Ci sono videogiochi che chiedono di essere compresi. Altri che pretendono di essere “dominati”. Skate Story, invece, chiede una cosa molto più semplice ed allo stesso tempo più difficile: essere vissuto. Un’esperienza onirica, da vivere con il suo ritmo, le sue immagini, le sue strane regole. È, prima di tutto, una lezione di resilienza. Quella silenziosa che nasce dall’adattamento continuo, dall’accettazione dell’urto e dalla capacità di andare avanti nonostante tutto.
L’idea di base potrebbe sembrare quasi banale: uno skate ed un mondo da attraversare a suon di trick. Ma Skate Story non è interessato allo skateboarding come sport, né come disciplina competitiva. Qui lo skate è linguaggio, è mezzo espressivo, è l’unico modo che il protagonista ha per esistere e muoversi in un inferno che non assomiglia a nulla di già visto.
Sviluppato come progetto fortemente autoriale, Skate Story si inserisce in quella zona del medium dove il videogioco smette di essere solo opera ludo-narrativa e diventa esperienza sensoriale a tutto tondo. Un titolo che non ha paura di rallentare, di essere opaco, di risultare talvolta ostinatamente criptico. Ma che, proprio per questo, riesce a costruire un’immaginario forte, coerente, e sorprendentemente intimo, al patto di accettare le sue “assurdità” e perdere l’equilibrio. Letteralmente. Volete saperne di più? Non vi resta che continuare la lettura!
Skate Story, edito da Devolver Digital, è disponibile dallo scorso 08 dicembre 2025 su PlayStation 5 e PC.
Versione testata: PlayStation 5
Narrazione per attrito
Raccontare la storia di Skate Story è complicato, perché il titolo stesso sembra poco interessato a essere raccontato nei termini classici della narrazione. Non c’è una trama tradizionale. C’è una condizione iniziale, una condanna: siete un demone fatto di vetro e dolore che deve raggiungere la luna e divorarla.
Da qui in poi, tutto si sviluppa per suggestioni. I personaggi che incontrerete non spiegano, alludono. Parlano per frasi brevi, spesso enigmatiche, più vicine a versi in prosa che a dialoghi funzionali. Le ambientazioni non raccontano eventi, ma stati d’animo. Ogni area sembra incarnare una variazione sul tema della solitudine, della fatica, dell’ossessione o della ricerca di uno scopo.
La forza della narrativa di Skate Story sta proprio nel suo rifiuto della chiarezza esplicativa. Non vi prende per mano, non vi dice cosa “sentire”. Vi mette in un contesto suggestivo e vi lascia lì, con lo skate sotto i piedi e il vuoto intorno. È una narrazione che funziona per accumulo: più giocherete, più inizierete a cogliere connessioni, ritorni tematici, simboli che si rincorrono.
Il protagonista stesso è una metafora costante: fragile, trasparente, destinato a rompersi. Ogni caduta non è solo un errore meccanico, ma una conferma della sua natura. Eppure, nonostante questa fragilità, o forse proprio grazie ad essa, il viaggio va avanti. Andare sullo skate diventa un atto di resilienza, un modo per non fermarsi, per continuare a resistere anche quando tutto sembra spingervi a crollare.

Non tutti apprezzeranno questa impostazione. Chi cerca una storia definita, leggibile, con un inizio ed una fine ben marcati, potrebbe sentirsi deluso. Ma per chi è disposto ad accettare una narrazione più “emotivo-interpretativa” che logica, Skate Story riesce a essere sorprendentemente incisivo, personale, senza mai risultare vuoto.
Stay on board
Parlare del gameplay di Skate Story come quello di un “gioco di skate” nel senso classico del termine è, in fondo, fuorviante. I trick ci sono, le superfici da grindare anche, ma ridurre l’esperienza ad una lettura puramente meccanica significherebbe perderne il cuore. Skate Story non chiede di essere “masterato”, bensì vuole che ci abbandoniamo al suo flow. È, prima di tutto, un’esperienza ritmica.
