Recensione Call of the Elder Gods, un sequel riuscito ma non perfetto!

Call of the Elder Gods è una di quelle avventure che non si limita a riprendere una formula già riuscita, ma prova a ingrandirla senza snaturarla: Out of the Blue Games prende il cuore di Call of the Sea del 2020 – atmosfera, enigmi ambientali, tensione lovecraftiana e centralità della narrazione – e lo porta in una dimensione più ampia, più ambiziosa e anche più matura, tanto nei temi quanto nella struttura. Il risultato è un sequel che vive di contrasti: da un lato c’è la sicurezza di uno studio che conosce bene il proprio linguaggio e sa come costruire un puzzle adventure elegante; dall’altro, c’è una certa volontà di alzare il tiro che, in alcuni momenti, rende l’insieme un po’ meno compatto rispetto al predecessore, pur restando molto convincente nel complesso.

Call of the Elder Gods è disponibile dal 12 maggio 2026 per PlayStation 5, Xbox Series X/S, Switch 2, PC e Game Pass.


Versione testata: PlayStation 5 Pro


Un’ombra fuori dal tempo

Sul piano narrativo, il gioco punta con decisione su un racconto a base di dolore, famiglia e salute mentale, intrecciato a un immaginario lovecraftiano che non cerca mai il puro shock, ma preferisce insinuare inquietudine e senso di scoperta. Mentre In Call of the Sea la protagonista è Norah Everhart, in cerca del marito scomparso Harry, qui vestirete i panni della giovane e curiosa studentessa Evangeline Drayton e del Professor Harry Everhart molto più maturo, sebbene non più saggio. Anche in questo caso si tratta di un puzzle game in prima persona, con una messa in scena che – invece di farvi perdere in ​​una lussureggiante giungla tropicale – che parte dalla Miskatonic University e allarga poi l’orizzonte verso luoghi remoti e scenari via via più disturbanti (polverosi edifici universitari, rovine di templi sotterranei e altre misteriose strutture antiche), mantenendo sempre un tono da mistero archeologico e soprannaturale, che – in più di una occasione – ci ha ricordato Indiana Jones (qui trovate la recensione Indiana Jones e l’antico Cerchio + L’Ordine dei Giganti in versione Nintendo Switch 2).

Egregio Prof. Everhart,

Non mi fa piacere scriverti di nuovo, ma temo di non avere altra scelta. Riconosco l’artefatto in tuo possesso. L’ho sognato ogni notte per mesi. Ho visto cose impossibili e inspiegabili, ma se l’artefatto è reale, temo che lo siano anche quelle. Devo incontrarti subito. Le mie opzioni si stanno esaurendo.

tua,

Evangeline Drayton

Le cose iniziano in modo promettente, un sogno dalle tinte mistiche, uno strano manufatto, un brusco risveglio e una telefonata da parte del Professor Everhart che invita Evangeline a Boston. Alla tenuta Everhart la notte è più buia del solito e la pioggia tempestosa non fa presagire nulla di buono. Il Professor Everhart è misteriosamente scomparso. Dopo aver indagato su cosa stesse succedendo, Miss Drayton riesce a trovare il Professore, privo di sensi ma fortunatamente senza gravi conseguenze. Dopo una breve “chiacchierata” su cosa fosse la statuetta (da lei sognata) e chi lo avesse aggredito a casa sua – il duo – si ritrova a seguire le tracce di una setta losca e intrigante unendo le forze per scoprire la verità sulla scomparsa dei loro cari. Ciò che segue è lo stesso genere di enigmi basati sulla manipolazione di oggetti e sull’osservazione, in cui Evangeline annota illustrazioni e informazioni salienti sul vecchio diario di Norah.

Un prologo onirico, con la sua stranezza lovecraftiana e l’immancabile MacGuffin, dà il tono alla storia. Evangeline si mette alla ricerca di risposte e intraprende un viaggio intrigante al fianco di Harry, che ovunque vada vede una strana melma nera apparentemente senziente (per la quale Harry ha una vera e propria ossessione che – ben presto – diventa un po’ stancante). La narrazione prende presto un ritmo piacevole, prima di affievolirsi gradualmente verso un epilogo sempre più surreale e fantastico. Grotte labirintiche, complesse strutture abbandonate, società segrete e giganteschi meccanismi arcani sono tutti presenti, quindi, proprio come nel primo gioco, c’è molto da ammirare.

Rispetto a Call of the Sea, il taglio è meno intimo e più corale: il legame con il passato resta importante, ma Out of the Blue prova a costruire una trama più stratificata, con una doppia prospettiva e una maggiore enfasi sulle conseguenze emotive degli eventi. Il pregio è evidente: la scrittura sa creare interesse e sa alimentare la curiosità senza rivelare tutto troppo presto; il limite, però, è che questa espansione rende il racconto un po’ meno immediato e, a tratti, meno focalizzato rispetto al predecessore.

