A costo di sembrare pleonastici, Onimusha: Way of the Sword è l’ennesima brillante dimostrazione del livello al quale Capcom ha oramai abituato il suo pubblico. Una casa di sviluppo storica in grado di passare, nel giro di pochi anni, dal baratro di una creatività in aperta crisi ad una rivoluzione copernicana che ha visto in Resident Evil 7: Biohazard il suo manifesto. Il concetto di rinascita, ludica e concettuale unite alla volontà di mettere al primo posto i videogiocatori, è stato il leitmotiv dei più grandi successi recenti della software house giapponese. E con Onimusha non fa eccezione, riportando con successo in auge una serie che versava in hiatus da vent’anni.
Ai tempi dei miti e delle leggende (leggasi, era PlayStation 2), il franchise fu una boccata d’aria fresca sul mercato degli action adventure. Mescolando elementi tratti da Resident Evil alla storia reale del Giappone opportunamente contaminata dalla mitologia orientale, Capcom realizzò un titolo rimasto nella storia. Non spudoramente action come Devil May Cry (che esordiva nello stesso anno del primo Warlords) né apertamente adventure nel senso più lato, Onimusha realizzava un’affascinante e magnetica via di mezzo in grado di vendere, nel corso del tempo, oltre otto milioni di copie. Tuttavia, il capitolo che doveva segnare l’evoluzione definitiva della serie, si rivelò una piccola Waterloo. Onimusha: Dawn of Dreams fu la quarta iterazione del franchise, che rompeva col passato non solo proponendo una nuova storia ma altresì abbandonando i fondali pre-renderizzati e spostando il baricentro dall’horror atmosferico all’action RPG con un un’estetica vicina agli shonen giapponesi dei primi anni 2000. Ludicamente ottimo, ma proprio la perdita dell’atmosfera originale sancì un duro colpo alla serie, che scivolò nel dimenticatoio. Ma oggi il digiuno finisce: si riapre la caccia ai Genma.
Onimusha: Way of the Sword sarà disponibile dal 4 Settembre 2026 per PC (via Steam), Xbox Series, PlayStation 5 e Nintendo Switch 2.
Versione testata: PlayStation 5
Cenere alla cenere
Piuttosto ironico che il tema della rinascita sia posto alla base della storia raccontata in Way of the Sword. Che, lo chiariamo da subito, non presenta collegamenti diretti con gli eventi dei capitoli precedenti configurandosi alla stregua di un soft reboot.
Giappone, prima metà del diciassettesimo secolo, inizio del periodo Edo. Miyamoto Musashi è un samurai sprezzante e determinato, che si reca a Kyoto per mettere alla prova la sua abilità senza pari nell’arte della spada. Di combattimento in combattimento, tutti i maestri spadaccini sulla sua strada si piegano alle doti del samurai finché un giorno accade qualcosa di imponderabile. Viene infatti assalito da mostri soprannaturali, i Genma, che lo sconfiggono senza difficoltà ponendo fine alla sua vita. Ritrovatosi nell’aldilà, una figura misteriosa di bianco vestita offre a Musashi la possibilità di tornare a camminare tra i vivi grazie al potere di un mistico guanto Oni. Riluttante all’idea di vedere infangato il suo onore dall’intervento di forze ultraterrene, Miyamoto si risveglia nuovamente a Kyoto con dei poteri al di là dei limiti dell’umano. Guidato dalla Oni che vive nel guanto, il samurai incontrerà l’anziano e saggio Takamura che gli mostrerà la verità sull’incombente rischio che i Genma invadano il mondo degli umani. Toccherà a Musashi accogliere i suoi nuovi poteri ed utilizzarli al servizio del bene. Ma chi si cela davvero dietro la minaccia dei Genma? E perché proprio a lui è stato concesso il potere degli Oni?
Con Way of the Sword, Capcom riprende ciò che aveva reso così apprezzata la trilogia classica. Una storia cruda (a tratti addirittura disturbante per propensione horror) e sanguinosa densa di colpi di scena, in cui si mescola con sapienza il taglio cinematografico e l’ispirazione shintoista. Ritorna anche una peculiarità della saga: il ricorso a personaggi famosi per la modellazione dei volti. Se nell’era PS2 avevamo visti ricreate le sembianze di Takeshi Kaneshiro, Yusaku Matsuda e Jean Reno, in Way of the Sword il protagonista ha il viso modellato su una leggenda del cinema giapponese: Toshiro Mifune. Tutto viene reso ancor più prezioso dal solito RE Engine in stato di grazia, solido e performante anche nella realizzazione del Giappone del 1600 corrotto dal miasma dei Genma. E con un comparto audio da brividi. Tanto l’effettistica (tutte le campionature relative alle spade sono oro puro) quanto la soundtrack sono perfette e mai fuori posto. Menzione speciale per il doppiaggio italiano: buon livello, ma viene (inevitabilmente) eclissato da quello giapponese.

