Cuffie wireless con lettore MP3 integrato ad un prezzo vantaggioso. Cosa si può chiedere di più?
Creative Labs Singapore, dopo lo straordinario successo delle Outlier ONE, nominati i migliori auricolari Bluetooth del 2018 da Soundguys, continua a offrire auricolari dal prezzo eccezionale con una qualità audio superiore alla media. Le cuffie wireless intrauricolari Creative Outlier ONE Plus, lanciate qualche settimana fa al prezzo di 49,99€, mantengono l’ottima qualità audio, il comfort e l’adattabilità delle Outlier ONE, ma offrono alcune funzionalità che nessun altro auricolare delle altre marche, offre a questo prezzo, come: la connettività Bluetooth 4.2 avanzata e un lettore MP31 integrato da 4GB che consente di riprodurre i propri brani senza dover necessariamente portare con sé il proprio smartphone.
La maggiore durata della batteria (fino a 10 ore2) e la certificazione IPX4, fanno sì che le ONE Plus si adattino a qualsiasi esigenza quotidiana.
Confezione di vendita
La confezione di vendita non si differenzia particolarmente da quella del precedente modello. Cambiano i colori, bianco e arancione, che rendono le cuffie leggermente più accattivanti rispetto alle Outlier ONE, ma la dotazione all’interno della scatola è la stessa. Infatti, troviamo le cuffie in-ears di colore nero con rifiniture in arancione, la solita scelta di gommini di ricambio (S, M e L)), due auricolari a tenuta, una clip per agganciare saldamente le cuffie al colletto della maglia, un cavo di ricarica micro USB da 0,3 m e il sacchettino in feltro nel quale possiamo riporre le ONE Plus.
Lettore MP3 integrato con memoria interna da 4 GB
Le Outlier ONE Plus sono dotate di una memoria internada 4GB che permette di riprodurre la musica senza la necessità di doverle connettere al proprio telefono. Il trasferimento dei brani è semplice e intuitivo, basta collegare il cavo dati USB all’apposito alloggiamento delle cuffie e poi al PC e immediatamente apparirà la nuova unità in File Explorer. Copiate i file nei formati MP3, FLAC, WAV e WMA. Come possiamo trovare le nostre canzoni preferite e riprodurle facilmente? Semplice, attraverso l’applicazione Sound Blaster Connect (disponibile per Android e iOS). Il suo aspetto è abbastanza minimale, ma fa il suo lavoro. Oltre a poter sfogliare i brani e selezionare quello che vogliamo riprodurre, mentre ascoltiamo musica direttamente dalla memoria interna, possiamo comunque continuare a effettuare e ricevere chiamate dallo smartphone. È anche possibile passare in un batter d’occhio dalla sorgente di archiviazione interna a quella Bluetooth premendo il pulsante raffigurante la ♪. La gestione dei brani può comunque avvenire attraverso il telecomando. Ad esempio, tenendo premuto il tasto + per circa due secondi, possiamo passare al brano successivo e viceversa, tenendo premuto il tasto – andiamo al brano precedente. I tasti sono stati leggermente migliorati. Infatti, risultano essere più in rilievo rispetto alle Outlier ONE e ciò agevola l’individuazione dei tasti + e -.
Qualità audio
Anche le Creative Outlier ONE Plus sono equipaggiate con un driver singolo in Neodimio da 6mm che offre una gamma di suoni ricca e bilanciata. Non abbiamo notato differenze rispetto alle Outlier ONE. Per il prezzo, leggermente più alto, 49,99€, ci saremmo aspettati un leggero miglioramento, ma non importa in quanto il sound proposto dalle cuffie, non raggiungerà la perfezione, ma è decisamente sopra la media rispetto al segmento a cui le ONE Plus sono rivolte. I gommini in morbido silicone Auraseal eliminano i rumori esterni (mantenendo però l’ascoltatore a contatto con l’ambiente circostante) e permettono di concentrarsi al meglio sull’attività che si sta svolgendo. Gli alti nitidi e i bassi profondi (forse anche troppo a causa dei cuscinetti Auraseal), offrono delle prestazioni sonore di buona fattura e fanno sì che le ONE Plus si adattino praticamente ad ogni tipologia di genere musicale. Abbiamo notato soltanto un leggero gracchio in modalità Bluetooth che invece è totalmente assente durante la riproduzione in MP3. Per quanto riguarda invece la qualità della chiamata, non abbiamo notato cambiamenti, il problema riscontrato con le Outlier ONE permane, il microfono trovandosi spostato verso destra, rimane localizzato in una posizione più bassa rispetto alla bocca e il ricevente non riesce a sentirci in maniera chiara per tutta la telefonata.
Durata della batteria
Le ONE Plus hanno una durata della batteria stimata in circa 10 ore in modalità riproduzione MP3 e di 7 ore durante la riproduzione di musica tramite Bluetooth. Quando la batteria è scarica, gli auricolari emettono dei fastidiosi segnali acustici (il suono è davvero troppo forte tanto da sentirsi limpidamente anche con gli auricolari appesi al collo) che ci avvisa che è necessario ricaricarli. La durata della batteria dipende naturalmente da come utilizzate le cuffie. Le abbiamo stressate in tutti i modi, alternando riproduzione MP3, Bluetooth, tenendole accese o utilizzandole per effettuare chiamate ed effettivamente quanto promesso da Creative sulla durata è stato mantenuto. I tempi di ricarica si aggirano sulle 2/3 ore.
Commento finale
Le Creative Outlier ONE Plus migliorano le ottime Outlier ONE. La connessione Bluetooth 4.2 (rispetto alla 4.1 precedente) è ancora più stabile e il comodo lettore MP3 da 4GB integrato permette di utilizzare le cuffie anche senza l’ausilio dello smartphone, il che ne fa un must buy per chi ama praticare attività all’aperto e non solo. Il prezzo è leggermente aumentato, 49,99€ ma sul sito Creative è già possibile portarsele a casa con uno sconto di 10€. Acquisto consigliato, in quanto a questo prezzo è praticamente impossibile trovare un paio di cuffie wireless con le caratteristiche delle Outlier ONE Plus.
Specifiche tecniche
Peso (solo cuffie) – 16 g
Connettività – Bluetooth 4.2
Profili Bluetooth – A2DP, AVRCP e HFP
Resistenza all’acqua – Sweatproof IPX4
Durata della batteria – Fino a 7 ore (Bluetooth) Fino a 10 ore (lettore musicale MP3)
Periferica di Ricarica – Micro USB
Driver – Magnete in Neodimio da 6mm
Risposta in frequenza – 20 Hz – 20 kHz
Impedenza – 16 Ohm
Microfono integrato – Microfono invisibile omnidirezionale con ClearSpeech Engine e HD Voice
E’ inutile affermare che questa modalità nasce dopo il successo incredibile di Fifa Ultimate Team, modalità che permette ai giocatori di creare la propria squadra dei sogni.
Bisogna però ammettere che dopo il primo anno di rodaggio, la modalità ha acquisito una vera e propria identità, che ha portato alcuni fantallenatori a preferire la simulazione calcistica di Konami, grazie anche alla licenza importantissima della UEFA Champions League.
La modalità si differenzia da quella offerta da EA in pochi, ma essenziali elementi:
Pacchetti sostituiti dalla figura degli agenti/osservatori;
Assenza di moduli intercambiabili a piacimento, per farlo dovrete acquistare gli allenatori;
Non esiste il mercato trasferimenti (mossa atta ad evitare la compravendita di crediti);
Per fare “Intesa” bisogna giocare partite su partite, infatti essere della stessa nazione, squadra o campionato non servirà a nulla, certe cose si acquisiscono in campo;
Konami è maggiormente magnanima nel donare crediti, agenti, ecc. ai giocatori
Questo piccolo preambolo serve a tutti coloro che non hanno dimestichezza con questa modalità, in caso decidano di affrontare senza rete di salvataggio il nuovo PES 2019.
myClub 2019, la preparazione è tutto…
Come tutte le volte, si inizia con i canonici passaggi guidati che servono ai giocatori per tornare in campo ben preparati.