Gameplay

Il gameplay resta fedele – pur mantenendo lo stesso DNA di avventura puzzle lovecraftiana in prima persona – all’idea di base della serie: esplorazione, osservazione, logica e puzzle ambientali sono il centro dell’esperienza, ma qui gli enigmi risultano più ampi, più articolati e spesso pensati per sfruttare in modo più evidente le caratteristiche dei due protagonisti. Call of the Sea è centrato su Norah Everhart, sola nel suo viaggio alla ricerca del marito Harry su un’isola tropicale. Elder Gods, ambientato 30 anni dopo, introduce – come anticipato – due protagonisti giocabili: Harry Everhart (ora anziano e irascibile, con un tocco alla Indiana Jones) ed Evangeline Drayton, una giovane studentessa toccata dagli orrori cosmici. La struttura alterna Harry ed Evangeline, e questa scelta non serve solo a dare varietà, ma anche a costruire problemi che si sviluppano in modo più creativo, con soluzioni che richiedono attenzione al contesto e una lettura precisa degli ambienti.

Rispetto a Call of the Sea, le novità sono soprattutto di scala e di ambizione: Il predecessore è confinato a un’isola misteriosa con atmosfera onirica e tropicale. Il sequel espande tutto in un viaggio globale attraverso tempo e spazio: dall’università Miskatonic a caverne, edifici e angoli remoti del mondo, con una trama più corale e stratificata ispirata a L’ombra venuta dal tempo (The Shadow out of Time) di Lovecraft. Entrambi puntano su enigmi ambientali, esplorazione e all’immancabile diario per raccogliere e appuntare gli indizi, ma Elder Gods rende i puzzle più complessi e interdipendenti, richiedendo spesso lo switch tra i due personaggi per soluzioni logiche avanzate. È più ambizioso, ma può risultare meno lineare e compatto. I puzzle non sono soltanto più numerosi, ma cercano di essere più vivi, integrandosi meglio con la progressione narrativa e con l’identità dei personaggi. Il rischio, in compenso, è quello di un ritmo più irregolare in alcuni passaggi, perché quando il gioco alza troppo l’asticella diventa meno lineare e un po’ più dispersivo, soprattutto per chi apprezzava l’eleganza quasi cristallina del primo capitolo.

Diversi degli enigmi da risolvere sono ben congegnati, e – non vi nascondiamo – che si prova una certa soddisfazione nel riuscire a padroneggiare quelli più complessi. C’è un’enorme varietà di compiti e non si è mai lontani dal prossimo obiettivo, che si tratti di smistare oggetti, cimentarsi con il latino o decifrare codici, mettere alla prova le proprie conoscenze musicali, azionare interruttori e altro ancora. È raro che lo stesso enigma si ripeta, e quando accade di solito fa parte di un singolo enigma a più fasi. Inoltre, non risulta mai forzato. Ogni enigma è intrecciato organicamente al livello e sarà necessario trovare soluzioni che permettano di attivare una torre radio o sbloccare una porta o un camino fittizio per proseguire nel capitolo. Se però doveste trovarvi in ​​difficoltà, il menu di pausa offre una comoda opzione “richiedi un suggerimento“. Questa opzione non è tanto un suggerimento, quanto piuttosto una guida passo passo all’interno del gioco, e, cosa ancora più importante, non verrete penalizzati per averla utilizzata: otterrete comunque i trofei, anche se giocate dall’inizio alla fine usando costantemente i suggerimenti. In termini di funzionalità di accessibilità, questo rende  Call of the Elder Gods davvero alla portata di tutti. Chiedendo un suggerimento, si ottiene un’indicazione generale verso la soluzione. Chiedendone un altro, si ricevono istruzioni più chiare su cosa fare. Se si continua a chiedere, alla fine la soluzione verrà mostrata in uno screenshot ben annotato, eliminando ogni ambiguità e permettendo di proseguire nel gioco senza rimanere bloccati per troppo tempo.

Lo stile artistico resta simile a quello di Call of the Sea (colorato e dipinto a mano), ma Elder Gods appare più cupo in certi interni, con cutscene statiche e meno enfasi sulla vivacità tropicale del primo. Infine, per quanto riguarda la durata complessiva – Call of the Sea – si completa in circa 4-6 ore. Il sequel, invece, richiede mediamente 8-10 ore per raggiungere il 100% della trama, grazie a una struttura più ampia con più capitoli, location diversificate e enigmi interdipendenti.

