Recensione Ghost of Yōtei, una nuova epopea videoludica targata Sucker Punch

L’arrivo di Ghost of Yōtei su PlayStation 5 segna una nuova tappa nel percorso di crescita di Sucker Punch Productions (Sly Cooper e Infamous), capace ancora una volta di fondere storia, mito e innovazione tecnologica in un’unica visione autoriale. Dopo lo straordinario successo di Ghost of Tsushima del 2020, lo studio ha scelto di spostare l’attenzione verso nord, nell’isola selvaggia e misteriosa di Hokkaidō, dominata dalla sagoma imponente del Monte Yōtei. È qui che prende vita un racconto che ripercorre esclusivamente episodi storici, ma esplora le zone liminali dell’immaginario giapponese, dove la cultura Ainu, le tradizioni animiste e le tensioni con il Giappone feudale si intrecciano dando forma a una nuova epopea interattiva.

Fin dai primi istanti, Ghost of Yōtei si distingue per un’introduzione dal respiro ampio, che immerge il giocatore non solo in un contesto geografico, storico e culturale meno conosciuto e battuto, distante dalla familiarità che il cinema e altri media hanno spesso dato del Giappone. Non è solo la storia di una guerriera che diventa leggenda: è un viaggio dove la natura stessa si fa protagonista vivo e centrale, in cui la neve, il vento e l’imponenza del vulcano, modellano ambienti, atmosfera e persino il ritmo del combattimento, trasformando l’esplorazione in qualcosa di emozionante e carico di emozione e tensione.

Questa nuova avventura non si limita a replicare la formula vincente del predecessore. Sin da subito mostra la volontà di ampliarne il linguaggio estetico e narrativo: il fantasma evocato dal titolo non è soltanto colui (o meglio, colei) che agisce ai margini del codice dei samurai, ma anche la presenza ancestrale che lega l’essere umano al paesaggio e agli spiriti che lo abitano. Ciò segna un passo deciso verso un’esperienza che coniuga racconto storico e introspezione spirituale, mantenendo intatta la capacità di emozionare grazie a una regia attenta, a un comparto tecnico che sfrutta le potenzialità di PS5 (per dare vita a un’esperienza ancora più immersiva e visivamente sorprendente) e a un sound design che immerge il giocatore in una dimensione sospesa tra realtà e leggenda sottolineando come Ghost of Yōtei non sia solamente un sequel ideale, ma una nuova dichiarazione poetica da parte di Sucker Punch: un’opera che rinnova la tradizione, esplora una pagina poco raccontata del Giappone e arricchisce il videogioco contemporaneo di un nuovo potente capitolo.


Versione testata: PlayStation 5


La bambina che è sopravvissuta

Sedici anni fa, nella terra selvaggia di Ezo, ai piedi del Monte Yōtei, la vita della giovane Atsu fu spezzata in una sola notte. Un gruppo di fuorilegge, conosciuti come gli i sei di Yōtei, calò sul suo villaggio come un branco di lupi. Le case arsero, le grida coprirono il canto degli uccelli, e i membri della famiglia di Atsu caddero uno dopo l’altro. Alla fine, lei fu legata a un albero in fiamme, lasciata a morire.

Ma la montagna non volle la sua morte. Con una forza che nemmeno lei sapeva di avere, Atsu riuscì a liberarsi e a sopravvivere. Quella notte, una parte di lei morì comunque: la ragazza che fu non esisteva più. Negli anni che seguirono, visse tra le foreste e le steppe gelide, imparando a cacciare, combattere, muoversi come un’ombra. Ogni ferita, ogni inverno sopportato, ogni notte solitaria l’ha temprata. Il suo cuore batte per un solo scopo: vendicarsi.

Ora Atsu è tornata a Ezo. Non è più la bambina che piangeva davanti alle fiamme: è un fantasma, un mercenario solitario tormentato, silenzioso e implacabile che ha adottato la personalità dell’onryō, uno spirito di vendetta molto diffuso nel folklore giapponese. Uno a uno, i sei di Yōtei – il Serpente, l’Oni, la Kitsune, il Ragno, il Drago e il loro capo, Lord Saitō – sentiranno l’acciaio della sua lama.