Si inizia con la scelta del nome della squadra e dai colori che la vostra compagine porterà sul campo di gioco (basandosi sulle squadre reali) con orgoglio, dopo questo passaggio, tocca alla scelta dell’allenatore, in questo caso dovrete tener conto di un solo elemento, il modulo, scegliete quello più congeniale al vostro stile di gioco.
Potrete scegliere tra:
Sabatini (4-2-3-1);
Aramburu (4-3-3) scelto dal sottoscritto (come tutti gli anni);
Fischer (4-3-1-2);
Roldan (3-1-3-3).
Il valore sotto la voce Abilità Gestionali, sta a significare che il vostro mister potrà gestire squadre che non superino quel valore (ottenibile sommando il costo di ciascun giocatore, compresi i panchinari, più alto è l’overall maggiore sarà il costo di quel giocatore).
Per migliorare avrete tempo, tanto non inizierete con schiere assurde di fenomeni, a parte qualche botta di fortuna.
Konami, per farvi iniziare con il sorriso e con un giocatore che non abbia i piedi quadrati, vi farà scegliere tra una serie di campioni da inserire nel vostro nuovo team, logicamente sono in prestito, potrete scegliere tra grandi fenomeni del calcio mondiale, da Eden Hazard a Antoine Griezmann, passando per Henrikh Mkhitarian, Paulo Dybala e Gareth Bale.
Una volta effettuata la scelta il gioco vi mostrerà il team con il quale inizierete l’avventura, a parte il giocatore in prestito la qualità dei titolari sarà definitivamente scadente, mettiamola così non li schierereste nemmeno al campionato parrocchiale.
Qui PES 2019 vi introdurrà al funzionamento dei cambi, degli allenamenti per i giocatori e allo “Spirito di squadra”, quest’ultimo valore è lo specchio dell’intesa tra i vostri giocatori, più il valore sarà alto, meglio sarà il comportamento dei vostri uomini sul rettangolo di gioco.
“Sbusta” che ti passa
Il termine sbustamento non si addice al gioco, ma avete capito perfettamente che intendo…
Ora il gioco vi farà utilizzare un agente speciale, con la certezza di trovare un giocatore “pallone oro”, potrete trovare da Andrea Barzagli al mitico Xavi, passando tra David Luiz, Arda Turan e “Danielino” De Rossi.
Appena vi accingerete a scoprire quale giocatore abbia in serbo per voi l’agente “tutorial”, vedrete immediatamente che la vecchia animazione (tipo slot) è stata sostituita da una comprendente il globo terrestre ed i colori della nazione del campionato dove milita attualmente il giocatore.
Trovato il vostro primo giocatore di proprietà e fidatevi che vi sarà estremamente utile, il gioco vi introdurrà alle aste, novità di qualche edizione fa, ma che vi permette di “sniperare” i giocatori che volete, a patto di avere (tanta, ma tanta) pazienza.
Novità del 2019
Anche in quest’edizione non mancano le novità, si parte dalle licenze di numerosi campionati, perlopiù semisconosciuti, ma più siamo meglio è.
Tornando a parlare del myClub, modalità che da sola sostiene la maggior parte del multiplayer online di PES, quest’anno sono state aggiunte le sfide giornaliere, una serie di coppe che richiederanno una sempre crescente abilità del giocatore oltre che squadre di una certa caratura.
Ora parliamo delle nuove leggende, quest’ultima tipologia di giocatori sono quelli che hanno appeso gli scarpini o i guanti al chiodo, ma che hanno lasciato un segno indelebile nei nostri cuori. Konami ha annunciato che durante l’anno ne arriveranno altri, ma intanto rifacciamoci gli occhi con questi giocatori unici (per brevità ne citerò alcuni, altri potrete trovarli qui):
Diego Armando Maradona: Basta il nome per rispolverare gli anni d’oro del Napoli dello Scudetto, nonostante il comportamento discutibile del giocatore fuori dal campo che lo hanno portato lontano dal capoluogo partenopeo e dalle folle adoranti, resta il fatto che “El Pibe de Oro” ha lasciato la sua “impronta” in questo gioco. E’ inutile dire che tutti lo vogliono, ma ci vorrà tanta fortuna per schierarlo nel proprio 11 titolare;
David Beckham: Stiamo parlando del “bello del calcio, è stato l’antesignano dei giocatori-modelli, ancora oggi con i suoi 40 e passa anni detta moda e stile, basti pensare ai miliardi di post dedicati allo “Spice Boy” durante il recente “Royal Wedding”. Tralasciando la moda e lo spettacolo, ricordiamo David Beckham per il giocatore che è stato, il suo destro fatato ha meravigliato milioni di fan in tutto il mondo. Si ricorda inoltre che Beckham, ha fatto anche qualche capatina anche in Serie A, vestendo la maglia dei Diavoli Rossoneri, lasciando anche a loro qualche bel ricordo;
Ronaldinho Gaucho: C’è bisogno di dire chi è? E’ stato uno dei più grandi giocolieri del Brasile degli ultimi anni, la velocità unita ad un dribbling fantasioso ed ubriacante lo hanno portato a diventare una leggenda di diritto. Anche il Gaucho è passato per i nostri campi, sempre con la maglia del Milan;
Alessandro Del Piero: Ci manchi!!! Scusate l’urlo disperato da fan del calcio, ma è vero, Alex Del Piero che ora parla con volatili per reclamizzare acqua, ha lasciato un segno indelebile nel cuore dei tifosi juventini e degli amanti del bel calcio. Infatti “Pinturicchio” (nome affibiatogli dall’Avvocato Agnelli) era un vero artista del calcio, a lui si devono molte delle fortune della Juve, nonostante la presenza di altri grandi campioni come Trezeguet e altri. Oggi al calcio italiano (a livello di nazionale) manca un giocatore così bravo e professionale, ha seguito il suo cuore fino alla retrocessione della Juventus, complimenti (parla un tifoso del Milan).
Pavel Nedved: Come dimenticare il centrocampista ceco ex Lazio e Juventus, corsa, voglia e cattiveria sono state le caratteristiche che lo hanno reso unico, trovatelo e vi “innamorarete” di lui, è il “factotum” del centrocampo;
Paolo Maldini: Parla il milanista che è in me, Maldini è stato ed è ancora il miglior difensore Mondo, figlio di Cesare Maldini, ha dato al Milan e alla Nazionale Italiana tantissimo. Con lui il Milan ha vinto coppe su coppe, purtroppo non ha goduto della stessa fortuna in Nazionale, ma non smetterò mai di ricordare il “Magico numero 3”. Grazie Paolo;
Ruud Gullit: I più giovani non lo conosceranno, ma Gullit con le sue iconiche treccine e quei folti baffi, faceva parte del trio di olandesi che hanno reso vincente il Milan di Sacchi. Infatti, insieme a Rijkard e a Marco Van Basten aka “Il Cigno di Utrecht” hanno vinto praticamente ovunque, contro tutto e tutti. Se troverete Gullit, il vostro centrocampo diventerà una muraglia impenetrabile ed ogni corner diverrà un’occasione da gol;
Johan Cruijff: Chiamatelo “Profeta del Gol” o “Pelè Bianco”, Cruijff sarà per sempre il genio del calcio per antonomasia, grazie a lui il Mondo ha conosciuto il “Calcio Totale”, riuscirete a farlo entrare in squadra?
Assieme a questi grandi ci sono altri fenomeni di indiscussa bravura, come: Marcelo Salas, Ivan Zamorano, Cafù, Patrick Vieira, Bebeto, Lothar Matthaus, Roberto Carlos, Luis Figo, Romario, Oliver Khan e tantissimi altri.
Che dire, PES 2019 con la Modalità myClub ha creato un’esperienza divertente, appagante e ricca di sorprese, voi che ne pensate?
Con l’annuncio di Sony di PlayStation Classic, ecco 15 giochi che vorremmo che inserisse nella sua “nuova” micro-console.