Vivere per la spada
Ne Il libro dei cinque anelli di Miyamoto Musashi (quello vero), il leggendario maestro di spada giapponese osservava la necessità di porre attenzione ai segnali di cedimento dell’avversario. Al fine di agire con forza esattamente in quei momenti, “nello spazio di un respiro“. Gli sviluppatori Capcom hanno evidentemente fatto tesoro di questo insegnamento nella creazione del sistema di combattimento di Way of the Sword. Non era facile inventarsi un modo per modernizzare Onimusha nel 2026. Troppo controverso (benché ludicamente valido) Dawn of Dreams per essere un punto di partenza. Troppo desueto puntare sul gameplay della trilogia classica. Al tempo stesso non si poteva scivolare nell’action puro in stile Devil May Cry né cedere al fascino tentatore dei soulslike (cosa che Way of the Sword NON è). Il risultato del team di sviluppo è, in questo senso, nientemeno che encomiabile. Porta infatti il DNA della serie classica nel panorama moderno, evolvendo concept presenti già vent’anni fa ed attingendo dalle suggestioni più contemporanee per creare qualcosa di unico.
In Way of the Sword tutto ruota principalmente attorno all’abilità con un’arma unica, disponibile fin dall’inizio: la vostra fida katana. Lei è più che sufficiente per gestire ogni scontro, a patto di padroneggiare l’arte del combattimento. Perché i nemici sanno essere implacabili ed ostinati, ma non sono invincibili. Un’apertura si mostra sempre al guerriero che è in grado di osservare ed agire in un lampo. E così, il nuovo Onimusha gioca la sua partita tra schivate fulminee e contrattacchi spietati, parate in grado di deflettere gli assalti nemici e instakill che premiano i più abili (la mossa critica Issen, tradizione della saga). Ciascuna di queste (ed altre) scelte tattiche a disposizione di Musashi si declinano a seconda dell’avversario, della sua aggressività, del suo comportamento specifico e delle sue movenze che possono tradire le intenzioni per farvi giocare d’anticipo. Scegliere il giusto tempo per agire e come farlo è l’essenza di Way of the Sword. Il richiamo che si avverte, pad alla mano, è principalmente a Sekiro: Shadows Die Twice ed alla sua danza funambolica tra attacchi e difese. Ma anche e soprattutto nell’aggressività degli avversari e nell’enorme gratificazione che ne risulta nel farli a fettine.
Grazie anche ad una progressione costante che aggiunge continuamente carne al fuoco (tra nuove tipologie di nemici, abilità da sbloccare ed armi Oni da scatenare al momento opportuno), il sistema di combattimento di Way of the Sword è un trionfo di tattica ed abilità. Osservare gli avversari ed agire con la destrezza giusta fa la differenza tra vita e morte, soprattutto contro i boss. Qui il nuovo Onimusha brilla di creatività, con alcuni degli scontri più impegnativi, spettacolari e goduriosi da affrontare di questa generazione videoludica. A patto di avere abbastanza abilità da fronteggiare le sfide più complesse. Perché magari Way of the Sword non è arduo quanto Sekiro, ma in alcuni momenti non ci va troppo lontano. Anche a costo di improvvisi picchi contro avversari coriacei ed estremamente furiosi.

Brave Fencer Musashi
L’altra grande sfida di Way of the Sword ruotava attorno a come declinare la struttura ludica. La soluzione trovata dal team di sviluppo, in questo senso, è quella di un perspicace mix tra livelli lineari e mappa aperta.
Nel corso dell’avventura, Musashi si troverà ad esplorare luoghi simbolo del Giappone dell’epoca (non vi diremo altro) nella sua lotta contro i Genma. In queste fasi, il level design è diretto, con mappe in cui l’obiettivo sarà l’esplorazione lineare, la risoluzione di enigmi ed il combattimento. Ma accanto a queste missioni dall’alto ritmo, il samurai potrà esplorare una Kyoto progressivamente più aperta. Liberandola dalle influenze del miasma, Musashi potrà aiutare la gente, trovare oggetti utili, acquisire potenziamenti ed accettare missioni secondarie. Queste ultime, presenti in diverse tipologie e varietà, porteranno il protagonista ad esplorare aree cittadine. O addirittura tornare nei livelli precedentemente visitati con tendenze metroidvania ed elementi di novità, soprattutto sul versante delle minacce presenti. Sebbene si tratti di contenuti opzionali sulla carta, si rivelano invece fondamentali per l’incremento delle abilità di Musashi. Le anime rosse che possono essere assorbite dal guanto Oni non bastano infatti per potenziare il protagonista. Saranno necessari oggetti di diverse tipologie, benedizioni e consumabili speciali. Tutti messi “in palio” dagli incarichi secondari o presenti in giro per Kyoto. Una decisione di game design che spinge i giocatori al vivere integralmente il titolo. Con ricchi premi (anche di lore) pronti a ricompensare delle sfide più ardue.
Way of the Sword, da un certo punto di vista, è una sorta di sintesi perfetta tra il combattimento di Sekiro: Shadows Die Twice e la struttura del God of War norreno con l’anima fieramente giapponese di Onimusha. Un risultato sul quale, non lo nascondiamo, siamo rimasti entusiasti anche a fronte di alcuni elementi meno riusciti. Proprio Kyoto, ad esempio, tende ad essere un pochino ripetitiva a lungo andare (per completare il titolo sono necessarie non meno di trenta ore). E la difficoltà a volte si impenna verso l’alto senza troppe cerimonie. Si tratta tuttavia del classico pelo nell’uovo, si badi bene. Tolto questo, non c’è davvero modo migliore per salutare l’arrivo di Settembre.

Commento finale
Proprio quando sembrava che Capcom non potesse far meglio di quanto finora proposto nel 2026, Onimusha: Way of the Sword corona un anno eccezionale per la software house giapponese. Il franchise viene riesumato con successo dopo un riposo lungo vent’anni, non solo realizzandone il suo capitolo più riuscito ma anche un action adventure in grado di essere annoverato tra i migliori titoli di questa generazione videoludica. La storia di Miyamoto Musashi e della sua lotta contro i malvagi Genma è un’epopea di sangue sul filo di katana, che unisce un sistema di combattimento gratificante e gustoso ad una storia avvincente in grado di tenere impegnati i giocatori per molte ore. Un prodotto eccezionale che reinventa sé stesso mescolando tradizione ed innovazione, la perfetta definizione del nuovo folgorante ciclo di una Capcom forse mai così impeccabile come in questi anni.