Ma la vendetta (come ci ha insegnato Kill Bill di Quentin Tarantino il capolavoro cinematografico che ricorda – seppur in chiave moderna – le vicende di Atsu) non è mai semplice. E mentre Atsu attraversa le terre selvagge del nord, tra nebbie, foreste innevate e villaggi isolati, scoprirà che il passato non è mai sepolto del tutto… e che diventare un “fantasma” significa anche rinunciare a una parte di sé per sempre.

All’estremo nord del Giappone, sorge un nuovo fantasma

“Sedici anni fa…
ai piedi del Monte Yōtei…
il fuoco divorò un villaggio intero.”

“Una bambina fu lasciata a morire…
…ma la montagna la restituì al mondo.”

“Sedici inverni l’hanno forgiata.
Ha imparato a cacciare.
A colpire nell’ombra.
A diventare il terrore dei suoi nemici.”

“Ora è tornata.
Non per chiedere giustizia.
Ma per reclamare vendetta.”

“Uno a uno, i Sei cadranno.
Il serpente sarà decapitato.
Il ragno schiacciato.
L’Oni, il drago, la kitsune — nessuno sfuggirà.
E quando il sangue avrà bagnato la neve, resterà solo Lord Saitō”

“Lei non è più la bambina che era.
Non è più in vita…
È il Fantasma di Yōtei.”

Un gameplay evocativo

Il gameplay di Ghost of Yōtei si sviluppa come un’evoluzione naturale rispetto alla formula dell’originale Ghost of Tsushima, mantenendo un equilibrio tra esplorazione libera, combattimenti dinamici e un forte legame con l’ambiente circostante. La scelta dell’Hokkaidō come ambientazione influenza profondamente le meccaniche, introducendo nuove dinamiche legate al clima e al terreno che incidono direttamente sull’esperienza di gioco.

L’esplorazione – che trae ispirazione dai classici film sui samurai con un’enfasi sull’“erranza” – riveste un ruolo cardine: paesaggi sconfinati, boschi innevati e villaggi remoti offrono al giocatore una varietà di percorsi e approcci. Non si tratta soltanto di muoversi da un punto all’altro sulla mappa, ma di confrontarsi con un ambiente vivo e che reagisce. La neve rallenta la progressione, il vento guida verso obiettivi nascosti o zone di interesse, e gli animali (fra cui ad esempio gli uccelli) si trasformano in indicatori naturali, mantenendo la scelta stilistica già sperimentata in Tsushima di ridurre al minimo le interfacce a schermo. Un sistema di indizi vi porterà verso nuove avventure e aree di gioco; scegliendo di interrogare un nemico riguardo l’Oni potreste scoprire un paesaggio deturpato dal fuoco con altri nemici audaci da sfidare e nuove abilità per Atsu. Oppure fare domande sulla Kitsune potrebbe portarvi in un’area ricoperta di neve e piena di insidie con nemici che tendono imboscate e adottano nuove tattiche ninja da studiare e interpretare. Atsu fa dei disegni di ogni indizio per tenere traccia di tutte le missioni disponibili. Per velocizzare ulteriormente il processo, è possibile acquistare le mappe del viandante dal cartografo. E ogni passo avanti di Atsu nella ricerca dei Sei di Yōtei accresce la sua leggenda dell’Onryō incrementandone la taglia sulla testa e ingolosendo avversari via via più temibili.