A inizio settimana, Sony ha sorprendentemente annunciato PlayStation Classic. Questa sarà una micro-console che seguirà le orme di Nintendo NES Classic Edition e di SNES Classic Edition dello scorso anno. Quindi, come queste console che la hanno preceduta, PlayStation Classic giungerà sul mercato come una versione miniaturizzata dell’originale PlayStation; inoltre, porterà con sé 20 dei più conosciuti titoli della prima generazione Sony.
La casa nipponica ha già annunciato 5 giochi che sicuramente troveremo nella console a Dicembre: Final Fantasy VII, Jumping Flash, Ridge Racer Type 4, Tekken 3 e Wild Arms. Presupponendo che il resto verrà annunciato prima dell’uscita, mancano comunque 15 titoli da includere nel sistema.
Per questo, stiamo provando a speculare e cercare di indovinare quali titoli possano essere. Ed è per questo motivo che escludiamo subito dalla lista titoli come Crash Bandicoot o Spyro, in quanto hanno già visto una nuova giovinezza con le Remaster a loro dedicate.
Castlevania: Symphony of the Night
Nonostante PlayStation abbia offerto ottimi titoli 3D quali Crash Bandicoot o Metal Gear Solid, il roster della console puntava molto più su titoli a scorrimento 2D, e nessun miglior esempio può arrivare se non con lo stupendo Castlevania: Symphony of the Night. Pilastro del genere Metroidvania, Symphony of the Night è un’ovvia e attesa inclusione da essere rappresentata in PlayStation Classic.
Crash Team Racing
Considerando la remaster della trilogia attraverso la N. Sane Trilogy, la presenza del gioco originale nel PlayStation Classic scema, e anche molto. Tuttavia, sarebbe sciocco non includere un titolo della serie nella micro-console. Per questo motivo, Crash Team Racing sembra, a oggi, la scelta più logica per includere l’iconico bandicoot PlayStation, e anche in considerazione del fatto che come racing kart non è per niente male.
Gran Turismo 2
Siccome oggi i racing game son quasi tutti identici, con macchine indistinguibili rispetto alle controparti originali, la serie Gran Turismo, apripista del genere, non mancherà quasi sicuramente all’appello. Dei titoli PS, Gran Turismo 2 è il più accreditato, in quanto ha migliorato ed esteso il racing game originale con più macchine e opzioni disponibili.
The Legend of Dragoon
Siccome PlayStation Classic è casa di molti JRPG, The Legend of Dragoon sarebbe un ottimo rappresentante della categoria, oltre agli inarrivabili Final Fantasy VII o Suidoken II. Esclusiva Sony, non sarebbe una sorpresa vederlo apparire sulla micro-console insieme ad altri esponenti del genere.
Legacy of kain: Soul Reaver
Sotto la direzione di Amy Hennig, scrittrice e direttrice di Uncharted, Legacy of Kain: Soul Reaver gira intorno una guerra tra fazioni di vampiri. Dato che in realtà è predecessore di tutti gli action moderni, essere incluso nel PlayStation Classic potrebbe essere un ottimo tributo per uno dei capostipiti del genere.
Metal Gear Solid
Dall’opening sino alle boss fight, Metal Gear Solid merita di diritto un posto nel PlayStation Classic. Nonostante i recenti dissapori tra il suo creatore, Kojima, e Konami, Metal Gear Solid non è solo un greatest PlayStation, bensì un’icona. Considerando anche il suo anniversario quest’anno, sembra appropriato dare luogo al titolo nella casa da dove è partito.
Resident Evil
Dai sandwich di Jill ai capelli di Wesker fino al terrificante rumore dei cani che saltano attraverso i vetri delle finestre, Resident Evil non solo è un’esperienza da provare per gli standard odierni, bensì è anche il titolo che ha ridefinito un genere. I survival non sarebbero tali senza Resident Evil, e per questo PlayStation Classic dovrebbe dargli un posto, nonostante ciò significhi rivivere le nostre paure ancora una volta.
Silent Hill
Gran compare di Resident Evil, Silent Hill specularmente ha fatto la storia dei videogiochi nel 1999, e PlayStation Classic porterebbe un altro caposaldo al suo sistema. Le atmosfere di Silent Hill sono ancora oggetto di incubi che meriterebbero di essere vissuti nel 2018.
Suikoden II
Dato che PlayStation è casa di molti RPG, ci sta sicuramente posto per alcuni titoli non-Final Fantasy. Tra le scelte possibili, Suikoden II è sicuramente il titolo che speriamo arrivi nel sistema. Nonostante non abbia risonanza mediatica come Final Fantasy, questa serie è una delle migliori JRPG, e PlayStation Classic sarebbe sicuramente più completa con lui tra le sue fila.
Syphon Filter
Uno dei primi titoli di Eidetic, Pensiamo che sia giusto includerlo nel PlayStation Classic. Come controparte di Metal Gear Solid, Syphon Filter è un altro ottimo esempio di stealth game. Inoltre sarebbe un’ottima pubblicità per la prossima IP di Bend – ex Eidetic -: Days Gone.
Tomba!
Mentre PlayStation ha già le sue mascotte quali Crash, Lara Croft, Spyro, ecc., Tomba! sarebbe una grande aggiunta per la sua identità unica. Rispetto ad altri titoli, Tomba! rappresenterebbe quella varietà e spensieratezza che farebbe bene alla line-up dei titoli di PlayStation Classic.
Tomb Raider
Mentre Lara Croft è arrivata sino al cuore del Messico nel recente Shadow of the Tomb Raider, tornare alle sue origini in Tomb Raider sembrerebbe ovvio per PlayStation Classic. Lara è cambiata molto da quel lontano 1996, ma tornare alle sue origini sarebbe un bel tuffo nella nostalgia per i vecchi fan.
Tony Hawk’s Pro Skater 2
Mentre la serie Tony Hawk’s continua a vivere dopo il recente Tony Hawk’s Pro Skater 5, Tony Hawk’s Pro Skater 2 rappresenta il picco assoluto del franchise. Con un’incredibile soundtrack e roster di skater, Pro Skater 2 rappresenta una fantastica aggiunta al sistema PlayStation Classic; tuttavia, la sua inclusione dipenderà dalla risoluzione dei problemi legali relativi ai diritti delle licenze.
Twisted Metal
Davvero, qualunque dei primi 4 Twisted Metal potrebbe approdare su PlayStation Classic. Tuttavia, se vogliamo rendere le cose semplici, il primo porterebbe i giocatori in un fantastico action macchina-contro-macchina con Sweet Tooth e il resto del bizzarro cast del titolo.
Valkyrie Profile
Siccome sappiamo che Final Fantasy non occuperà tutti gli slot degli RPG, Valkyrie Profile potrebbe essere un’importante aggiunta all’eredità dei JRPG. Inoltre, la sua mitologia norrena aggiungerebbe più varietà alla line-up del sistema, specialmente per coloro ancora assetati dopo God of War.
Uscito nelle sale italiane da pochi giorni, il quinto film dell’universo narrativo di The Conjuring, The Nun, è pronto per fare il salto di qualità.
Da quando uscì nelle sale The Conjuring, i più attenti avevano sicuramente notato che la pellicola avesse del grande potenziale, magari meritevole di una serie. Ebbene, l’anno successivo il titolo ricevette uno spin-off, Annabelle, e poi addirittura un seguito, Il Caso Enfield, nel quale, per la prima volta, appariva Valak. Senza troppi fronzoli o giri di parole, è un’entità che – cinematograficamente parlando – è entrata nel cuore dei molti fan e dei cultori di questo genere. Non solo loro: infatti, è uno dei pochi elementi apprezzati anche da chi l’horror non riesce a digerirlo, nemmeno sotto tortura o comunque per errore.
Per questo motivo, Warner Bros ha ben pensato di affidare una pellicola stand-alone per la suora infernale lasciando la regia ad Hardy, coadiuvato da Wan. Sebbene il regista delle precedenti pellicole non abbia un ruolo dominante, la mano, le idee, il suo stile si avvertono durante la visione del film. Inoltre, e non è banale né da dire né da mettere in pratica, la pellicola si collega perfettamente con l’universo narrativo dal quale lei proviene.
“Finit hic, Deo”.
