Death Relives – pubblicato il 26 luglio 2025 su PC (tramite Steam), PlayStation 4, PlayStation 5 e Xbox Series X|S – è il primo titolo del piccolo team di sviluppo turco Nyctophile Studios. Il gioco propone un survival horror in prima persona basato sulla mitologia azteca, incentrato sul dio Xipe Totec (“Nostro Signore lo Scorticato”), dio della morte e della rinascita.
Versione testata: PlayStation 5
Trama e ambientazione
Nei panni di Adrián, un adolescente che indaga sulla misteriosa scomparsa della madre, il giocatore viene trascinato in una dimensione parallela dominata da antichi rituali e sangue sacrificale. Il setting principale è una villa infestata, dove si celano segreti molto più profondi legati alla cultura azteca. La narrazione si dipana in una progressione lineare che mescola flashback storici – persino sulla nave di Cortés – e collezionabili legati alla mitologia. Il ritmo narrativo fatica a decollare nelle prime ore: gran parte dell’esperienza viene percepita come una serie di vignette horror isolate, con la trama che accelera solo verso il finale.
Sentitelo sul collo ad ogni passo che fate. Dovete rimanere nascosti e scappare da esso mentre risolvete enigmi lungo la strada. Non avete superpoteri, solo equipaggiamento limitato.
Gameplay e meccaniche
Il cuore del gameplay è il survival stealth, in stile Amnesia o Alien: Isolation, ma senza possibilità di scontro diretto efficace. Non si possiedono superpoteri, ma solo strumenti antichi. La divinità che vi insegue, è inarrestabile e invulnerabile: non può essere uccisa; è possibile soltanto rallentarla o evitarla (ove possibile). Questa scelta impone un ritmo di gioco lento, basato sull’esplorazione cauta, caratterizzata altresì da enigmi ambientali e da un sistema di combattimento ritualistico, l’osservazione dei pattern del nemico e l’utilizzo dei nascondigli sparsi per l’ambiente di gioco (armadi, tavoli, finte pareti). Tuttavia, l’intelligenza artificiale del dio non è particolarmente raffinata: capita che il nemico si incastri, giri a vuoto o si teletrasporti in modo innaturale, spezzando la tensione e la coerenza del mondo di gioco. Un elemento distintivo è il God Seed, un bracciale vegetale vivente (anch’esso legato alla mitologia azteca) che funge da radar organico: indica sia la posizione del dio e sia quella del giocatore, sottraendo però vitalità ad entrambe le entità. Eliminare gli spiriti vaganti (che rappresentano le anime delle vittime precedenti) per raccogliere sangue ed estendere la vita del Seed diventa essenziale. Permette altresì di usare poteri rituali come proiezioni per distrarre il nemico o lanci rituali per allontanarlo temporaneamente. Questa meccanica crea una tensione costante tra esplorazione e rischio, ma può anche diventare ripetitiva: combattere e dissipare spiriti per raccogliere sangue si rivela monotono, con un pattern praticamente sempre identico. Per quanto riguarda invece gli enigmi ambientali, questi sono ispirati a simbolismi aztechi: Combinazioni basate su glifi e simboli religiosi; puzzle meccanici legati a statue, altari o rituali; codici nascosti in documenti, murales o QR code che interagiscono anche con la companion app. Gli enigmi sono integrati abbastanza bene nell’ambiente, ma talvolta sono caratterizzati da scarsa chiarezza o interfaccia poco reattiva, rendendoli più frustranti che appaganti in certi momenti.