Il combattimento alterna duelli ravvicinati a meccaniche stealth, riprendendo le basi del free-flow già consolidate ma arricchendole di nuove possibilità. L’introduzione di armi e tecniche ispirate sia ai samurai che alla tradizione Ainu (Atsu può infatti utilizzare ōdachi, yari, doppie katana e addirittura kusarigama così come armi a distanza) cambia sensibilmente il ritmo degli scontri, in cui ogni arma è particolarmente efficace contro un nemico specifico e tenendo a mente che l’approccio frontale non è sempre l’opzione migliore. Ogni scontro mette in risalto la necessità di adattarsi non solo al contesto naturale: combattere nella neve profonda o sfruttare l’ambiente come copertura diventa parte integrante della strategia ma anche in base all’avversario che si ha dinanzi. Ad esempio, la katana (singola) è ideale per affrontare gli “spadaccini” mentre le doppie katana per chi si avvale di armi lunghe (come la lancia) mentre lo yari per chi è armato di scudo e l’ōdachi per combattere i nemici imponenti. Il passaggio fra un’arma e l’altra (eseguibile semplicemente tenendo premuto il tasto R2 e il conseguente tasto quadrato – cerchio – croce) è fondamentale per facilitare l’esito della battaglia. Utilizzare un’arma non idonea – rende il tutto decisamente più complicato e tedioso da portare a termine – soprattutto quando ci si ritrova ad affrontare in contemporanea nemici diversificati (e soprattutto le boss fight che richiedono cambi costanti e repentini di strategia e attacchi). Se Atsu sta per subire un duro colpo (indicato a schermo dal colore giallo), può perdere la propria arma. Deve essere quindi più veloce del nemico. Ed ecco che vi ritroverete a cambiare arma istantaneamente, passare a quella precedente o ad eludere le difese nemiche – giocando anche un po’ sporco – attraverso la polvere accecante (i kunai e le bombe) che vi aprirà un breve spiraglio per contrattaccare. Alleandosi con diversi sensei è inoltre possibile padroneggiare ogni arma al meglio e sviluppare nuove interessanti abilità.

Una delle innovazioni più significative riguarda la componente spirituale. In determinati momenti, il gameplay integra sequenze legate a visioni, rituali o contatti con gli spiriti, dove azione e narrazione si fondono. Queste sezioni non interrompono il flusso del gioco, ma lo ampliano, offrendo un cambio di registro che arricchisce di significati la progressione e la storia. Nel corso dell’avventura, Atsu non sarà sola. A partire da un misterioso lupo che la accompagna nelle missioni, fino a una serie di personaggi che compongono il suo Branco di Lupi (che sostituisce il classico diario di viaggio), un clan di alleati il cui legame può essere rafforzato negli accampamenti. Questi, oltre a permettervi di riposare e recuperare le forze, potrebbero attirare importanti personaggi (dandovi accesso a potenziamenti e risorse). Come detto – il sistema sostituisce quello classico del diario optando per un approccio orientato sui personaggi. e consentendo di gestire gli alleati e i mercanti incontrati ad Ezo. E con il tempo, Atsu arriverà a formare il suo branco. Potrete tenere traccia di nuove abilità proposte dai sensei o di articoli unici venduti dai mercanti e/o gestendo potenziamenti, risorse e acquisti. Anche questo aspetto contribuisce a rendere l’esperienza più profonda, sia a livello narrativo che gestionale.

Il ritmo lo scandite voi!

Il ritmo di Ghost of Yōtei riflette l’impronta meditativa e contemplativa che Sucker Punch ha voluto dare all’opera. Diversamente dal carattere più marziale e serrato di Ghost of Tsushima, qui l’esperienza si articola con maggiore gradualità, alternando momenti di calma esplorativa a fasi di tensione narrativa e combattimenti intensi. Questa scelta produce un andamento narrativo che non punta alla continua accelerazione, ma a una progressione scandita, in cui i tempi lenti ed evocativi servono a far respirare la storia e permettono al giocatore di immergersi a fondo nel paesaggio naturale e spirituale. Insomma, siete liberi di fare quello che vi motiva maggiormente.