Hardy, Wan e Safran hanno ben pensato di iniziare la narrazione con una scena molto raggelante. Due suore, nell’antica Abbazia di Santa Carta, in Romania, stanno aprendo una porta in un disperato tentativo di prevenire qualcosa di terribile. Questa porta reca la scritta in latino “Finit hic Deo”, qui finisce Dio. Dopo ciò, la suora che è entrata nella porta ne fuoriesce coperta di sangue e quasi impossibilitata a camminare, lascia una chiave alla sua sorella e viene trascinata nel buio con violenza. Quindi, quest’ultima, si reca nella sua stanza, di fronte a quella porta, lega una corda a un’estremità del suo letto e si impicca, chiedendo perdono a Dio. Da dietro, invece, si può notare la figura di Valak, esile e allo stesso tempo imponente, avvicinarsi spegnendo ogni candela e rovesciando il crocifisso nella stanza della suora.
Un avvio monumentale, in pompa magna e che consegna al pubblico la prima di mai abbastanza apparizioni del demone. Tuttavia, The Nun non si basa sull’incutere paura, nel vero senso della parola, bensì cerca costantemente di inquietare, angosciare e incutere timore.
I jumpscare, molto presenti nella pellicola, sono tutti citofonati e pochi sortiranno il vero effetto; tuttavia, ciò non implica che una scena sia fatta male. Tutt’altro, le scene funzionano e i comportamenti di tutti i personaggi sono coerenti con l’evolversi della narrazione. Una nota negativa, purtroppo, è il far parlare per un breve momento Valak. Sebbene faccia esattamente ciò che un demone deve fare – ossia instillare disperazione e dubbio -, il farlo parlare lo “umanizza”, facendo scemare il pathos che si crea nella situazione in quanto il suo stato di superiorità viene abbattuto con un comportamento che non gli appartiene.
“Il male si è abbattuto su di noi”.
Al contrario delle pellicole principali, basate su storie vere e verosimili, The Nun, così come fece Annabelle, presenta la dicitura all’inizio “Questi eventi si sono svolti nel 1952”, sebbene di ufficiale o documentato nella realtà non ci sia assolutamente nulla. Questa libertà narrativa fa sì che vengano aggiunti elementi forzati alla pellicola, come l’esistenza di Cristo data per certa. O ancora, l’effettiva efficacia di un rituale di evocazione.
Ai più realisti questo potrebbe dare fastidio, nonostante in realtà queste forzature non facciano scemare il “sense of wonder” dello spettatore. Tutt’altro, sono proprio queste tarature a dare un peso e un senso alla storia, e pertanto funzionano benissimo nella logica del film.
Dispiace invece che Valak appaia poche volte a schermo, in quanto l’idea di Hardy è quella di far capire allo spettatore che lui è sempre presente, è permeato nel monastero. La sua presenza è pervasiva, di un’onnipotenza che solamente un’entità non umana potrebbe avere. E in questo riesce benissimo il lavoro svolto dalla produzione, consegnando a chi guarda il titolo un sempre presente senso di smarrimento, angoscia e disperazione. Lui è lì, e ce lo sai. Lo sai anche prima che appaia alle spalle di un personaggio o che si girino i crocifissi a indicare che è nella stanza.
Tuttavia, ciò sfuma nel finale. Infatti, nonostante il film funzioni alla grande, il finale è molto più insipido e meno pauroso di tutto il resto. Ed è proprio questo che non funziona. Quando Valak è a schermo per scene prolungate, la sua imponenza scema. Quasi come un effetto inverso, meno lo vedi più funziona. Vuoi il trucco, vuoi delle espressioni non troppo terrificanti, la sua presenza prolungata non fa l’effetto voluto; tutt’altro. La sua angosciante presenza poteva culminare con vera e propria disperazione nelle sue apparizioni.
“Hai sempre fallito”.
Da tenere in considerazione, il cast è ben scelto e ottimo per la pellicola. Oltre a un cameo della bellissima Charlotte Hope, passata da scene di sesso sfrenato in Game of Thrones al ruolo della casta e pura suora di clausura in The Nun, gli attori sono sempre nella parte e mai danno un senso di fuori luogo.
Demiàn Bichir è sempre nella parte, e il suo Padre Burk, un esorcista del Vaticano, non è mai banale ma sempre sul pezzo. Jonas Bloquet, invece, ci consegna un ottimo Francese, ben caratterizzato e perfettamente collegato. Senza considerare che il suo è un personaggio importantissimo per il franchise.
Bonnie Aarons è sempre sublime nel suo ruolo di Valak, nonostante in alcuni punti il trucco sia molto rivedibile. Infine, Taissa Farmiga è semplicemente perfetta. Il suo personaggio è il migliore riuscito, e non solo. Difatti, suor Irene è molto simile, sia per capacità che per aspetto a Lorrain Warren. Chi lo sa se in futuro il suo personaggio non verrà nuovamente sfruttato per continuare a scoprire questa analogia? Inoltre, Taissa è, nella realtà, la sorella di Vera Farmiga, l’attrice che, appunto, interpreta Lorrain Warren nel filone principale di questo universo.
Conclusione.
The Nun è assolutamente un film che deve essere visto, sia dai cultori del genere sia da chi non apprezza l’horror. Certo, non è esente da difetti o da buchi, ma, nel recente panorama cinematografico, è una perla che deve essere apprezzata e goduta a pieno.
Arriverà il giorno in cui gli Yakuza verranno pubblicati su PlayStation 4 (o su PlayStation 5) nello stesso momento in tutto il mondo: non è questo il giorno, ma questa volta ci siamo andati decisamente più vicino del solito. Yakuza Kiwami 2 è già disponibile in Giappone dal 7 Dicembre del 2017, mentre da noi è arrivato sugli scaffali dei negozi da un paio di settimane. Vi sembra troppo tempo? Pensate allora che Yakuza 6 ci aveva messo quasi tre anni per sbarcare in Occidente.
I fan della serie hanno di ché gioire, e l’attesa è stata ben ripagata: Yakuza Kiwami 2 è un gran gioco dal punto di vista tecnico e contenutistico, ve lo anticipiamo da subito per poi lasciare il piacere della scoperta in fase di recensione. Del resto si tratta del remake di Yakuza 2, pubblicato per la prima volta su PlayStation 2 nel 2006, ben dodici anni fa, e quello a suo tempo fu un capitolo apprezzatissimo nonché primo degno seguito di un franchise eccezionale. In che cosa Yakuza Kiwami 2 è diverso dagli altri capitoli della serie? E in che cosa, invece, si avvicina al recentissimo Yakuza 6? Continuate a leggere e lo scoprirete.
Guerra dei clan
Giappone, Dicembre 2006: è in atto una vera e propria guerra tra i clan della mafia dell’est e dell’ovest del paese. L’Omi Alliance, potente mafia del Kansai, è in lotta contro il Tojo Clan, cioè la yakuza del Kanto in Tokyo. Kazuma Kiryu e la piccola Haruka si reca a rendere omaggio alla tomba del patrigno, e ben presto la situazione degenera in peggio: non vogliamo assolutamente anticiparvi una narrazione che vi lasciamo il piacere di scoprire (o di riscoprire, volendo) da soli. Ma è importante sottolineare che, oggi come dodici anni fa, forse la trama di Yakuza Kiwami 2 è una delle migliori dell’intera serie, non solo perché autoconclusiva e in grado di reggersi sulle proprie gambe, ma anche per il grado di profondità dei propri assi portanti.
Ogni anfratto di Kamurocho e di Sotenbori, i due quartieri presenti all’interno del titolo, nasconde qualche segreto, qualche dettaglio da notare appositamente collocato lì per il giocatore, nonché un numero impressionante di personaggi principali e secondari con cui interagire. La narrazione prosegue spedita per un buon numero di ore, intervallata da fasi riflessive e altre (tante) ricche d’azione, boss agguerriti, nemici spietati, combattimenti a schiaffoni decisamente cinematografiche.
