Recensione Dying Light: The Beast, l’animalesca vendetta di Kyle Crane

Nato come espansione del precedente capitolo, Dying Light: The Beast è col tempo divenuto un vero e proprio episodio a sé stante del franchise Techland, fortunatamente. Forse vi chiederete il motivo di questo nostro ultimo inciso. È presto detto. Siamo rimasti scottati da Dying Light 2: Stay Human.

Il titolo si era rivelato, al momento del lancio, una piccola delusione. Complici aspettative lievitate esponenzialmente per via delle promesse pubblicizzate nel periodo dello sviluppo, Stay Human era stato alla fine molto ridimensionato. E con esso, anche il suo impatto complessivo. L’impegno di Techland nel supportare la propria creatura, ancora una volta dopo l’eccezionale sviluppo post lancio del capitolo originario, è stato encomiabile. Stay Human è stato supportato per tanti anni, arricchito di feature che lo hanno avvicinato il più possibile al concept iniziale. Ma agli occhi di molti fan, il progetto è rimasto un sensibile passo indietro rispetto al memorabile capostipite. Forse anche in questa chiave di lettura, la volontà di rendere The Beast non più una espansione bensì un nuovo capitolo standalone è emblematica. Soprattutto perché segna il grande ritorno di Kyle Crane e di quanto aveva reso memorabile Dying Light.

Dying Light: The Beast è disponibile dal 18 Settembre per PC (via Steam), Xbox Series e PlayStation 5.


Versione testata: PlayStation 5


Sono passati tredici anni…

Dopo gli eventi narrati nel primo Dying Light ed in The Following, il protagonista Kyle Crane è stato catturato dal misterioso Barone. La particolare resistenza del protagonista al virus è divenuta infatti particolarmente appetibile per questo losco figuro, dedito agli esperimenti scientifici più estremi e moralmente discutibili. Inizia così, per Kyle, un periodo di prigionia di ben tredici anni, fatti di torture ed esperimenti per trovare il segreto insito nei suoi geni e trasformarlo in una perfetta arma biologica. Il fato tuttavia prende una svolta inattesa: grazie ad una serie di circostanze inattese ed un aiuto esterno, Crane riesce a fuggire. Tornato libero in un mondo profondamente diverso da quello che ricordava, Kyle deciderà di vendicarsi del Barone e della sofferenza patita. A qualunque costo.

Quanto può cambiare un uomo che ha subito l’orrore?

Non si può affermare che The Beast sia particolarmente originale nelle proprie premesse narrative. Da questo punto di vista, possiamo confermare che la trama del titolo non fa gridare al miracolo e finisce con l’essere una classica storia di rivalsa sanguinosa. Al tempo stesso, riesce ad essere una sceneggiatura piacevole e di puro intrattenimento, che prende per mano i giocatori attraverso orrori ed azione. Grazie anche ad un setting che rappresenta una boccata di aria fresca.

Messe da parte le ambientazioni prettamente urbane di Villedor, The Beast è ambientato nella verdeggiante Castor Woods. La verticalità di Stay Human cede il passo alla orizzontalità, gettando nel mixer foreste, fiumi, architetture affascinanti ed attrazioni naturalistiche varie. Una scelta coraggiosa che torna ad avvicinare la serie al capostipite, anche al costo di ridurre lo spazio per le scalate a colpi di parkour. Castor Woods, con il suo level design e la sua ingente mole di contenuti e missioni secondarie (belle quasi più delle primarie), non fa di certo rimpiangere Villedor. Anzi, siamo fortemente convinti che la scelta di sviluppo sia stata estremamente lungimirante. Un’occhiata inedita ad una realtà diversa, profondamente segnata dal disastro e ricca della cura per il dettaglio firmata Techland.

Alcuni scorci sono davvero ispirati.

Kyle SPACCA

Oltre al cambio di setting, l’altra grande novità del ritorno di Kyle Crane è nel sottotitolo stesso scelto dal team di sviluppo.

Gli anni di cattività non hanno reso il protagonista unicamente affamato di rivalsa contro il suo principale aguzzino. Le sperimentazioni hanno infatti condotto Kyle a prendere contatto con la propria Bestia, uno status alterato dalla rabbia latente che fa accedere l’alter ego del giocatore a tutte le potenzialità insite nel suo sangue. Una forza inarrestabile ed una resistenza sovrumana, in grado di mietere vittime nel giro di pochi secondi di violenza totale. Oltre ad essere un’alterazione psicofisica da poter utilizzare nei momenti più pericolosi, la Bestia occupa altresì un nuovo ramo dell’albero delle abilità (oltre a potenza, agilità e furtività) nonché un preciso inquadramento ludonarrativo.

Il parkour è rimasto una delle cose più fighe del franchise.

Progredire infatti sulla via della Bestia è possibile previo investimento degli skill points accumulati uccidendo le Chimere. Si tratta di otto mini boss particolarmente coriacei e pericolosi, nati dalla metodica follia del Barone, e dai quali è possibile estrarre la risorsa che permette a Kyle di accrescere i propri poteri. Ed acquisire potere è l’unico modo per ottenere la vendetta tanto agognata. Al netto di un ventaglio di scelte piuttosto contenute, le opzioni permettono di impostare una progressione vivace. Così, è possibile puntare su build che guardano alla forza fisica a scapito dell’agilità, così come sviluppare il personaggio nel versante completamente opposto o trovare bilanciamenti con abilità sfiziose.