Il gioco non offre un vero game over, ma ogni morte porta a visioni e flashback narrativi: il protagonista vive scene tratte dal passato del dio o da antichi sacrifici umani. Ogni decesso non è quindi solo punizione, ma parte dell’esperienza narrativa, con oltre 15 animazioni di morte differenti, spesso violente e disturbanti. Questo approccio lo abbiamo particolarmente apprezzato in termini di coerenza tematica ma – se si muore troppo spesso – potrebbe risultare tedioso e ripetitivo. Le ambientazioni – invece – sono strutturate in modo semi-lineare. Non c’è un open world, ma diverse sezioni interconnesse in cui il ritorno a vecchie aree è spesso necessario.
Tuttavia, il level design non è sempre leggibile: mancano mappe chiare, i punti di riferimento sono pochi, e l’atmosfera visiva (spesso oscura e uniforme) rende difficile orientarsi. La durata è di circa 6-8 ore, con possibilità di estendere la longevità collezionando tutti gli oggetti e completando gli archivi narrativi. Non ci sono skill tree né vere evoluzioni del personaggio: la progressione è legata alla scoperta di nuove funzioni del God Seed o a zone sbloccabili tramite enigmi.
Companion app
Un’idea ambiziosa viene rappresentata da una companion app che trasforma lo smartphone del giocatore nel dispositivo di Adrián: si possono scansionare QR code, interagire via chat con il padre AI, scorrere gallerie e feed social. Purtroppo, se in teoria il sistema mira al coinvolgimento e all’immersione, in pratica soffre di dialoghi piatti, immagini AI disturbanti (volti deformi, emoji a sproposito) e una dissonanza tonale che lascia la scelta in questione più come un difetto che un valore aggiunto.
Grafica e tecnica
Il punto di forza visivo del gioco sta nella direzione artistica, non nella potenza grafica in senso stretto. L’ambientazione – una villa misteriosa legata a rituali aztechi – è realizzata con una cura evidente per i dettagli simbolici e la costruzione di un’atmosfera opprimente. Lo si capisce dall’uso frequente di tessuti rituali, statue votive, glifi e simboli religiosi, ambientazioni ispirate a templi, caverne, catacombe e sezioni della nave di Cortés, illuminazione fioca e dinamica, con l’effetto torcia che crea zone d’ombra profonde e inquietanti. Molti ambienti sono volutamente claustrofobici e saturi di elementi culturali, il che rafforza l’identità visiva unica del gioco. Su PS5, il gioco utilizza una illuminazione volumetrica discreta che accentua il senso di minaccia. Alcune zone hanno una luce calda e rituale, altre un buio totale dove la torcia è indispensabile. Non si parla di ray tracing, ma piuttosto di una gestione “old-school” della luce, molto efficace per il genere. Tuttavia, in alcune sezioni, l’illuminazione non è ben bilanciata: scene troppo scure o con riflessi mal calcolati possono rendere difficile distinguere dettagli fondamentali per il gameplay (es. indizi, passaggi). I modelli dei personaggi e dei nemici sono discreti ma non all’altezza delle potenzialità PS5: Xipe Totec ha un design inquietante, con pelle squarciata, piume sacre e elementi rituali, ma a livello tecnico il modello risulta rigido e non sempre fluido nei movimenti. Gli spiriti erranti sono meno curati: sembrano ripetitivi e poveri di varianti. L’assenza di espressioni facciali dettagliate, unita a transizioni legnose tra animazioni, può compromettere il coinvolgimento nelle cutscene.

Le texture degli ambienti – invece – sono una combinazione di alta e media qualità. Alcune superfici sembrano “lavate” o piatte, un effetto probabilmente dovuto a un sistema di streaming delle texture non ben ottimizzato. Oggetti importanti e zone centrali (altari, idoli, maschere) hanno buoni livelli di dettaglio. Elementi secondari (muri, mobili, pavimenti) mostrano texture in bassa risoluzione, soprattutto se osservati da vicino.
Dal punto di vista tecnico il gioco gira a 30 FPS stabili ma non offre (al momento) una modalità performance a 60 FPS. Abbiamo riscontrato diversi problemi: IA nemica imprecisa, bug grafici (come pop-in di texture evidente quando si ruota velocemente la visuale, ombre tremolanti o oggetti che fluttuano, alcuni effetti visivi come nebbia, fumo, filtri sangue che appaiono posticci o datati) tempi di caricamento lunghi, prompt incoerenti, clip audio sovrapposte. La sensazione è quella di un titolo con ambizioni elevate, ma soggetto a una realizzazione altalenante e poco rifinita. Le animazioni dei decessi (seppur mostrano talvolta compenetrazioni e problemi di sincronizzazione tra corpo del protagonista e ambiente.) sono particolarmente elaborate, con sequenze brutali che evocano Alien: Isolation. Altre – invece – rovinano l’immersione a causa di dettagli tecnici rivedibili: l’azione del giocatore di entrare nei nascondigli ha dei movimenti innaturali, causando leggeri effetti di nausea o disorientamento. In sintesi, il gioco non sfrutta appieno l’hardware PS5, risultando più simile a un titolo cross-gen leggermente potenziato. Va però sottolineato che la grafica e il comparto audio lavorano bene insieme. L’uso di suoni diegetici (respiro, passi, bisbigli), insieme all’aspetto visivo rituale, crea una tensione immersiva, nonostante i limiti tecnici. In particolare, i momenti in cui si sente il fischiettio della morte (death whistle) e si vede Xipe Totec avvicinarsi sono tra i più forti in termini di “presentazione horror”. Da segnalare che il gioco non è localizzato in italiano.
Commento finale
Death Relives è un titolo che merita per quanto riguarda l’approccio originale alla mitologia azteca e per l’atmosfera ricca di tensione. Le ambizioni creative – dalla voce in nahuatl alla companion app – testimoniano un tentativo di offrire un’esperienza horror immersiva e innovativa. Tuttavia, il gioco è fermamente ancorato a scelte tecniche debilitanti, IA superficiale e meccaniche troppo sbilanciate verso la furtività e la ripetitività. Se cercate un horror insolito e culturalmente curato, può valere la pena dargli una chance (considerando il prezzo budget di €24,99); ma non aspettatevi un capolavoro: è un esperimento ambizioso ma davvero troppo acerbo.








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