Ad arricchire la produzione, la possibilità di portare a termine tante quest secondarie che rivelano dettagli molto importanti sui protagonisti di quella che è forse l’opera più importante di SEGA, ma il giocatore volendo può anche decidere di dedicarsi solo alla trama principale (scelta che decisamente sconsigliamo, perché vi privereste di una buona metà di materiale degno di nota).
Contenuti eccezionali
Yakuza Kiwami 2 potrebbe tranquillamente candidarsi come uno dei titoli più ricchi di contenuti all’interno della serie: un numero impressionante di attività principali e secondarie è solo l’inizio, perché come tutti i giocatori del franchise ben sanno nascosti qua e là e accessibili tramite gli arcade ci sono i preziosissimi minigiochi. E con minigiochi non intendiamo proposte secondarie del titolo vero e proprio, ma giochi veri offerti come contenuto aggiuntivo: per esempio ci sono Virtual Fighter 2 e Virtual On, e non vogliamo precludervi la possibilità di scoprire da soli tutti gli altri.
Ma i contenuti eccezionali sono tali anche per l’aggiornamento ricevuto dal secondo capitolo della serie, prima di tutto grafico e tecnico, e in secondo luogo anche legato al gameplay vero e proprio. Per esempio, rispetto al titolo originale, ora gli scontri si fanno più dinamici grazie al nuovo motore grafico, che consente per esempio l’attacco da parte dei nemici quando meno ce lo aspettiamo.
Uscendo da un negozio in Yakuza 2 eravamo relativamente tranquilli, qui invece i malfattori potrebbero aspettarci fuori o addirittura entrare dentro per iniziare a menare le mani ovunque ci troviamo. Tecnicamente parlando invece la qualità della produzione si attesta sugli ottimi livelli di Yakuza 6: non noterete alcun tipo di caricamento seccante o di glitch grafico, sebbene non manchino piccole rifiniture necessarie qua e là per qualche modello poligonale.
- Trama intrigante- Affascinante come un tempo- Tantissimi contenuti di gioco
Contro
- Qualche minimo glitch grafico- Doppiato in italiano sarebbe semplicemente perfetto
Riassunto
Yakuwa Kiwami 2 è un capolavoro del passato che nessun fan del franchise può assolutamente perdere, soprattutto ora che è stato debitamente restaurato: mafia giapponese, trama intrigante, tantissimi contenuti secondari, e persino minigiochi vi attendono in questo action adventure in terza persona profondamente ispirato. La speranza è di vedere al più preso un bel Yakuza 7 o i capitoli successivi della serie Kiwami, anche loro naturalmente protagonisti di un restauro con i fiocchi.
Finalmente è arrivato in Europa l’undicesimo capitolo di Dragon Quest, Dragon Quest XI Echi di un’Era Perduta. Scopriamolo insieme nella nostra recensione in questa bella avventura targata Square Enix.
Versione testata: PlayStation 4
Non si può certo non definire un bell’anno per Square Enix: difatti, dopo Octopath Traveller, il colosso giapponese ha lanciato sul mercato mondiale l’undicesimo capitolo di Dragon Quest. Dragon Quest XI Echi di un’Era Perduta si presenta sul mercato in una veste veramente accattivante, tanto da marcare il buon periodo di forma della casa nipponica.
Dragon Quest XI Echi di un’Era Perduta impiega un po’ di tempo a trascinarti dentro le sue vicende. Prima che tu lo sappia, il ticker colpisce lo schermo e il nostro bambino è ora uno shonen che espone un taglio à la Vegeta mentre tu e il tuo amico d’infanzia siete pronti per una cerimonia di formazione. Non è così eccitante vero? Beh, è affascinante, almeno. Echi di un’Era Perduta offre il tutorial del suo stile di combattimento JRPG durante una salita in montagna per la cerimonia, e si arriva a collaborare con un Cane che abbaia e paralizza Slime. Il sorriso di Akira Toriyama è ancora in pieno effetto e, per delega, anche io sorridevo. Una pecca è la mancanza del doppiaggio giapponese, che rende alcuni personaggi insipidi.
Un mondo fantastico pieno di personaggi colorati.
Dragon Quest XI è spiritualmente molto simile a Dragon Quest VIII, rilasciato per la prima volta in Nord America per PlayStation 2 nel 2005. Sia XI che VIII sono single-player che si svolgono in mondi per lo più aperti e sono costruiti attorno a personaggi già pronti con abilità e personalità consolidate. Al contrario, Dragon Quest IX del 2010 ha enfatizzato la personalizzazione del personaggio tramite un sistema di lavoro più robusto, con ogni personaggio con cui hai viaggiato disponibile nell’essere profondamente modificato.
Come è stato anche per VIII quando è uscito, Dragon Quest XI è il migliore che il franchise abbia mai visto. La luminosa e colorata grafica cel-shaded è perfetta per i caratteristici disegni di personaggi e mostri di Akira Toriyama. Tipici problemi di texture-pop di Unreal Engine a parte, il gioco è quasi sempre stupendo, che tu sia in un prato verde, in un deserto arido, in un campo di neve ghiacciata o negli altopiani rocciosi.
La direzione artistica del gioco dà il suo meglio nei villaggi e nelle città di Erdrea, il mondo non del tutto aperto in cui Dragon Quest XI ha luogo. Ogni nuovo luogo che visiti ha un aspetto visivo completamente diverso, a volte modellato su luoghi reali. Heliodor sembra una tipica città medievale con castello, mentre il villaggio di Hotto evoca un villaggio giapponese, Sniflheim innevato è vagamente ispirato dalla Russia, e la Gondolia ricorda fortemente Venezia. Le cose che fai in ogni città sono praticamente tutte uguali: visita i negozi, parla con i PNG, busti e barili aperti alla ricerca di bottino, ma le diverse visuali ei discorsi NPC di ogni nuova zona mantengono l’esplorazione interessante.
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Esplorare, equipaggiarsi e…
Dragon Quest XI rimpicciolisce simultaneamente quelle aree gigantesche mentre le popola con più tesori (per lo più ingredienti che puoi utilizzare per creare armi e armature migliori in seguito) e punti di riposo e/o salvataggio. Il pagliaio è più piccolo e contiene più aghi, un cambiamento che rende il gioco più lineare e anche più soddisfacente. La presenza di vari supporti – un cavallo più una varietà di mostri speciali in grado di scalare pareti, saltare in alto o volare – può anche accelerare l’esplorazione, sia aumentando la velocità di movimento sia mandando più piccoli nemici in volo.
Deciderete sicuramente di dedicare il tempo ad esplorare la mappa più piccola e raccogliere quegli ingredienti artigianali e creare ricette. Questo perché il mini-gioco di “Fun-Size Forge” del titolo è di gran lunga il modo migliore per tenere tutti i tuoi personaggi in armi e armature che si tengono al passo con i mostri progressivamente più forti che incontri.
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… migliorarsi!
Gli altri modi per potenziare i tuoi personaggi sono il livellamento standard e l’albero delle abilità del personaggio. Il livellamento sarà sempre la fonte primaria di potenziamenti delle statistiche, e ogni personaggio impara anche nuovi incantesimi e abilità legate al loro ruolo principale. Ma ogni livello ti dà anche una manciata di punti abilità, ed è qui che entra in gioco l’albero delle abilità.
Infatti, ogni abilità sulla griglia è una tessera esagonale circondata da altre tessere, e devi usare i tuoi punti abilità su abilità e bonus più vicini al centro della griglia prima di poter ottenere i bonus più avanzati agli angoli più lontani. Ogni personaggio ha un albero delle abilità unico con alcune specialità diverse che si intersecano tutte in modi diversi; in genere è possibile scegliere tra due o tre diversi tipi di abilità arma e una sezione dedicata a potenziamenti e abilità delle statistiche correlate alle classi.
Le classi base e le serie di abilità di alcuni personaggi le renderanno sempre migliori per alcuni ruoli che per gli altri; indipendentemente da come assegni i tuoi punti abilità, i maghi del tuo gruppo non si trasformeranno mai in grandi guerrieri. Sembra meno flessibile del sistema di livellamento di Dragon Quest IX, e lo è; tuttavia, l’albero delle abilità incoraggia ancora la sperimentazione consentendoti di reimpostare le sezioni sulla griglia di un personaggio al costo di 20 oro per punto abilità recuperato. Potresti scoprire che un modificatore di abilità +10 che ha fatto una grande differenza all’inizio del gioco non ha importanza in end-game; quindi, recuperare quei punti per l’uso è un’ottima scelta da dare al giocatore. Aggiunge infatti varietà e flessibilità mantenendo unico il ruolo di ogni personaggio.
