Sony, addio al disco fisico: ecco perché è la peggiore notizia dell’anno (e non solo) per i giocatori e l’intera filiera produttiva

Oramai la decisione di Sony è sulla bocca di tutti: a partire da Gennaio 2028 l’azienda interromperà la produzione di dischi fisici per qualsiasi titolo in arrivo su console PlayStation. Tuttavia il pubblico non ha accolto serenamente la novità. Neanche un po’.

Quella che potrebbe sembrare l’inevitabile decisione nel mondo digitalmente dematerializzato che avanza, si sta scontrando, nelle ultime ore, con un’agitazione popolare che trascende il solo pubblico dei giocatori per estendersi all’intera filiera produttiva del settore. Basta entrare su qualsiasi social network per trovarsi di fronte a commenti indignati, iniziative di raccolta firme, ipotesi di boicottaggio nei confronti degli abbonamenti PSN e della prossime generazione di console.

Un malumore palpabile, che diventa impressionante se si pensa che il messaggio originario di X ha quasi raggiunto la stessa diffusione capillare del post Sony dedicato alla copertina di GTA 6. Circa 80 milioni di visualizzazioni che forniscono un dato solo marginale di quanto la decisione dell’azienda giapponese andrà ad impattare sulle abitudini dei giocatori. Ma non saranno gli unici a dover fare i conti con tutto questo: l’effetto a cascata sarà enorme e non solo per chi ama i videogiochi.

Il dato oscuro del sacrificio

Anzitutto, parliamo di numeri. Che tuttavia, ironicamente, non esistono con una chiarezza inequivocabile.

A seconda dei dati che si prendono a riferimento, è possibile infatti stimare che circa l’80% del mercato videoludico PlayStation transita attraverso il PlayStation Network. Un dato che tuttavia tiene conto di tutti gli articoli digitali dello store, andando a rendere la bilancia non così veritiera come da un’analisi superficiale. Le stime più prudenti parlano a tal riguardo di una fetta di mercato, quella rivolta al mondo fisico, che oscilla più realisticamente tra il 20% ed il 30% circa.

E’ di chiara evidenza che non parliamo di una minoranza assoluta, bensì di numeri significativi in grado di spostare il fatturato di qualsiasi azienda. Esponenzialmente, anche e soprattutto di quelle più grandi. Allora perché rinunciare a questa percentuale? Verosimilmente Sony ha soppesato i costi legati al settore del mercato fisico, all’andamento progressivo della diffusione del digitale e alle prospettive della prossima generazione. Altrettanto evidentemente, le analisi aziendali relative ai rincari che stanno interessando tutto il settore videoludico stanno spingendo verso un abbandono più celere del mercato fisico. Una futura PS6 senza necessità di lettore potrebbe infatti aiutare a contenere, almeno marginalmente, i costi lievitati in tema di RAM e componentistica.

Ma si tratta di mera speculazione. I più pessimisti hanno additato la scelta semplicemente verso la più classica delle stoccate inferte al mercato da parte di un’azienda in situazioni di semi monopolio. Maggiori margini di guadagno, puro e semplice.

La fine del collezionismo

Al di là dei ragionamenti sui motivi della scelta, le conseguenze son quelle che interessano al pubblico. Ed è piuttosto evidente che i primi ad essere colpiti saranno proprio loro: i videogiocatori.

Se il collezionismo è definibile come una ricerca di ciò che appassiona e gratifica, la fine del disco fisico è la certificazione della morte di questo ideale romantico. L’idea, cullata da molti gamer, di avere un proprio scaffale ricco dei titoli più importanti e significativi, destinati magari ad essere tramandati di genitore in figlio, viene a mancare. Ma non è solo questo.

Muore con questa scelta l’ultimo baluardo dell’aggregazione e del concetto di proprietà, con l’impossibilità materiale di prestare o vendere i propri titoli ad amici, parenti o conoscenti. Subentra una zona grigia di proprietà digitale in cui il giocatore sarà meramente concessionario di una licenza dematerializzata, virtualmente revocabile in qualsiasi momento dal proprietario originario. I giocatori, dunque, non saranno più realmente proprietari di nulla, pur trovandosi a pagare le stesse cifre di sempre. Perché il PlayStation Store, in quanto unico e senza concorrenza sulla propria piattaforma, può imporre i prezzi senza temere alcunché… e preservare la sua politica sui rimborsi vincolata ad aver avviato il gioco anche solo una sola volta. Facciamo un test: prendete un paio di titoli uscito due anni fa e confrontate i loro prezzi su Amazon e sul PlayStation Store.