Le missioni principali dettano una struttura lineare e coesa, capace di condurre il giocatore attraverso snodi storici e drammatici di grande impatto. Attorno a esse si costruisce un tessuto di attività collaterali che non hanno solo funzione ludica, ma anche culturale: esplorare un villaggio, partecipare a un rituale Ainu, seguire gli animali, aiutare gli NPC casuali lungo il tragitto, prendendo parte anche ad incarichi particolari (alcuni decisamente riflessivi, altri a dir poco esilaranti) e alla caccia di taglie per raccogliere risorse lungo la strada, ottenere denaro, potenziamenti e cosmetici (come amuleti in grado di migliorare determinate capacità e maschere), non sono riempitivi, ma tasselli narrativi che restituiscono spessore all’esperienza complessiva. Il design si rivela così funzionale non soltanto all’avanzamento, ma anche alla coerenza tematica. Gli NPC sono caratterizzati in maniera certosina; spesso una banalissima missione secondaria (almeno all’apparenza) si rivela essere più di quanto effettivamente non fosse. Anche quelle più “ripetitive”, come la ricerca di altari della riflessione (inchinandosi davanti a essi è possibile ottenere un punto abilità da spendere in uno degli alberi disponibili), delle sorgenti termali (che permettono di incrementare i livelli di salute), seguire il lupo per aiutare a salvare un membro del suo branco catturato dai predoni dell’Oni e via discorrendo, sono state inserite e ragionate per risultare sempre variegate e immersive. Non abbiamo mai percepito di star facendo una quest “tanto per farla”. Anche i minigiochi nelle locande nascondono sorprese e tanta profondità. Tutti elementi che – al netto di evidenze importanti – abbiamo ritrovato soltanto in produzioni targate Rockstar Games come GTA V, Red Dead Redemption (2010) e Red Dead Redemption (2018). Il punto non è fare tutto o esplorare tutta la mappa ma trovare quello che vi entusiasma di più.

A quanto detto si aggiunge il bilanciamento tra libertà e direzione è che rappresenta uno degli elementi più riusciti. Il giocatore gode di ampie aree esplorabili senza perdere mai il senso di una traiettoria narrativa definita. In questo compromesso risiede l’identità del gioco: non un mondo totalmente aperto, dispersivo, ma un ambiente vasto, ricco e accuratamente guidato. L’attenzione è rivolta all’esperienza qualitativa piuttosto che alla quantità di contenuti.

Il design complessivo valorizza inoltre l’interazione ambientale. I tempi di percorrenza (con tanto di viaggio rapido a dir poco utilissimo e che consente il passaggio istantaneo da un’area all’altra della mappa di gioco), la necessità di adattarsi al clima e alle dinamiche legate alla natura, così come riposarsi quando è necessario accampandosi sotto le stelle e suonando lo shamisen (che permette altresì – dopo aver imparato la relativa canzone – di seguire agevolmente i venti e raggiungere le sorgenti termali, gli altari della riflessione e altro), introducono un ritmo che invita alla riflessione più che alla frenesia. In questo senso, Ghost of Yōtei si propone come un’opera dal respiro ampio e cadenzato, che privilegia la coerenza artistica e narrativa rispetto alla semplice varietà d’azione.

Il ritmo e il design del titolo non mirano a ripetere gli schemi tradizionali degli open world dominati da attività incessanti, ma propongono un approccio più essenziale e intimo. Questa filosofia si traduce in un’esperienza che non tutti vivranno allo stesso modo: chi ricerca velocità e azione costante potrebbe percepire lentezza, mentre chi si lascia coinvolgere dal registro contemplativo troverà un equilibrio unico e raro tra gioco e racconto. Nel complesso, Ghost of Yōtei non stravolge la formula collaudata di Sucker Punch, ma la espande in direzioni coerenti con la nuova ambientazione e con i temi narrativi. L’obiettivo non è solo offrire sfide tecniche al giocatore, ma immergerlo in un mondo in cui ogni scelta e ogni movimento risuonano con il paesaggio e con l’eredità culturale che esso rappresenta costruendo la propria esperienza di gioco: Soddisfando la curiosità dell’esplorazione, la fame del combattimento, o l’ardente desiderio di concentrarsi sulla storia.

Il Giappone così non lo avete mai visto!