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Guarda, impara, ripeti.
Le cose che Dragon Quest XI fa bene di certo superano di gran lunga le cose che fa male; tuttavia, nel gioco ci sono alcuni punti che possono frustrare sia i nuovi arrivati che i fan di vecchia data. Il problema principale è la ripetitività, che Dragon Quest XI Echi di un’Era Perduta soffre anche peggio della maggior parte dei giochi di ruolo ripetitivi.
Anche le azioni che farai all’interno di quegli archi diventano ripetitive, specialmente se stai cercando di trovare tutti gli oggetti nascosti negli angoli del gioco. Quando arrivi in una nuova area, setaccia la mappa per casse e punti scintillanti mentre ti familiarizzi con una nuova serie di nemici.Ogni città di solito ha una missione secondaria o due disponibili, ma spesso si tratta di semplici fetch-quest.
La forza della direzione artistica e della localizzazione del gioco e le conversazioni tra i membri del tuo gruppo fanno sì che tutto questo non diventi troppo noioso. Inoltre, mentre arrivi verso la fine del gioco, due/tre colpi di scena ti renderanno felice di essere arrivato fino a quel punto. Ma per la maggior parte, né le piccole storie raccontate dal gioco, né la storia più ampia che racconta sono particolarmente interessanti di per sé.
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Combatti, ripeti, combatti.
Dovremmo anche parlare di battaglie, poiché passerai molto tempo a farne. Ancora una volta, i buoni superano i cattivi: i disegni dei mostri sono tutti fantastici, e il gioco getta sempre nuovi nemici contro di te. Ma non c’è molta strategia coinvolta nella lotta effettiva ai mostri, che possono, in generale, essere sconfitti usando la stessa combo di incantesimi e attacchi. Apprezzo che le bacchette e le doghe degli incantatori ora possano assorbire sempre MP dai nemici quando vengono usate come armi; questo perché incoraggia un uso più pesante della magia rispetto ai precedenti titoli Dragon Quest. Tuttavia, questo rende l’utilizzo dei tuoi preziosi MP meno strategico di prima.
Ci sono alcuni piccoli cambiamenti nel modo in cui le battaglie funzionano, alcune buone e altre cattive. Dal lato positivo, ora decidi le azioni dei tuoi personaggi quando il loro turno arriva in battaglia. In questo modo, puoi evitare di usare accidentalmente un attacco speciale su un mostro che è appena scappato o un incantesimo di guarigione su un personaggio che è appena morto.
Sul lato negativo, il nuovo sistema Pep: questi manda i tuoi personaggi in rage mode casualmente e meno strategicamente rispetto al sistema Tension. Prima, i tuoi personaggi potevano saltare strategicamente i turni per caricarsi e scatenare un attacco potente in seguito. I personaggi potenziati ottengono alcuni attacchi speciali interessanti, e l’avere più personaggi potenziati contemporaneamente apre utili combo. Ma la tua possibilità di essere coinvolto in un dato turno è per lo più casuale e non è uno strumento affidabile. Non sempre, infatti, è disponibile quando ne hai veramente bisogno.
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Tecnicismi e automazioni.
Anche la modalità fotocamera a campo libero è problematica. Importato dal MMO Dragon Quest X solo in Giappone, questa modalità di battaglia consente al tuo personaggio di muoversi liberamente sul terreno mentre posizioni la fotocamera come desideri. Il problema è che questa modalità ha letteralmente effetto zero sul gameplay; i tuoi attacchi e quelli dei mostri hanno letteralmente gli stessi effetti, indipendentemente dalle posizioni sul campo.
Anche quando i membri del tuo gruppo sono impostati su battaglia automatica, non si spostano sul campo con te. Purtroppo, non si crea quella sensazione MMO di abbattere i mostri insieme. Rimangono solo radicati sul posto, che diventa comico una volta che hai abbastanza membri del party e mostri sul campo. Se corri dall’altra parte dell’arena, sembra fondamentalmente un gioco di Dragon Quest che si gioca da solo. Suggerisco di passare alla classica videocamera da battaglia nelle impostazioni.
Infine, la musica. Trascorrerai qualcosa come il 70% del gioco ascoltando gli stessi loop di due minuti riprodotti praticamente ovunque. I fan di lunga data noteranno anche un copioso e evidente riutilizzo di temi di giochi precedenti; difatti, molti di questi erano già stati riutilizzati di recente in Dragon Quest Builders e nella coppia di giochi di Dragon Quest Heroes. Koichi Sugiyama è stato responsabile della musica di Dragon Quest per più di tre decenni. Nonostante sia in calo, le sue produzioni sono ormai famose e ben radicate nella mente dei fan.
Conclusione.
Questa recensione si è concentrata principalmente sui dettagli nitidi di Dragon Quest XI Echi di un’Era Perduta. Solo perché giocandolo capisci come sia diverso da qualsiasi altro Dragon Quest. È un ottimo gioco, con immagini eccezionali, personaggi memorabili e alcune meccaniche divertenti. Ma è ancora Dragon Quest, e mentre il gioco si sforza di conquistare i principianti che hanno giocato a Builder o Hero per primo, è meglio se inizi con un amore consolidato per il franchise, o non lo fai affatto.
Tra i molti strumenti finanziari ai quali oggi è possibile accedere online ci sono gli ETF acronimo di exchange-traded fund, gli ETFsono una tipologia di fondi d’investimento e appartengono alla macro famiglia dei prodotti a indice quotati. Sono molto diversi dai fondi comuni d’investimento, questo perchè le principali caratteristiche degli ETF sono proprio la gestione passiva, e il fatto di essere quotati in borsa nello stesso modo di azioni o obbligazioni.
Come funzionano
Nella gestione passiva il rendimento è legato alla quotazione di un indice borsistico e non all’abilità di compravendita del gestore del fondo. Questi indici possono riguardare l’azionario, le materie prime, le obbligazioni, il monetario, e altro ancora. Negli ETF il gestore si limita a verificare la coerenza del fondo con l’indice di riferimento (acquisizioni societarie, fallimenti, crolli delle quotazioni che possono far escludere o introdurre altri titoli nell’indice), e di correggerne il valore in caso di scostamenti, queste differenze di valore fra la quotazione dell’ETF e quella dell’indice di riferimento devono comunque restare entro un range dell’uno o due per cento.
Questo genere di gestione rende gli ETF molto economici, con spese di gestione molto basse, e quindi competitivi nei confronti dei fondi attivi, mentre la loro diversificazione, unita alla possibilità di essere movimentati in borsa, li mette in competizione diretta con i normali titoli azionari.
Diversificazione
Tramite gli ETF gli operatori possono investire in molti settori dell’economia mondiale, dalle materie prime ai settori merceologici, usando strumenti finanziari generalmente estremamente liquidi, dove risulta quindi più facile trovare acquirenti e venditori riducendo il rischio di dover chiudere le proprie posizioni senza acquirenti, cosa che potrebbe incidere sul valore del titolo. Essendo repliche di indici, l’investitore sa sempre dove e come stati investiti i suoi soldi, la somma investita negli ETF è poi separata dal capitale della società che li emette, e quindi viene comunque restituita all’investitore anche se la società emittente dovesse fallire.
Gli ETF permettono strategie di investimento diverse. è possibile operare nel medio come nel lungo termine, operare seguendo le notizie o la lettura dei grafici, ciò che attira molto gli investitori di tutto il mondo è sicuramente la possibilità di entrare nel mercato su di un indice/settore/o area geografica attraverso una sola operazione senza dovere comprare singolarmente tutti i titoli appartenenti a quel paniere. Importante ricordare che gli ETF consentono oggi ai piccoli investitori di operare sui titoli sottostanti, indici e intere aree geografiche inaccessibili fino a pochi anni fa, come ad esempio l’indice di borsa brasiliano o di quello coreano, o di accedere ai mercati delle materie prime speculando sui prezzi del petrolio piuttosto che sull’oro.