L’impatto iniziale è particolare, quasi straniante. Il sistema di controllo richiede qualche momento di assestamento, non perché sia punitivo o eccessivamente complesso, ma perché risponde ad una logica diversa da quella del classico skate game. Sam Eng non chiede tecnicismo, né precisione ossessiva: chiede di ascoltare il ritmo della sua creatura, di seguirla nel suo incedere, di assecondarla.
Bastano poche ore perché questa grammatica alternativa si chiarisca. Quando si smette di forzare l’esecuzione e si inizia a seguire il ritmo, Skate Story apre immediatamente le porte alla sua catarsi sensoriale. Andare sullo skate diventa un gesto naturale, quasi istintivo, in cui accelerazioni, salti e cadute si legano ad una pulsazione costante che attraversa musica, ambienti e movimento. Non conta la perfezione dell’esecuzione, ma la continuità del gesto, il modo in cui si resta dentro al flusso.
Anche gli obiettivi seguono questa filosofia. Non servono a mettere alla prova abilità tecniche, ma a guidare il videogiocatore verso una maggiore sintonia con lo spazio ed il ritmo. Le variazioni introdotte lungo il percorso non spezzano l’esperienza, ma la modulano, offrendo nuovi tempi e nuove sensazioni senza mai trasformare il titolo in una sfida competitiva. Le bellissime boss fight sono il culmine di questa visione.

Le cadute, frequenti e inevitabili, dunque, non vengono mai vissute come errori da punire. Sono parte integrante del linguaggio dell’esperienza, momenti di pausa che preparano la ripartenza. In un’esperienza che parla di fragilità e resilienza, anche il gameplay riflette questa tensione: si cade, ci si rialza, e si riprende a “resistere”. Nei momenti migliori, Skate Story riesce a creare uno stato di trance leggera, in cui controllo, musica e movimento si fondono in maniera impagabile.
Un inferno sinestetico
Skate Story è un prodotto che colpisce immediatamente. Il suo stile visivo è astratto, psichedelico, spesso minimalista ma mai povero. Le superfici sembrano vive, i colori pulsano, le geometrie si deformano.
L’inferno che attraversiamo non è un luogo di punizione tradizionale, ma uno spazio mentale. Ogni area ha una sua identità cromatica e visiva, e contribuisce a costruire un mondo coerente nella sua totale stranezza. Non c’è nulla di realistico, ma tutto sembra avere un senso interno, una logica visiva che regge dall’inizio alla fine.
La colonna sonora è parte integrante di questa costruzione. Le tracce accompagnano il movimento, lo amplificano, lo guidano. Non sono semplici sottofondi, ma componenti attive dell’esperienza. In alcuni momenti la musica diventa quasi dominante, trascinando il videogiocatore in uno stato catatonico di pura goduria sinestetica. Skate Story funziona anche grazie alla sua conduzione artistica, totalmente funzionale alla fruizione dell’opera. Bastano immagini e suoni per comunicare ciò che vuole essere.
Commento finale
Skate Story è un’esperienza particolare. È un videogioco che accetta il rischio dell’incomprensione pur di restare fedele alla propria visione. Richiede al videogiocatore di sintonizzarsi sul suo linguaggio e non viceversa. Ma una volta scavalcato (con un banale Ollie) questo piccolo ostacolo, l’opera di Sam Eng riesce a coinvolgere con una naturalezza sorprendente, lasciando emergere una coerenza rara tra intenzione autoriale e risposta sensoriale.
Più che un gioco da “finire”, Skate Story è un esperienza da provare. Un’opera che parla di movimento, di fragilità, di resistenza silenziosa. Ed è proprio qui che Skate Story rivela fino in fondo la sua natura di lezione di resilienza. Non una resilienza eroica o risolutiva, ma una fatta di tentativi, di cadute, di ripartenze imperfette. Una resilienza che non elimina il dolore, ma insegna a conviverci, ad adattarsi ad esso, a continuare a muoversi nonostante la possibilità costante di rompersi.
Un titolo che insegna che il percorso è importante, non solo l’arrivo. Che bisogna stringere i denti e continuare a seguire il flusso con tenacia, anche quando il terreno sembra mancare sotto i piedi. Ed è proprio in questo equilibrio precario tra forma e sensazione che Skate Story trova la sua forza più autentica.