Al netto di qualsiasi considerazione, proprio questa nuova feature mette in luce alcuni limiti insiti nella produzione. Il numero contenuto di Chimere e potenziamenti (soprattutto considerando il grande schema delle cose) rende fin troppo evidente che The Beast era nata come mera espansione di Stay Human. Pertanto non di certo immaginata per riempire un’avventura da circa venti ore per giungere ai titoli di coda (e tranquillamente il doppio delle ore per completare ogni incarico aggiuntivo). Al tempo stesso, proprio l’evoluzione subita in corso d’opera deve aver creato qualche grattacapo sul versante del bilanciamento dell’avventura. Alcune abilità sono infatti decisamente forti e i giocatori più smaliziati potrebbero trovare ben presto le vie (neanche troppo nascoste) per diventare delle macchine inarrestabili. Con conseguente impatto sulla tensione che Dying Light dovrebbe virtualmente sempre garantire.

Kyle era temibile nel primo capitolo, figuriamoci adesso.

E quando arriva la notte, la notte…

Al suo livello più essenziale, The Beast ripropone ludicamente gli stessi capisaldi del franchise. Tutto è rimasto al suo posto. Una mappa intrigante da esplorare, zeppa di segreti e missioni. Un combattimento estremamente fisico e viscerale, che si fa glorie di decapitazioni e spargimenti di sangue. Un parkour agile e dinamico che da voce e corpo alle iconiche dinamiche di fuga di un survival horror in cui si è sempre, costantemente, in eclatante inferiorità numerica. E torna ovviamente anche lui: il calar delle tenebre.

L’alternanza fra giorno e notte costringe ancora una volta il giocatore a tenere sotto controllo l’inesorabile ticchettio dell’orologio. Ritrovarsi nelle aree aperte al buio non è il massimo, per via della brulicante presenza di creature di gran lunga più pericolose delle loro consaguinee diurne. The Beast propone tuttavia una notte mai così buia, profonda e pericolosa. Un’oscurità in cui non riuscirete a vedere ad un palmo dal naso, in grado di trasmettere ansia e soggezione. Laddove l’uso di una torcia è una scelta amletica tra annaspare a tentoni ed attirare su sé stessi le peggiori attenzioni delle fameliche creature della notte.

Il merito di un traguardo così affascinante è in una versione migliorata del C-Engine, il motore grafico proprietario di Techland. Sono stati visibilmente migliorate l’illuminazione globale, così come anche la resa del sangue, il dettaglio delle amputazioni, la reazione dei corpi alle sollecitazioni esterne e molte altre chicche. Il risultato è un titolo davvero bello da vedere per la sua capacità di regalare un’ottima atmosfera. Anche chiudendo gli occhi su alcuni elementi più grezzi come alcuni shader timidi e un frame rate non sempre marmoreo. Ma son aspetti che, conoscendo Techland ed il suo storico in fatto di supporto post lancio, siam sicuri verranno limati col passare dei mesi.

Il tradiozionalismo di The Beast è al contempo uno dei suoi pregi e difetti. Da un lato abbiamo trovato un’esperienza che tende a riproporre la medesima formula dei predecessori, senza una decisa volontà di fare qualcosa di realmente diverso (al di là del cambio location e dei poteri della Bestia). In questo senso, il titolo potrebbe dunque risultare non così fresco. Dall’altro lato, Techland ha deciso di rifugiarsi nella confortevolezza di una formula rodata e vincente per tornare a dar lustro ad una IP con alle spalle un mezzo passo falso. Una scelta a nostro avviso saggia, che auspichiamo apra le porte ad un futuro per il franchise ancor più roseo. Pardon, rosso sangue.

Commento finale

Dying Light: The Beast è quello che sarebbe dovuto essere Dying Light 2: Stay Human. Un nuovo episodio standalone dell’apprezzata saga horror di Techland, che recupera le suggestioni che avevano reso il capostipite un cult amato e ricordato con affetto. Al netto di una tipica storia di vendetta senza troppa originalità, il cammino di Kyle Crane è efferato, brutale e decisamente spassoso. Una produzione che fa della compattezza e della concretezza le sue armi vincenti, ricordando a tutti che la notte fa sempre paura ma il castigo addirittura di più.

8.2

Dying Light: The Beast


Dying Light: The Beast è quello che sarebbe dovuto essere Dying Light 2: Stay Human. Un nuovo episodio standalone dell'apprezzata saga horror di Techland, che recupera le suggestioni che avevano reso il capostipite un cult amato e ricordato con affetto. Al netto di una tipica storia di vendetta senza troppa originalità, il cammino di Kyle Crane è efferato, brutale e decisamente spassoso. Una produzione che fa della compattezza e della concretezza le sue armi vincenti, ricordando a tutti che la notte fa sempre paura ma il castigo addirittura di più.

PRO

Un ritorno alle atmosfere del primo indimenticabile capitolo | Ricco di contenuti e con una mappa diversa dal solito | Gameplay fisico e viscerale |

CONTRO

Piuttosto tradizionale nella propria impostazione | La storia è abbastanza prevedibile | I poteri della Bestia palesano le origini modeste della produzione |

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