* n.b: questo articolo non rappresenta un incentivo all’investimento finanziario. Prima di decidere se investire o meno, fate le vostre ricerche.
Finalmente è arrivato l’atteso Nintendo Switch Online, questo servizio è disponibile sin dallo scorso 19 settembre e porta sulla console ibrida di casa Nintendo alcune interessanti novità.
Partiamo dal fatto però che anche Nintendo ha dovuto cedere alla nuova moda di offrire abbonamenti per i servizi online, per giustificare il costo la casa di Kyoto ha aggiunto alcune features interessanti.
Come effettuare l’acquisto?
Innanzitutto, la prova di 7 giorni che Nintendo offre, sulla falsa riga del PS Plus, è realmente un ottimo banco di prova per testare le potenzialità e le opportunità che questa nuova formula offre.
E se dopo la prova non volete procedere all’acquisto, potrete tranquillamente disattivare il rinnovo automatico, basterà cliccare sulla voce “Verifica lo stato dell’iscrizione nel Nintendo Shop” e vi apparirà il tasto per procedere senza alcun intoppo o trappola.
Se invece avete apprezzato il servizio, l’abbonamento è disponibile nei seguenti tagli:
Abbonamento 1 mese: 3,99 €;
Abbonamento 3 mesi: 7,99 €;
Abbonamento 12 mesi: 19,99 €;
Abbonamento Familiare (12 mesi per 8 account massimo): 34,99 €
Altro punto a favore è la possibilità di acquistare il pass utilizzando i propri “punti oro” (se siete esperti di raccolta punti, saprete bene che il tasso di cambio è tutt’altro che favorevole).
Potete procedere all’acquisto sia tramite il sito Nintendo, sia tramite la vostra console. L’interfaccia e la gestione degli abbonamenti è molto facile ed intuitiva, proprio in pieno “Nintendo Style”.
Ora passiamo al clou, il multiplayer online
La parte più importante dell’offerta di Nintendo Switch Online è per l’appunto dedicata al multiplayer online, che con l’aumentare dell’offerta titoli diverrà la principale motivazione degli abbonamenti.
Da questo punto di vista non è cambiato nulla, a parte l’aggiunta della app esterna per la chat vocale, altre features arriveranno in seguito, l’unica disponibile ad ora riguarda Splatoon 2. Quindi da questo punto di vista Nintendo dovrà lavorare un po’ per guadagnarsi più abbonati.
Tra vecchio e nuovo
Tutti quelli che utilizzeranno il servizio (anche solo in prova), potranno subito scaricare l’applicazione Nintendo Entertainment System – Nintendo Switch Online, quest’ultima vi darà accesso ad un catalogo ricco di vecchie glorie, al momento sono solo 20, ma ci sono capolavori intramontabili da The Legend of Zelda a Donkey Kong, passsando per Dr. Mario.
Questa app non è altro che un contenitore di ROM, molte di esse sono state praticamente trasportate dal NES Mini (filtri, modalità 4:3 e via dicendo). Il retrogamer core storcerà un po’ il naso, ma sarà difficile resistere al fascino dei vecchi giochi a 8 bit.
Per celebrare questa modalità Nintendo ha messo in vendita alla cifra di 59,99€ due controller wireless per il NES al fine di immergersi maggiormente nell’esperienza di gioco.
Un punto critico…. il cloud
Nintendo con questo nuovo servizio online ha anche deciso di introdurre i salvataggi su cloud, già sperimentati da Sony e implementati da anni da Microsoft.
Questa gradita funzionalità ha però due limitazioni veramente fastidiose, la prima è il fatto che non tutti i titoli supporteranno tale feature e la seconda è che Nintendo cancellerà i vostri salvataggi su nuvola allo scadere dell’abbonamento, qualora non aveste già provveduto al rinnovo.
Conclusioni
Il mercato ha dettato le regole e ormai molti sono obbligati a seguirle, per un po’ la grande N ha resisto in maniera stoica, ma l’online ha dei costi, quindi anche i più refrattari hanno optato per la soluzione già adottati da altri.
Il servizio nonostante tutto deve ancora crescere, si vede che Nintendo sta aspettando un incremento dell’utenza e dei conseguenti abbonamenti.
Personalmente, ho apprezzato la scelta di inserire i grandi classici del NES, è sempre bello poter giocare a dei titoli che hanno segnato la nostra infanzia. Tenendo inoltre presente che la stessa Nintendo ha reso disponibile i medesimi titoli in precedenza con il NES Mini (ad un costo maggiore), quindi se non avete speso i vostri danari per la mini console, 19,99€ sono un prezzo più che modesto.
Eh, già! Goku è cresciuto, è diventato padre, e, come se non bastasse, si trova all’improvviso a confrontarsi con le sue origini con l’arrivo dei Saiyan e del loro “principe” Vegeta… che il pianeta sia diventato troppo piccolo per tutti e due? Lo scopriremo presto: il primo volume del terzo arco narrativo di DRAGON BALL FULL COLOR, l’edizione completamente a colori del capolavoro di Akira Toriyama sarà disponibile in edicola, libreria e Amazon a partire dal 23 Gennaio 2019.
Una fantastica edizione completamente a colori del capolavoro del maestro Toriyama! Una pubblicazione imperdibile divisa per saghe, lanciata in Giappone dalla casa editrice Shueisha, ora finalmente disponibile anche per i lettori italiani!
Molti anni sono passati da quando il mondo fu minacciato dal Gran Demone Piccolo: Goku è cresciuto, ed è riuscito a sconfiggere anche la reincarnazione di Piccolo Majunior, risparmiandogli però la vita per poterlo sfidare di nuovo. Entrambi, però, si trovano a doversi confrontare con nuovi avversari dalla forza inimmaginabile: i terribili guerrieri alieni Saiyan, capeggiati dal crudele principe Vegeta! Cosa ci fanno sulla Terra? E chi è il misterioso “Kakaroth” che stanno cercando…?
Dal 23 Gennaio 2019 DRAGON BALL FULL COLOR – LA SAGA DEI SAIYAN n. 1 sarà disponibile in edicola, fumetteria, libreria e Amazon!
DRAGON BALL FULL COLOR 3
LA SAGA DEI SAIYAN n. 1
Akira Toriyama
11,5×17,5, B, col, pp. 224, con alette, € 6,90
Data di uscita: 23/01/2019, in edicola, fumetteria, libreria e Amazon
Ai blocchi di partenza il secondo arco narrativo di Dragon Ball Full Color, l’edizione completamente a colori del capolavoro di Akira Toriyama: il primo volume de LA La Saga del Gran Demone Piccolo sarà disponibile in edicola, fumetteria, libreria e Amazon a partire dal 26 Settembre. Goku, il maestro Muten e tutti gli amici e allievi della sua scuola di arti marziali vi aspettano!
Dopo la conclusione dell’ultimo Torneo Tenkaichi, una terribile minaccia incombe su tutti gli esperti di arti marziali che vi hanno preso parte. In combutta col perfido Pilaf, un mostro dalla pelle verde vuole eliminarli uno a uno per diventare il capo incontrastato del mondo. Al solo pronunciare il suo nome persino il maestro Muten ha i brividi… ha inizio l’arco narrativo dedicato al Gran Demone Piccolo!
Dal 26 Settembre Dragon Ball Full Color – La Saga del Gran Demone Piccolon. 1 sarà disponibile in edicola, fumetteria, libreria e Amazon!
Akira Toriyama è uno dei più celebri mangaka giapponesi: nato Nagoya, debutta con WONDER ISLAND sulla rivista «Weekly Shonen Jump» nel 1978. Nel 1980 inizia la serializzazione della sua prima opera di successo: DR. SLUMP, basata su un’idea del suo storico redattore Kazuhiko Torishima. Alla conclusione Ma il pur grande successo di DR. SLUMP verrà superato dalla sua opera successiva: DRAGON BALL, il manga più famoso in assoluto, da cui è stato tratto un anime trasmesso in più di 40 paesi nel mondo, nonché una moltitudine di videogiochi e altro merchandising.
