Dopo l’ottimo riscontro del primo capitolo, Dual Effect rimette le mani sulla sua creatura, sviluppando un sequel che non si accontenta di ri-celebrare l’archetipo di prodotto a cui si ispira, ma lo eleva alla sua massima potenza. Un’opera guidata da una sensibilità mirata, frutto di chi ha compreso i limiti e le potenzialità della nostalgia. Tormented Souls 2 è un gioco che pretende attenzione, non regala nulla, e invita a vivere il terrore lentamente, respirandolo, lasciandosi consumare da esso. Non una corsa contro il male, ma una lenta discesa nelle sue viscere.
Ciò che emerge, fin dai primi minuti, è la volontà di proporre un’esperienza più grande, più ambiziosa e più varia rispetto al predecessore. Una promessa che si traduce in un percorso pieno di ombre, di suoni lontani e di silenzi che pesano più di qualsiasi urlo. E proprio in quei silenzi, Tormented Souls 2 trova la propria voce per accompagnarvi in un viaggio da brividi provenienti dal passato… in tutti i sensi.
Tormented Souls 2, edito da PQube, è disponibile dallo scorso 23 ottobre 2025 su PlayStation 5, Xbox Series X|S e PC.
Versione testata: PlayStation 5
Non si può sfuggire al passato
La storia di Tormented Souls 2 si apre nel punto esatto in cui credevamo che tutto fosse finito. Caroline Walker, sopravvissuta alle atrocità del primo capitolo, vive un’apparente quiete accanto alla sorella Anna. Ma la tranquillità è solo un’illusione fragile, e il passato non smette mai davvero di reclamare ciò che gli spetta.
Quando Anna inizia a soffrire di visioni inspiegabili, Caroline comprende che l’incubo non è finito. Il richiamo oscuro la conduce fino a Villa Hess, una cittadina sperduta tra le montagne del sud del Cile, dove superstizione, religione e follia si fondono (e confondono) in un’unica, inquietante messa in scena.
Da qui, tutto si piega, si distorce. I confini della realtà si sfaldano. Ciò che inizialmente sembra un viaggio per salvare la sorella diventa presto un pellegrinaggio interiore, un ritorno verso il trauma e la verità. La narrazione di Tormented Souls 2 non ha fretta di spiegare, preferendo suggerire, insinuare, confondere. Ci invita a interpretare, a leggere tra le righe dei documenti trovati, a osservare i simboli incisi sui muri, a lasciarci condurre dai sogni e dalle visioni che Caroline sperimenta come frammenti di una mente ormai incrinata.
Pur muovendosi su binari familiari Tormented Souls 2 riesce a restituire una tensione sincera, perché ogni elemento, anche il più abusato, è trattato con misura e coerenza. Non c’è compiacimento nello spavento, ma un’inquietudine sottile e persistente, costruita più sull’atmosfera che sul jumpscare.

Il risultato è un racconto cupo e ossessivo. Caroline non è un’eroina invincibile, ma una figura fragile, spezzata, che agisce per amore e per colpa. Le tematiche di maternità, peccato e redenzione sono il fil rouge di tutta la trama, che usa l’orrore come metafora di un male più profondo: quello del senso di responsabilità verso chi amiamo. È una narrazione che si nutre di ambiguità, che non ha paura di lasciare domande senza risposta, e che preferisce la suggestione alla spiegazione.
Una scelta che potrà risultare opinabile, certo: spetta a ciascuno decidere se una struttura così interpretativa rappresenti un pregio o un limite. A noi, però, è sembrata una direzione coraggiosa, capace di parlare oltre l’horror stesso. Perché nel suo messaggio più intimo Tormented Souls 2 ci ricorda che, a volte, convivere con i nostri errori è l’unico modo per addomesticarli. Quei mostri interiori, trasformati in routine quotidiane, diventano cicatrici che non fanno più male, ma che continuano a ricordarci perché non vogliamo sbagliare di nuovo. È in questo equilibrio fragile tra dolore e accettazione che il titolo trova il suo insegnamento più umano e forse, il suo valore più autentico.
Tradizionalista, ma con brio
Giocare Tormented Souls 2 significa accettare, in un certo senso, un patto. Non vi troverete di fronte ad un titolo che tende la mano, ma a un’esperienza che pretende di essere ascoltata, studiata, capita. È un horror che torna alle origini, che si rifà ai grandi classici senza mascherarlo, ma che riesce comunque a mantenere una propria identità forte e riconoscibile.