Dal punto di vista artistico, Ghost of Yōtei si distingue per una rappresentazione fortemente evocativa dell’Hokkaidō, che riesce a bilanciare fedeltà storica e sensibilità poetica. L’ambientazione naturale emerge come elemento centrale: foreste di betulle, altipiani innevati, fiumi cristallizzati dal gelo, campi di fiori selvatici colorati, le onde del mare frastagliato che si abbattono sulla costa e il profilo austero del Monte Yōtei compongono un mosaico visivo che non funge semplicemente da sfondo, ma dialoga costantemente con la narrazione. Sucker Punch prosegue così la filosofia inaugurata in Ghost of Tsushima: trasformare lo scenario in un vero protagonista narrativo, capace di imprimere un’identità unica all’esperienza.

L’uso dei colori e della luce gioca un ruolo determinante. Le palette cromatiche cambia a seconda delle stagioni e delle condizioni climatiche, con forti contrasti tra il bianco abbacinante delle distese innevate e le tinte calde dei villaggi o degli interni illuminati da fuochi. Questo approccio restituisce un senso di varietà e realismo, ma al tempo stesso di suggestione quasi pittorica, evocando antiche stampe e paesaggi giapponesi rielaborati in chiave contemporanea.

A livello tecnico, il gioco sfrutta appieno le potenzialità di PlayStation 5. Il dettaglio degli ambienti è notevole: superfici innevate e floreali che rispondono in tempo reale ai movimenti, particellari atmosferici realistici e animazioni fluide che plasmano una sensazione di continuità fra giocatore e mondo di gioco. Il lavoro sul sonoro accompagna e amplifica questa immersione: il fruscio della neve e dei fiori sotto i passi, i richiami degli animali e il vento che muta di intensità creano un paesaggio sonoro ricco e coerente. La scelta di mantenere una colonna sonora (curata da Toma Otowa) sobria ed evocativa, ispirata a strumenti tradizionali giapponesi e Ainu, contribuisce a rafforzare la fusione fra autenticità culturale e atmosfera emotiva. Così come la possibilità di godere di un doppiaggio italiano davvero di alto livello insieme a quello giapponese con sincronizzazione labiale.

Ghost of Yōtei presenta tre diversi set su PS5 (su PS5 Pro ne è stato aggiunto uno ulteriore chiamato Ray Tracing Pro); nel dettaglio: Qualità che punta a 30 fps e ad una risoluzione più elevata; Prestazioni che invece mica ai 60 fps e ad una risoluzione leggermente inferiore ma comunque di grandissimo impatto (i filmati in questo caso sono a 30 fps) e infine Ray Tracing che abilita l’illuminazione di qualità superiore e mira a 30 fotogrammi al secondo a risoluzione intermedia fra i due precedenti set.

Sempre sul piano tecnico abbiamo riscontrato anche una particolare attenzione all’assenza quasi totale di barriere visive: caricamenti ridotti al minimo, transizioni fluide e un’interfaccia discreta permettono al giocatore di rimanere immerso nel flusso emotivo e visivo del racconto. La regia delle sequenze narrative, infine, adotta un approccio cinematografico che alterna campi lunghi contemplativi a primi piani intensi, valorizzando l’impatto dei dialoghi e delle scene d’azione. E di bug, nemmeno l’ombra, il che fa capire quanto lavoro abbia impiegato lo sviluppatore nel titolo.

Yōtei presenta anche una modalità fotografica espansa e include ancora una volta la “modalità Kurosawa”, che rende il gioco in bianco e nero come un classico film di Akira Kurosawa. A questa si aggiungono due altre modalità di spicco finalizzate a offrire nuove vesti estetiche di gioco. C’è una “modalità Miike” (ispirata a Takashi Miike) per un’azione più viscerale, ravvicinata e sanguinosa, insieme a una “modalità Watanabe” lo-fi con ritmi rilassati ispirati a Shinichirō Watanabe.

In sintesi, la direzione artistica e tecnica di Ghost of Yōtei si impone come uno dei pilastri dell’opera: un lavoro che non si limita a mostrare la potenza hardware di PS5, ma la piega a una precisa visione estetica e culturale, capace di fondere realismo e suggestione in un mondo vivido e credibile.