Chiunque poi cita Steam per indorare la pillola della sciagurata decisione Sony (“su PC siamo da decadi in una realtà digitale”), sottostima quanto l’ecosistema sia in effetti influenzato da una libera concorrenza che detta le regole: non è un caso che su PC sia praticamente impossibile trovarsi di fronte ad un titolo al lancio ad 80€, essendoci una pluralità di store pronti ad offrire (lecitamente) prezzi molto più concorrenziali e sostenibili. Non è un caso che, in queste ore, in migliaia di giocatori stiano prendendo la decisione di abbandonare il mercato console in favore del maggiormente tutelato e trasparente mercato PC. Se togli ad una console parte della sua identità, cosa resta? E perché il pubblico dovrebbe restare fedele a fronte di costi sempre più alti e condizioni sempre peggiori?

Insomma: si pagherà lo stesso (o di più) per avere molto, molto meno. E magari, un domani, per non avere niente.

Il primo media destinato all’oblio?

Un’altra riflessione francamente inquietante è aver constatato che, di tutti i media di intrattenimento, i videogiochi siano al tempo stesso i più giovani e quelli che forse saranno destinato all’oblio prima di tutti gli altri.

In un mondo in cui la musica si ascolta su Spotify, il romanzo più atteso dell’anno si legge su Kindle ed il film premio Oscar si guarda agevolmente sui servizi streaming, la realtà è diversa. Esistono ancora CD musicali e addirittura i vinili dei nostri padri e nonni. Esistono libri nel formato cartaceo come nati con la Bibbia di Gutenberg quasi sei secoli fa. Le pellicole vengono tutt’ora distribuite in DVD e BR. Il tutto anche se, nel 2026, la bilancia tende verso la dematerializzazione nella fruizione di questi media. Perché loro si e i videogiochi no? Siamo figlio di un Dio minore, come citava il dramma di Mark Medoff?

Non solo dunque i videogiochi rischiano, concretamente, di diventare il primo media ad essere cancellato dal progredire della storia. Ma la missione della preservazione videoludica diventa estremamente più complessa, soprattutto per sistemi chiusi come quello Sony. Immaginate un futuro The Last of Us 3 o un Horizon 3 o la trilogia remake di God of War. Tutto questo avrà cittadinanza solo in formato digitale. E preservare questi futuri titoli sarà estremamente complesso.

Un futuro nero per chi, coi videogiochi, ci lavora

Impossibile poi non pensare a tutti gli attori coinvolti in questa decisione. Se, da appassionati, ci interroghiamo adesso sul nostro futuro pad alla mano, è altrettanto importante ragionare anche su chi, coi videogiochi, ci lavora.

L’intera filiera produttiva infatti è destinata, su questa basi, a tempi estremamente duri e realisticamente a future importanti chiusure. Dalla fabbrica preposta alla realizzazione dei supporti ottici agli spedizionieri, dai grossisti ai corrieri che consegnano i titoli agli acquirenti finali. Senza scordare gli ultimi anelli della catena: i dettaglianti, siano essi piccole aziende indipendenti o grandi catene in franchising.

L’azzeramento dell’indotto generato dalle copie fisiche dei software PlayStation provocherà un inevitabile terremoto a catena che metterà a dura prova tutte queste realtà. E molte, realisticamente, saranno costrette a fare i conti con tagli del personale fino anche alla chiusura. Decine di migliaia di posti di lavoro concretamente a rischio, un danno collaterale che finirà col ripercuotersi sulle economie di privati e famiglie.

A sorridere sarà, verosimilmente, solo Sony. Ed i publisher maggiori, ora liberi dei costi relativi alla distribuzione fisica dei propri prodotti. Ma siamo proprio sicuri che l’addio a dei semplici dischi in policarbonato sarà così inoffensivo? Che le software house e distributori piccoli e medi accettino di buon grado questo nuovo status quo? E che tutto questo venga accettato placidamente dal grande pubblico, pronto a spendere realisticamente oltre 1.000 euro per la nuova PlayStation 6? Abbiamo i nostri dubbi.

Danilo Di Gennaro
Danilo Di Gennaro
Viaggiatore nel tempo, utilizzatore della Forza, ex SOLDIER di 1° classe. Accanto ad una passione incrollabile verso il media videoludico da oltre 30 anni, nel tempo mi appassiono quadrimensionalmente a tutto ciò che proviene dal Giappone, nonché a cinema, serie tv, supereroi e molto altro. Allons-y.

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