Le basi sono quelle note: telecamere fisse o semi-statiche, movimenti rigidi, gestione delle risorse limitata, esplorazione attenta e paziente. La gestione delle risorse è “cattiva”, ma mai ingiusta. Ogni proiettile, ogni cura è importante, e decidere come e quando usarli diventa una parte fondamentale della strategia. Tuttavia, dietro questo impianto apparentemente conservatore, si nasconde una cura notevole nel ritmo e nel bilanciamento.
La cittadina di Villa Hess si aprirà lentamente davanti ai vostri occhi, un labirinto di strade, edifici e passaggi sotterranei che si intrecciano con logica meticolosa. Le scorciatoie, gli accessi nascosti e i collegamenti tra le aree restituiscono quella gratificante sensazione di scoperta che apprezziamo sempre tantissimo.

Gli enigmi, già elemento cardine del primo capitolo, raggiungono qui un equilibrio che mancava. Sono intelligenti, mai banali e finalmente meno criptici, con una logica che premia l’osservazione e la deduzione piuttosto che la sperimentazione cieca. Ogni puzzle è parte integrante del mondo di gioco, coerente con il contesto narrativo e sempre gratificante da risolvere. La sensazione di progresso è costante, e ogni soluzione trovata restituisce la soddisfazione di aver realmente capito qualcosa, non solo di averla indovinata.
Dove il titolo mostra qualche incertezza è nel sistema di combattimento. Caroline può difendersi, ma lo fa con movimenti lenti e limitati, e la gestione della mira richiede pazienza. Anche in questo caso i passi in avanti rispetto al primo capitolo sono tangibili, ma ci troviamo sempre di fronte alla parte meno riuscita del pacchetto. Nonostante tale macchinosità, il combattimento rimane, comunque, coerente con la filosofia del gioco: la vulnerabilità è parte integrante dell’esperienza. E va bene così, dopotutto.
Atmosfera da… brivido
Pur essendo un titolo indipendente, Tormented Souls 2 mostra una consapevolezza artistica e una padronanza dei mezzi che pochi altri esponenti del genere possono vantare.
Le ambientazioni sono il cuore pulsante dell’esperienza. Ogni location è costruita con attenzione al dettaglio e alla composizione, e ogni angolo racconta qualcosa. E qui va riconosciuto un merito importante: in questo secondo capitolo, la varietà delle ambientazioni è impeccabile, nettamente superiore al primo. Anche se si rientra nei cliché tipici del genere, la direzione artistica riesce comunque a mantenerli vivi, credibili e suggestivi. Le luci e le ombre si rincorrono in un gioco di contrasti che amplifica la sensazione di pericolo imminente.
L’uso del sonoro è altrettanto efficace. Ogni rumore, ogni eco, ogni passo sul pavimento si trasforma in un messaggero d’inquietudine. Le musiche sono dosate con grande sensibilità, mai invasive, spesso sostituite da silenzi tesi e minacciosi.
Sul fronte tecnico, il titolo mostra una buona ottimizzazione, anche se non mancano piccoli difetti: qualche animazione rigida, texture meno rifinite in certe zone e una IA non sempre convincente. Il titolo gira quasi sempre a 60 fps stabili, con solo sporadici cali in alcune situazioni, che tuttavia non compromettono l’esperienza complessiva. Vale la pena sottolineare questo dato perché la demo su PlayStation 5 gira, inspiegabilmente, a 30 fps.
Commento finale
Tormented Souls 2 è, prima di tutto, un atto d’amore. Un omaggio al passato, ma anche una dichiarazione d’intenti per il presente: dimostrare che l’horror non ha bisogno di eccessi per funzionare, ma solo di buone idee, di atmosfera e di rispetto per il ritmo della paura. Tormented Souls 2 sceglie la lentezza, la tensione e l’attesa. Un’esperienza che parla direttamente agli amanti del survival horror classico, ma che riesce anche a offrire qualcosa di nuovo a chi non l’ha mai vissuto davvero. Un incubo elegante, viscerale e malinconico, che non urla per spaventare, ma sussurra per insinuarsi sottopelle.