Grafica e tecnica

Su PlayStation 5 Pro, il colpo d’occhio è uno dei punti forti dell’esperienza: il gioco sfrutta l’Unreal Engine 5 per dare vita a location molto diverse tra loro, dalle dimore del New England ai paesaggi più ostili e surreali, con un livello di dettaglio che valorizza tanto gli scenari quanto la regia delle sequenze narrative. La presentazione visiva resta coerente con l’identità (che ricorda le copertine dei vecchi libri d’avventura) di Out of the Blue, ma appare più rifinita e più ricca rispetto a Call of the Sea, soprattutto nella resa delle superfici, nelle luci e nella costruzione delle ambientazioni. Meno convincente la resa dei personaggi – decisamente troppo rigidi e poco convincenti – così come le sequenze animate un po’ datate. Dal punto di vista tecnico – invece -la versione PS5 Pro offre un’esperienza generalmente solida, ma il gioco non è pensato per impressionare con effetti pesanti o ambizioni da tripla A: punta più sull’atmosfera che sulla spettacolarità. Questo si traduce in una resa pulita e credibile, anche se l’impostazione resta volutamente misurata.

Sonoro

Il comparto sonoro è perfettamente in linea con l’impianto del gioco: musica e ambienti lavorano per costruire tensione, sospensione e inquietudine, senza mai invadere troppo la scena. La colonna sonora di Eduardo De La Iglesia è un ritorno importante per il team e accompagna con cura l’esplorazione, sostenendo i momenti più introspettivi e quelli più misteriosi con un taglio elegante e riconoscibile. Anche il doppiaggio completo contribuisce parecchio alla riuscita del racconto, perché dà peso ai personaggi e rende più credibili i loro conflitti interiori. Su PS5, inoltre, il gioco supporta la vibrazione del DualSense e include opzioni di accessibilità interessanti, segno di una produzione attenta non solo all’atmosfera ma anche alla fruibilità complessiva.

Commento finale

Call of the Elder Gods è un sequel riuscito, soprattutto quando si giudica il lavoro di costruzione del mondo, la qualità degli enigmi e la solidità della sua identità autoriale. Non è perfetto: il tentativo di allargare la formula rispetto a Call of the Sea porta con sé qualche lieve perdita di compattezza, l’impatto complessivo può risultare un po’ meno immediato del predecessore e la narrazione – sebbene altrettanto avvincente – finisce per culminare in un colpo di scena deludente e poco memorabile. Ciononostante, il gioco eccelle sotto altri aspetti, grazie alla ricchezza degli ambienti (che contribuiscono a ricreare quell’atmosfera alla Indiana Jones), a una curva di difficoltà graduale e ben bilanciata che porta gli enigmi a diventare progressivamente più complessi, e a una coppia di protagonisti simpatici. La sensazione finale è – in definitiva – quella di un’avventura di grande classe che vale assolutamente la pena di vivere e grazie a un generoso sistema di suggerimenti Call of the Elder Gods è un gioco che tutti potranno apprezzare.


7.9

Call of the Elder Gods


Call of the Elder Gods è un sequel riuscito, soprattutto quando si giudica il lavoro di costruzione del mondo, la qualità degli enigmi e la solidità della sua identità autoriale. Non è perfetto: il tentativo di allargare la formula rispetto a Call of the Sea porta con sé qualche lieve perdita di compattezza, l’impatto complessivo può risultare un po’ meno immediato del predecessore e la narrazione - sebbene altrettanto avvincente - finisce per culminare in un colpo di scena deludente e poco memorabile. Ciononostante, il gioco eccelle sotto altri aspetti, grazie alla ricchezza degli ambienti (che contribuiscono a ricreare quell'atmosfera alla Indiana Jones), a una curva di difficoltà graduale e ben bilanciata che porta gli enigmi a diventare progressivamente più complessi, e a una coppia di protagonisti simpatici. La sensazione finale è - in definitiva - quella di un’avventura di grande classe che vale assolutamente la pena di vivere e grazie a un generoso sistema di suggerimenti Call of the Elder Gods è un gioco che tutti potranno apprezzare.

PRO

Gli ambienti sono impressionanti e ricchi di dettagli I È altrettanto coinvolgente da giocare quanto l'originale, con enigmi interessanti e possibilità di esplorazione I Ottima direzione artistica I Musiche suggestive e interpretazioni vocali di alto livello, tra cui l'eccellente narrazione di Cissy Jones I Storia coinvolgente ...

CONTRO

... ma che perde un po' di slancio verso la fine I Le animazioni dei personaggi risultano rigide I Struttura talvolta meno focalizzata I ritmo non sempre perfetto I

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