodato dunque che artisticamente MOUSE: P.I. For Hire è un gioiellino, la domanda fondamentale diventa: è altresì altrettanto valido da giocare?
Su questo versante, la risposta è un rinfrancante si. In molti hanno citato Doom Eternal come metro di paragone concettuale e anche da parte nostra non ci sentiamo di dissentire. Fumi Games ha preso il capolavoro id Software e ne ha estratte le lezioni più essenziali: gameplay veloce, mobilità accentuata, azione travolgente senza rigenerazione passiva della salute.
Attraverso ben ventiquattro missioni principali dalla forte varietà, Jack Pepper si troverà ad esplorare ambientazioni diversificate e progressivamente sempre più articolate, risolvere piccoli enigmi e soprattutto sparare a tutto ciò che si muove.

Sparare è infatti il mantra principale di MOUSE: P.I. For Hire. Pistole, fucili e mitragliatrici in stile anni del proibizionismo si alternano a proposte molto più eccentriche. Ci sono armi che permettono di congelare gli avversari, altre di affettarli ed alcune addirittura di scioglierne le membra. Se si aggiunge che ogni arma ha a disposizione un fuoco secondario da poter sbloccare, il risultato è una selezione duttile che permette agli scontri a fuoco del titolo di essere sempre variegati.
Il level design, inizialmente piuttosto lineare e forse a tratti eccessivamente conservativo, evolve rapidamente con il passare delle ore. I livelli si fanno così più aperti, le arene più spaziose, le insidie più pericolose. Ma soprattutto a cambiare è il protagonista. Andando avanti nell’avventura, oltre ad avere accesso a nuove armi, ottiene abilità di movimento che avvicinano sempre più Jack Pepper al funambolismo del Doom Slayer.
E tra una missione e l’altra, è possibile accedere ad un HUB dove svagarsi con un minigioco di carte ispirato al baseball (che si intreccia con una categoria ben specifica di collezionabili), chiacchierare con NPC che potrebbero avere incarichi secondari e potenziare le proprie armi con i progetti reperiti nei livelli.

Quando ho ucciso tuo fratello, io avevo…
Non vi mentiremo: per noi MOUSE: P.I. For Hire è davvero una figata. Se pensiamo infatti a quanto cuore il team polacco ha riposto nell’avventura di Jack Pepper, non possiamo che sorridere appagati. Soprattutto se si pensa che si tratta di un titolo venduto a prezzo budget (€ 29,99) che offre quantità e qualità che talvolta sono estranee a produzioni molto più blasonate.
Al tempo stesso, non possiamo tuttavia non segnalare alcuni aspetti della produzione che ci hanno lasciato con una punta di amaro in bocca. A cominciare dal gunplay. Prima che restiate sbalorditi (“ma come, di un difetto così rilevante se ne parla solo adesso?“), lasciateci spiegare.
P.I. For Hire ha delle ottime fasi shooting, che tendono a diventare sempre più entusiasmanti e divertenti col progredire delle ore, con l’aumentare delle abilità del protagonista, con la costante evoluzione dei livelli e con l’arricchimento dell’arsenale. Tuttavia, a primo impatto il feedback dei colpi è peculiare. Sarà per la miscela tra ambientazioni 3D e personaggi bidimensionali, sarà per un non ottimale bilanciamento tra feedback delle vibrazioni e campionatura dell’effettistica, ma all’inizio si resta un po’ spaesati. Come se le sparatorie non avessero il peso che dovrebbero. Resta tuttavia una sensazione che sparisce in fretta, ma alcuni potrebbero rimanerne scottati e decidere di terminare anzitempo le investigazioni di Pepper.

Proprio la raccolta di indizi è un altro aspetto che lascia potenzialmente interdetti. Al netto di un titolo che, nominalmente, punta anche sull’investigazione, a conti fatti essa si risolve in maniera fin troppo passiva e lineare. Gli indizi non sono altro che oggetti chiave che spesso vengono attribuiti con il completamento dei livelli. E una volta riposti sulla bacheca dell’ufficio di Pepper, presso l’HUB principale del gioco, i collegamenti tra le prove si attivano in modo automatico puntando verso la risoluzione dei casi. Sarebbe stato molto più piacevole trovarsi di fronte a piccoli enigmi di logica per poter proseguire, anziché un automatismo predeterminato.
Non ci siamo rivelati particolarmente fan neanche della gestione delle missioni secondarie. Non tanto per la loro struttura, che spesso fornisce pretesti per affrontare nuovamente livelli già completati in cambio di qualche bonus o collezionabile. Ma per il fatto che siano così facili da perdersi per strada, sia per il loro essere non così chiaramente segnalate, sia perché spesso vincolate a strettissime finestre temporali. Se ci si aggiunge che non è possibile rigiocare i livelli e che pertanto se non si completa una missione prima di proseguire la si perde per l’intera partita, beh, il risultato non è così piacevole o user friendly. Non sempre tutto ciò che è old school è necessariamente meglio, ecco.

Commento finale
Nel mondo dell’intrattenimento, l’assenza di imponenti capitali produttivi non preclude la realizzazione di grandi opere. MOUSE: P.I. For Hire è l’esatta fotografia di questo genere di traguardi. Fumi Games unisce alla tradizione degli FPS frenetici l’estro di una direzione artistica ispirata alla rubber hose anni ’30, per un risultato finale capace di sorprendere. Un’avventura longeva, ricca di atmosfera noir, con uno stile visivo favoloso ed una varietà ludica ragguardevole. Nota bene: il bianco e nero potrebbe non essere per tutti, così come un sostanziale carattere derivativo rischia di mettere in crisi la freschezza a lungo andare. Ma di fronte ad un successo di questo tipo, peraltro a prezzo budget, c’è solo da togliersi il cappello.




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