Il mercato dei videogiochi fisici sta affrontando la sua sfida più grande, in un contesto in cui la minaccia non è strettamente legata solo al modello digitale ma anche alle nuove abitudini dei giocatori.
I collezionisti lo sanno bene: acquistare edizioni fisiche sta diventando sempre più complesso a causa di reperibilità aleatorie (vuoi per tirature di lancio mal calibrate, vuoi per titoli minori che non godono di particolare longevità retail) che stanno coinvolgendo di volta in volta anche la catene più importanti e i publisher più rinomati. E se i dati di vendita globali e le strategie dei principali publisher stanno delineano un futuro in cui il supporto fisico diventerà la minoranza, questa transizione non sta solo modificando il modo in cui acquistiamo i giochi, ma sta riscrivendo radicalmente il concetto stesso di proprietà, collezionismo e fruizione del tempo libero.

Il minimo comune multiplo, in questo contesto, è diventato avere una connessione internet affidabile, in grado di sostenere non solo il multiplayer online, ma anche e soprattutto l’esigenza di attingere alla banda disponibile per il download di patch correttive, aggiornamenti periodici e software digitali. Nel panorama dei migliori gestori internet casa, la scelta principalmente poggia sulla copertura disponibile al proprio indirizzo (Fibra FTTH, misto rame FTTC o FWA) nonché dall’eventuale operatore mobile. Non tutte le proposte infatti potrebbero garantire la massima compatibilità geografica, per cui il nostro suggerimento resta quello di ponderare bene la scelta e tenere in considerazione la diffusione sul territorio e l’esperienza degli operatori optando ad esempio per le migliori offerte TIM per internet casa.
Posto dunque che internet resta una risorsa irrinunciabile per il gaming del 2026, vediamo tuttavia come le abitudini dei giocatori stanno effettivamente cambiando sul versante dell’acquisto e della fruizione dei software.
Il boom del digitale
I dati parlano chiaro: sempre più spesso i videogiocatori stanno optando per il mercato digitale a fronte del tradizionale mercato fisico. Le ragioni di questa scelta sono molteplici e non sempre rappresentano una scelta diretta da parte del pubblico.
Partiamo dalle hardware house. L’avvento dei modelli “digital-only” di PlayStation e Xbox hanno inaugurato uno spartiacque per il gaming su console, aprendo le porte ad un concetto fino a quel momento prerogativa del mercato PC e del ruolo storico giocato da Steam. Il gaming è possibile e fruibile anche senza il supporto fisico, garantendone indiscutibile vantaggi ai giocatori: acquisto immediato dei prodotti senza attese o necessità di recarsi in negozi fisici, azzeramento dello spazio richiesto nelle libreria di casa.
Ma quanto è realmente un’opzione conveniente per i giocatori? Sicuramente lo è per i publisher: eliminare la logistica e la stampa dei dischi significa massimizzare i margini di profitto. Ma non sempre lo è per tutti gli altri: molto spesso i giochi digitali su console sugli store ufficiali non si concretizzano in un risparmio effettivo se non dopo molto tempo dal lancio, mentre i dettaglianti retail sono sempre più costretti a ridurre i punti vendita, convertendosi al merchandising o all’usato retrogame. Vincono tutti? Insomma, non sembrerebbe.
Il paradosso dei “download infiniti”
Anche chi continua a supportare stoicamente il mercato fisico si sta sempre più trovando di fronte a situazioni a dir poco iperboliche.
Il sogno e la speranza della conservazione nel tempo del software e dei videogiochi, una delle sfide culturali più urgenti del nostro secolo, sta lentamente naufragando. Secondo uno studio della Video Game History Foundation, l’87% dei videogiochi classici è considerato commercialmente “estinto” e non più accessibile sui canali moderni. La transizione verso l’ecosistema digitale e i servizi in abbonamento ha trasformato i software in beni temporanei, sollevando un enorme dibattito globale. La colpa tuttavia è anche e soprattutto dei publisher.

