Viviamo un momento in cui i videogiochi non si accontentano più di farci divertire. Vogliono farci riflettere. Vogliono parlarci. A volte anche ferirci un po’. Hell Is Us è uno di quei prodotti che prende questa missione molto sul serio, portandovi dentro un mondo che non vuole solo essere esplorato, ma interpretato, “sentito”, metabolizzato.
Il nuovo titolo di Rogue Factor e Nacon è un’opera atipica, coraggiosa, a tratti quasi ermetica. Non siete qui per salvare il mondo. Siete qui per capire cosa resta di voi quando il mondo è già distrutto.
Ambientato in una nazione immaginaria chiamata Hadea — spezzata da una guerra civile e contaminata da un misterioso disastro sovrannaturale — Hell Is Us vi mette nei panni di Rémi, un uomo tornato a casa in cerca delle sue origini. Ma quella che sembra, all’inizio, una ricerca personale, si trasforma presto in un viaggio tra memoria, identità, lutto e colpa. Perché in un paese lacerato dalla guerra, anche le domande più intime finiscono per intrecciarsi con la storia collettiva. Cercare sé stessi significa inevitabilmente fare i conti con le ferite degli altri.
Noi ci siamo immersi a fondo in Hell Is Us, e sebbene non tutto funzioni perfettamente, l’esperienza ci ha lasciato addosso qualcosa di raro. Qualcosa che somiglia a una cicatrice. Siete curiosi? Non vi resta che continuare la lettura!
Hell is Us è disponibile dallo scorso 4 settembre 2025 su PlayStation 5, Xbox Series X|S e PC.
Versione testata: PlayStation 5
Ricordi, rovine ed altre verità scomode
Quello che Hell Is Us vi propone non è una storia lineare con eroi, villain e risvolti prevedibili. Al contrario, esso vi chiede di ricostruire una verità attraverso frammenti sparsi: fotografie logore, lettere scritte a mano, simboli antichi, sussurri nei boschi e silenzi pesanti. Il protagonista, Rémi, è alla ricerca delle sue origini in un paese che non riconosce più, devastato dalla guerra civile e da un fenomeno soprannaturale che ha portato alla comparsa di creature oscure.
Il vostro compito? Scoprire chi siete, cosa è successo e perché. Ma non aspettatevi che Hell is Us vi racconti tutto chiaramente: dovrete cercare, intuire, leggere tra le righe. Spesso camminerete nel dubbio, domandandovi se una frase criptica di un NPC sia la realtà o solo delirio.
Il vero centro della narrazione, però, non è Rémi: è Hadea stessa. Il paese distrutto, spaccato tra fazioni, ancora intrappolato nella memoria della violenza. Camminando per le sue strade abbandonate, le trincee, i villaggi ridotti in cenere, vi renderete conto che ogni luogo racconta qualcosa. Ma toccherà a voi mettere insieme i pezzi, e spesso farlo farà male. Perché Hell Is Us non parla solo di guerra, parla della perdita, dell’identità, di ciò che resta quando tutto il resto è crollato.
Certo, questo tipo di narrazione non è esente da difetti. In alcuni momenti avremmo voluto un po’ più di concretezza, soprattutto nei subplot secondari, alcuni dei quali si perdono per strada senza un reale payoff. Ma quando la scrittura riesce a colpire nel segno — e succede spesso — Hell Is Us vi entra sotto pelle, lasciandovi lì, fermi, a riflettere su ciò che avete visto… e su ciò che non è stato detto.
Non aprite quella mappa (perché non c’è)
Se state cercando un videogioco classico, fatto di missioni chiare, progressione lineare e HUD pieno di informazioni, ci dispiace: Hell Is Us non fa per voi. Qui si naviga a vista. Letteralmente. Non c’è mini-mappa, non ci sono indicatori a schermo, nessuna freccia luminosa a indicarvi dove andare. L’esplorazione è un atto di fiducia e attenzione. Dovrete leggere il mondo, interpretare segni, ascoltare le parole degli NPC e persino notare piccoli dettagli ambientali.

E sapete una cosa? Funziona. Ci siamo sentiti davvero esploratori, non solo esecutori di ordini. Ogni scoperta, ogni strada imboccata alla cieca, ogni oggetto ritrovato ha il sapore dell’autenticità.
Ma questo non deve essere un repellente. La missione principale, pur priva di indicazioni esplicite, è sempre costruita con una logica chiara: con un po’ di attenzione, non ci si blocca mai davvero. Diverso il discorso per le missioni secondarie, spesso più vaghe, criptiche, o legate a elementi ambientali facilmente trascurabili. Se non siete attenti, potreste ritrovarvi a girare a vuoto. Il trade-off è più che ottimale.
