Recensione Wonder Boy: The Dragon's Trap

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Déjà-vu arricchito da una grafica meravigliosa.

Versione testata PlayStation 4.

La nostalgia può fare del bene o fare del male, ma fintanto che riesce a riportare su console uno dei grandi classici del passato può fare del bene. È quello che sono riusciti a fare i ragazzi di DotEmu con Wonder Boy: The Dragon’s Trap, che di fatto è un gioco di ben 28 anni fa. Ma, dandogli uno sguardo veloce e provandolo con mano, lo direste? Forse soltanto il sistema di controllo è rimasto quello di un tempo, nella sua leggera legnosità e macchinosità. Tutto il resto è stato rifatto da zero. Insomma: è un gioco nuovo, ma non lo è.

Si tratta di un remake da zero del caro vecchio Wonder Boy III: The Dragon’s Trap, il quarto videogioco (nonostante quel “tre” nel titolo) della serie di Wonder Boy, prodotto da SEGA e Westone nel 1989 per Master System e Game Gear, ma non per Mega Drive. Una serie un po’ controversa in effetti, quella di Wonder Boy: come tanti altri videogames e anime provenienti dal paese del sol levante, si sono avute false traduzioni, traduzioni a metà, e anche sovrapposizioni. Così che, molto spesso, i titoli Wonder Boy e Monster Boy/Monster World si sono confusi. Comunque, i pochi a conoscerlo nel nostro paese lo conoscono come “Wonder Boy”, e tanto basta.

Vediamo insieme perché siamo rimasti stregati dal lavoro di restauro di questa piccola e imperitura perla videoludica.

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Maledetto sia quel Drago

Le premesse narrative di Wonder Boy: The Dragon’s Trap, nonostante sia un remake, sono le stesse di allora: l’anima del gioco è rimasta quella, non è stata né rivista né stravolta né ripensata. L’inizio del gioco riprende il finale di Wonder Boy in Monster Land: il ragazzo delle meraviglie si trova nel castello del Drago (ovviamente reso molto più breve e semplice dell’infernale labirinto del precedente titolo), armato di tutto punto e quasi invulnerabile. Siamo sostanzialmente indistruttibili, ma la sensazione di onnipotenza durerà poco, fidatevi: Wonder Boy riesce ad essere un videogioco molto cattivo per gli utenti degli anni 2000.

Una volta battuto il drago il nostro eroe viene colpito da una maledizione che lo tramuta in una lucertola antropomorfa: da qui il titolo dell’avventura, la “trappola del Drago”. Da questo momento in poi passeremo attraverso varie trasformazioni, diventando degli uccelli, topi, mostri marini, e chi più ne ha più ne metta, fino a riuscire a completare l’avventura, sconfiggere il nemico finale e riacquisire la nostra forma umana. Fatto simpatico, che rappresenta una differenza rispetto a 28 anni fa: adesso è possibile giocare anche con Wonder Girl, la controparte maschile del protagonista. E persino il titolo cambierà, diventando Wonder Girl: The Dragon’s Trap! E c’è chi ancora accusa i videogiochi di maschilismo.

Ah, gli Action Platoform di una volta!

Per riacquisire le sembianze del grazioso ragazzo che eravamo dovremo esplorare in lungo e in largo Il Mondo dei Mostri, vagando attraverso una serie di mondi tutti rigorosamente bidimensionali, composti da macro-aree tutte interconnesse tra di loro. La struttura di gioco, completamente immutata, è quella tipica dei classici adventure a scorrimento orizzontale: facendoci largo tra innumerevoli pericoli e nemici di ogni sorta ci toccherà raggiungere la fine del livello, dove ci attenderà un’impegnativa boss fight contro il cattivone di turno.

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Wonder Boy: The Dragon’s Trap mantiene la stessa complessità che era propria del titolo originale, è un gioco a tratti apertamente difficile, che richiede riflessi pronti, pazienza, audacia e riflessione. Senza ricalibrare minimamente il gameplay, il remake ci costringe a memorizzare a dovere i pattern dei numerosissimi mostri che ci sbarreranno la strada, la posizione delle trappole, l’architettura degli stage e i nascondigli degli scrigni in cui trovare potenziamenti o pozioni curative.

È forse proprio in questi dettagli che Wonder Boy inizia ad avvertire leggermente gli acciacchi della vecchiaia: la legnosità che contraddistingueva alcuni esponenti del genere nell’era 8-bit si ripresenta in un sistema di controllo non sempre rattivo, e anche con una finestra d’invulnerabilità un po’ incerta. È così che si giocavano i videogiochi di un tempo, però, e del resto Wonder Boy: The Dragon’s Trap non vuole sconvolgere o modificare il genere, bensì portare alla sua riscoperta. Ed è proprio così che, poco alla volta, torna ai giorni nostri il fascino imperituro delle avventure old school, in cui ogni “quadro” superato senza subire danni rappresentava una piccola, grande soddisfazione personale. Il nuovo The Dragon’s Trap conserva con cura maniacale tutta la bellezza di un’opera intramontabile, severa e punitiva nei confronti di chi ne sottovaluta il livello di sfida.

Il Remake delle meraviglie

Wonder Boy di nome, Wonder Boy di fatto: il fattore “meraviglia” investe completamente il comparto tecnico e grafico artistico del lavoro dei DotEmu. Il gioco è letteralmente una meraviglia e una gioia per gli occhi, si intravede la cura maniacale per ogni animazione, ogni angolo dei livelli, ogni nemico affrontato, persino gli oggetti raccolti sono curati. In questo modo si è riusciti a portare nel 2017 un gioco di 28 anni fa, uscito su console in cui all’epoca già si gridava al miracolo per quei quattro pixel in croce.

Se non credete al miracolo rispetto alla vecchia versione di Wonder Boy, sappiate che gli sviluppatori hanno introdotto una curiosa feature che permette in ogni momento di scambiare la grafica a schermo tra quella del vecchio gioco e la nuova. Vi ritroverete così a fare un confronto tra il giorno e la notte: uno schermo pixelloso (seppur nostalgico) contro lo stesso gioco in scala 1:1, ma completamente ridisegnato a mano e animato con perizia magistrale. Già solo questo aggiornamento vale (quasi) pienamente i 20 euro richiesti per godere ancora una volta dell’avventura.

Commento finale

Wonder Boy: The Dragon’s Trap è un gioco adatto a tutti, ma sicuramente verrà giocato con le lacrime agli occhi da chi c’era già nell’anno 1989. La nostalgia per i tempi che furono è tanta, ma tanto è stato anche l’impegno degli sviluppatori per rendere attuale, moderno e interessante una perla degli anni passati, anche agli occhi di chi rifugge (e fa male) i “giochi con i pixel”. Se poi cercate anche un titolo in grado di offrirvi una sfida interessante, sappiate che Wonder Boy è già difficile al livello “normale”. E tenete conto che possiede ben tre livelli di complessità selezionabili… 

Pro Contro 
– Divertente come un tempo
– Remake realizzato con tanto amore
– Graficamente e artisticamente superlativo
– Anche breve, come un tempo
– Il prezzo andrebbe forse un tantino limato
– A tratti legnoso
  Voto Globale: 85 
 
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