Se il mantenimento del codice sorgente e dell’esperienza interattiva originale si scontra con tre barriere sistemiche (obsolescenza dei supporti fisici, la richiesta di connessione costante, i cavalli burocratici legati a licenze d’uso e copyright), persino acquistare un videogioco in formato fisico è diventata una sfida. Sempre più spesso infatti non solo sono richieste validazioni online per accedere al gioco, ma i supporti fisici stessi sono spesso carenti del software integrale. A volte viene avviato un launcher in grado di azionare il download dalla rete dell’intero titolo, in altre occasioni è necessario un update obbligatorio per completare i dati necessari alla fruizione. In entrambi i casi, sempre più spesso sono i publisher a rendere di fatto meri feticci i supporti fisici, incapaci di garantire un funzionamento libero ed indipendente nel tempo. A volte immettendo sul mercato titoli semplicemente non ancora completi o risparmiando sui supporti fisici più capienti, pur di rispettare le tabelle di marcia.
Con conseguenze emblematiche per i giocatori. Sempre più spesso, perfino la comodità di avere intere librerie cloud a disposizione si scontra con la necessità di infrastrutture di rete ultra-veloci (fibra FTTH) per gestire file che superano regolarmente i 100-150 GB a titolo. Il giocatore moderno si ritrova in un ciclo continuo di installazione e disinstallazione, dove lo spazio di archiviazione SSD è diventato la risorsa più preziosa. Senza considerare la chiusura programmata degli store digitali delle vecchie console, che alimenta ancor di più il dibattito sulla preservazione storica del medium videoludico.
Un futuro fatto di steaming e mercati di nicchia?
Quale sarà il futuro del media, su questi presupposti?
Servizi come Xbox Game Pass e PlayStation Plus Extra/Premium stanno trasformando i videogiocatori da acquirenti a abbonati. O almeno, ci stanno provando, a seconda di quanto realmente tali modelli risulteranno sostenibili nel tempo. Ad ogni modo, è innegabile che questo modello cambia persino l’approccio psicologico all’esperienza di gioco.
In maniera niente affatto dissimile ai servizi streaming di film e serie TV, avere accesso a centinaia di titoli inclusi nel prezzo mensile porta con sé il rischio che la soglia di attenzione si abbassi drasticamente. Con il risultato che i giocatori tendono a provare molti più titoli, ma ad abbandonarli ancor più velocemente a fronte di un consumo convulso e frenetico che danneggia le produzioni più modeste.

Più sullo sfondo, la prospettiva del Cloud Gaming punterebbe ad eliminare l’ostacolo del download, permettendo di giocare istantaneamente su qualsiasi schermo (TV, smartphone, tablet) tramite server remoti. Un esempio concreto in questo senso è rappresentato dalla proposta di NVIDIA con GeForce NOW, servizio di cloud gaming che permette di giocare in streaming sfruttando la potenza di calcolo di server remoti equipaggiati con schede grafiche RTX di fascia alta. Grazie alla capacità di integrarsi alle libreria digitali dell’utente, collegandosi direttamente a Steam ed Epic Games Store (ma non solo), nonché con un ampio ventaglio di formule in abbonamento (anche free), si tratta di una vera e propria nuova generazione nel campo del cloud gaming. Una prospettiva affascinante per molti, ma che si deve scontrare con gli inevitabili paletti legati ad una copertura internet necessariamente stabile e di alto livello. Qualcosa che in molti paesi, Italia compresa, ad oggi è utopia.
Ed il mercato retail? In un modo o nell’altro, sopravviverà come quello della musica e dei film. L’ipotesi è che traslerà sempre più spesso verso un fenomeno di minoranza, se non addirittura di nicchia e di lusso. Impossibile non pensare alle aziende specializzate nella produzione di copie fisiche limitate e da collezione, come Limited Run Games. Sempre più spesso viste come ultimi baluardi del supporto fisico, in grado di trasformare videogioco scatolato in un oggetto da esposizione per appassionati disposti a pagare un sovrapprezzo. Ovviamente.