Hell Is Us basa gran parte della sua esperienza, dunque, sull’esplorazione e sugli enigmi ambientali. Il videogioco vi spinge a osservare con attenzione ogni angolo, a interpretare simboli, suoni e dettagli che spesso nascondono chiavi per sbloccare nuove aree o per capire meglio la storia. Gli enigmi non sono meri ostacoli meccanici, ma parte integrante del racconto. Alcuni sono ben bilanciati e soddisfacenti, altri invece possono risultare più criptici o meno immediati, e richiedono pazienza e spirito d’osservazione. Questa libertà di approccio significa che il titolo raramente vi prende per mano: dovrete imparare a fidarvi del vostro intuito e a navigare un mondo che non sempre vi dà risposte facili.
Il combattimento, d’altro canto, è la parte meno “identitaria” del pacchetto offerto. Rémi dispone di un set di armi corpo a corpo che potete potenziare. Dimenticatevi le armi da fuoco: qui si combatte con il peso del metallo e la fatica nelle braccia. Ogni scontro è ravvicinato, fisico, crudo. A supportarvi c’è un drone che svolge un ruolo fondamentale non solo nell’esplorazione, ma anche nel combattimento contro i nemici, permettendovi di interagire con i loro punti deboli e difese (e offrendo qualche alternativa a distanza).
Nel scontri dovrete gestire la stamina, leggere i pattern degli avversari, scegliere il momento giusto per colpire o schivare. L’approccio non è frenetico, ma più ragionato. Nulla di nuovo, nulla di eccelso, ma funzionale.
Una delle debolezze più evidenti della produzione, però, per giunta legata in maniera collaterale ai combattimenti, è la varietà nemica. Questi faticano a distinguersi visivamente e come pattern. L’effetto, dopo qualche ora, è una certa ripetitività che coinvolge anche gli encounter più “importanti”. Pochissimi hanno una vera barra della vita o un’identità forte, e ciò che in teoria dovrebbe essere uno scontro unico spesso si risolve in una variazione appena accennata delle routine comportamentali e modelli già visti.

È un peccato, perché in un prodotto con una buona “dose di simbolismo”, ci saremmo aspettati avversari capaci di raccontare qualcosa anche solo con il loro aspetto. Invece, quella che poteva essere una componente memorabile finisce per essere la meno ispirata, almeno sul lungo periodo.
La bellezza della rovina
Dal punto di vista visivo, Hell Is Us colpisce forte. Non per il fotorealismo, ma per la direzione artistica. Hadea è un mondo a pezzi, e si vede. Ogni location racconta qualcosa: villaggi abbandonati, case in rovina, campi di battaglia, foreste che sembrano trattenere il respiro. Non c’è nulla di casuale nel modo in cui gli sviluppatori usano colori, luci, ombre. La palette è desaturata, con accenti cromatici che emergono solo in momenti chiave: un modo sottile ma efficace per guidarvi emotivamente.
L’uso dell’Unreal Engine 5 si sente, soprattutto nei giochi di luce e negli effetti particellari. Ma anche nelle sbavature: animazioni che a volte scattano, cali di frame rate nelle aree più dense, qualche fenomeno di pop-up e alcune texture che tradiscono la natura AA del progetto.
Anche il comparto audio è ben curato. Il sound design ambientale è immersivo: vento, pioggia, crepitii, urla lontane… tutto contribuisce a creare un’atmosfera opprimente. E quando parte la musica, lo fa nel momento giusto, con temi minimali e inquietanti. Non c’è colonna sonora invadente, ma solo note chirurgiche che riecheggiano nei modi e nei momenti opportuni.
Il doppiaggio (in inglese, con sottotitoli in italiano) è buono, anche se non sempre memorabile. Alcune linee recitative mancano di enfasi, specie nei momenti di maggiore pathos. Avremmo gradito testi un po’ più leggibili, specie nei documenti, e una UI meno spartana, ma capiamo che fa parte della filosofia scelta: meno è di più.
Commento finale
Hell Is Us non è un videogioco per tutti. “Non è l’inferno che ti aspetti”. E questo, nel 2025, è un gran complimento. In un’industria che spesso preferisce accontentare piuttosto che rischiare, Rogue Factor ha avuto il coraggio di realizzare un titolo che non cerca di piacere a tutti, ma solo a quelli che sono disposti a mettersi in discussione. Se siete tra questi, vi ritroverete immersi in un’esperienza forte, densa, visivamente potente e narrativamente sfuggente e struggente. Vi perderete, vi arrabbierete, tornerete indietro, rileggerete i vostri appunti, cercherete significati. E, alla fine, vi resterà addosso qualcosa. Una sensazione. Un dubbio. Un messaggio.
Non è perfetto — anzi, a volte è volutamente ruvido, imperfetto, poco chiaro. Ma è autentico. Se siete stanchi dei soliti open world, delle checklist da completare, dei dialoghi scritti con lo stampino, allora Hell Is Us potrebbe essere la boccata d’aria di cui avevate bisogno.