Commento finale

Ghost of Yōtei si presenta come un’opera che conferma la maturità raggiunta da Sucker Punch nel campo del videogioco narrativo. Non si tratta di un semplice seguito ideale di Ghost of Tsushima, ma di un progetto con una personalità propria, radicata in un contesto storico e culturale meno battuto e esplorato e resa unica da una forte componente spirituale e naturale. Il Monte Yōtei e l’Hokkaidō diventano non solo ambientazioni suggestive, ma veri protagonisti attivi della vicenda, fondendo geografia, mito e introspezione in un tessuto narrativo originale. Dal punto di vista del gameplay, il titolo raffina la formula già sperimentata, arricchendola con dinamiche ambientali, nuove armi e approcci legati alla cultura Ainu, e introducendo sequenze che coniugano azione e spiritualità. La direzione artistica e tecnica si conferma di altissimo livello, sfruttando le potenzialità di PlayStation 5 non come mero sfoggio di potenza, ma come strumento per trasmettere atmosfera, coerenza e suggestione. Il ritmo di gioco, più meditativo e cadenzato, rappresenta una scelta stilistica precisa che distingue Ghost of Yōtei dalla frenesia di molti open world contemporanei: un approccio che può dividere il pubblico, ma che rafforza la coerenza con il tono narrativo e l’estetica dell’opera. Nel complesso, Ghost of Yōtei si afferma come un capitolo che amplia lo sguardo della serie, proponendo un’esperienza dinamica e che potrete decidere voi stessi come affrontarla, capace di unire intrattenimento e riflessione culturale. È un videogioco che chiede tempo e attenzione, ma che ripaga con un mondo credibile, un racconto denso di significati e un’identità forte.

9.7

Ghost of Yōtei


Ghost of Yōtei si presenta come un’opera che conferma la maturità raggiunta da Sucker Punch nel campo del videogioco narrativo. Non si tratta di un semplice seguito ideale di Ghost of Tsushima, ma di un progetto con una personalità propria, radicata in un contesto storico e culturale meno battuto e esplorato e resa unica da una forte componente spirituale e naturale. Il Monte Yōtei e l’Hokkaidō diventano non solo ambientazioni suggestive, ma veri protagonisti attivi della vicenda, fondendo geografia, mito e introspezione in un tessuto narrativo originale. Dal punto di vista del gameplay, il titolo raffina la formula già sperimentata, arricchendola con dinamiche ambientali, nuove armi e approcci legati alla cultura Ainu, e introducendo sequenze che coniugano azione e spiritualità. La direzione artistica e tecnica si conferma di altissimo livello, sfruttando le potenzialità di PlayStation 5 non come mero sfoggio di potenza, ma come strumento per trasmettere atmosfera, coerenza e suggestione. Il ritmo di gioco, più meditativo e cadenzato, rappresenta una scelta stilistica precisa che distingue Ghost of Yōtei dalla frenesia di molti open world contemporanei: un approccio che può dividere il pubblico, ma che rafforza la coerenza con il tono narrativo e l’estetica dell’opera. Nel complesso, Ghost of Yōtei si afferma come un capitolo che amplia lo sguardo della serie, proponendo un’esperienza dinamica e che potrete decidere voi stessi come affrontarla, capace di unire intrattenimento e riflessione culturale. È un videogioco che chiede tempo e attenzione, ma che ripaga con un mondo credibile, un racconto denso di significati e un’identità forte.

PRO

Ambientazione originale e mai stereotipata con una forte valorizzazione della cultura Ainu I direzione artistica raffinata e uso eccellente delle potenzialità di PlayStation 5 I ritmo meditativo che rende unica l’esperienza e ben si sposa con i temi trattati I gameplay solidissimo e arricchito da nuove meccaniche legate all’ambiente e alla spiritualità I sonoro discreto ma eccellente

CONTRO

Il ritmo più lento e contemplativo può risultare meno coinvolgente per chi cerca azione costante I alcune missioni secondarie sono apparse più descrittive che realmente ludiche

4News.it è una fonte di OpenCritic.com, il più grande aggregatore internazionale di review dedicato al mondo dei videogames.

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