Toriyama ha anche curato il character design della popolare serie di videogiochi DRAGON QUEST, ed è stato una fonte d’ispirazione per le successive generazioni di fumettisti, in Giappone come ne resto del mondo.
Il remake di Resident Evil 2 continua a mostrarsi in video. Dopo il trailer che ha mostrato il nuovo look di Ada Wong, grazie alla rivista giapponese Dengeki PlayStation possiamo mettere nuovamente gli occhi sul gameplay del gioco.
Nel video, visionabile in calce, viene mostrata Claire combattere contro un mostro con un enorme tumore a forma di occhio sulla spalla. Non vi sveliamo il nome, proprio per evitare, anche se il gioco è già uscito parecchi anni fa, qualsiasi spoiler per chi non ha mai giocato a Resident Evil 2.
Il nemico si dimostra abbastanza difficile da abbattere, soprattutto considerando la tradizionale scarsità di munizioni.
Ricordiamo che Resident Evil 2 uscirà il 25 gennaio 2019 per PS4, Xbox One e PC.
Il popolo della rete ha deciso! Oggi parleremo di Crash Bandicoot, la storica icona PlayStation, tornato recentemente alla ribalta grazie ad un attesissimo remake.
Sviluppo, come è nato Crash?
Nel lontano 1994 i due fondatori di Naughty Dog e fino a quel momento unici membri (Andy Gavin e Jason Rubin), la celebre software house che ha portato nei nostri teleschermi dei capolavori come la serie di Uncharted e The Last Of Us, hanno posto le basi per uno dei titoli che sarebbe diventato un’icona del genere platform e ci sono riusciti durante un viaggio da Boston a Los Angeles.
Durante il viaggio (che in auto richiede circa 44h), i due cominciarono a studiare tutti i videogiochi arcade (quelli delle sale giochi per intenderci) e compresero subito che molti giochi dai simulatori di guida agli sparatutto avevano iniziato il passaggio al 3D.
Questa evoluzione, portò i due sviluppatori a pensare che il vento da seguire era proprio quello e per prima cosa pensarono come un gioco platform (loro genere preferito) potesse apparire grazie a questa novità.
Infatti, il profilo del personaggio non sarebbe più stato visibile al giocatore, in quanto la visuale sarebbe diventata in “terza persona”, quindi solo la parte posteriore sarebbe visibile al giocatore. Quest’ultima idea, portò al nome del progetto “Sonic’s Ass Game”.
La tecnologia base del gioco venne sviluppata in Indiana, l’idea invece prese vita in Colorado. Il progetto li entusiasmò a tal punto che interruppero lo sviluppo di un precedente progetto, questo cambiamento di direzione costò ai due molti dollari.
A volte l’Universo è proprio piccolo…
Dopo aver trasferito la loro società in California, precisamente a Universal City, Rubin e Gavin incontrarono il Vicepresidente di Universal Interactive Studios, un giovane Mark Cerny (si proprio lui, chissà se anche allora girava con le sue camice a scacchi), i due presentarono la loro idea di “Sonic’s Ass Game”, che venne subito approvata, la successiva sfida portò alla rivoluzione del mondo videoludico dell’epoca.
Abbiamo il gioco… su quale console farlo uscire?
Il gruppo studiò attentamente tra tutte le piattaforme esistenti all’epoca, dal 3DO al Sega Saturn, passando per l’Atari Jaguar ed il Sega Mega Drive 32X, tutte le console citate vennero ritenute inadatte in quanto le vendite erano scarse e le unità di sviluppo erano troppo voluminose.
Le idee del gruppo composto da Cerny, Gavin e Rubin optarono allora per la new-entry di casa Sony, la prima PlayStation (che il prossimo 3 dicembre tornerà in versione “mini”), presentata alla stampa nel 1994 e ritenuta più accattivante dal team di sviluppo.
La scelta ricadde su PlayStation anche perché all’azienda nipponica mancava una mascotte, come Sonic per Sega e Mario per Nintendo. Naughty Dog allora decise di pagare ben 35.000 dollari per il kit di sviluppo sella console, successivamente vennero stanziati 1.7 milioni di dollari come budget per il gioco.
Personaggi
I ragazzi di Naughty Dog prima di iniziare lo sviluppo volle creare un protagonista sulla falsa riga di quanto fatto da SEGA con Sonic The Hedgehog e da Warner Bros con Taz, il Diavolo della Tasmania, si trattava di partire da un animale esistente e caratterizzarlo per renderlo unico.
Il team allora decise di acquistare una guida sui mammiferi della Tasmania e scelse 3 animali “papabili” per il ruolo di protagonista, tra cui il wombat, il potoroo ed il bandicoot.
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Temporaneamente fu scelto il wombat, con lo pseudonimo di “Willie The Wombat”, la scelta fu provvisoria in quanto esisteva già un personaggio con lo stesso nome nella serie televisiva dedicata a Taz (chi è della mia generazione non potrà affatto dimenticare la sigla cantata dalla intramontabile Cristina D’Avena).
Nell’ottobre del 1994 (un anno veramente ricco per i ragazzi di Naughty Dog) venne scelto il protagonista finale, il bandicoot, nonostante ciò continuarono a chiamarlo “Willie The Wombat” in quanto non avevano un nome definitivo in mente.
Il team decise che il protagonista non avrebbe parlato, in quanto la qualità del doppiaggio in quegli anni era piuttosto scadente. Inoltre, ci si aspettava che il giocatore si immedesimasse con Crash.
I successivi bozzetti portarono ad avere i dettagli più iconici del protagonista, come la cresta e gli occhioni.
E il cattivo?
Fu Jason Rubin a dare l’idea, infatti all’epoca era appassionato a molte serie animate, tra cui quella dedicata al duo di roditori più ambiziosi del mondo, parliamo proprio di Mignolo con Prof.
Fu Gavin poi a sviluppare l’idea di un grande genio del male, dotato di un grande cervello, la cui personalità impediva di ammettere gli errori delle sue macchinazioni eccessivamente complicate, scaricando sempre la responsabilità ai sottoposti.
Il nome Neo Cortex, invece deriva da una frase dello stesso Gavin che comprendeva la parola neuroni.
Ed ecco tutti gli altri…
Successivamente vennero ideati gli altri personaggi, come Nitrus Brio, seguace di Cortex, ma con una personalità opposta, molti dei nemici di Crash derivano sono appartenenti al mondo animale, da Ripper Roo (canguro) a Pinstripe Potoroo (roditore).
Molti personaggi sono stati tratti dai film, per Pinstripe Potoroo è chiaramente ispirato al Padrino, la fidanzata di Crash invece è stata ideata pensando a Pamela Anderson.
Infatti la prima versione di Tawna è stata bocciata perché troppo provocante, questo personaggio è presente solo nel primo videogioco.
Un vero e proprio successo
Il gioco ha ottenuto un grande successo di critica e di pubblico, tanto da raggiungere lo scopo di far diventare Crash la mascotte della nuova console di Sony. Da quel momento in poi i giochi dedicati al marsupiale sono diventati moltissimi, dai primi 3 a cura di Naughty Dog a tutti gli altri (con diverse fortune) sviluppati da Activision.
Conclusioni
Crash Bandicoot ha contribuito notevolmente al successo della prima console targata Sony. Inoltre, la creazione dei ragazzi di Naughty Dog ha portato il fantastico mondo dei platform nel terzo millennio, grazie ad un gameplay classico, ma al tempo stesso ricco di sfide.
L’immedesimazione con il simpaticissimo Crash è istantanea, il gioco stesso invoglia a giocare e rigiocare le avventure del Bandicoot per raccogliere le gemme, che richiedono impegno e molti Santi in Paradiso o la compagnia di un Padre Confessore.
Nonostante tutto, Crash Bandicoot ha segnato in maniera indelebile quella meravigliosa età d’oro dei videogiochi e anche i pomeriggi di molti di noi.
Fateci sapere la vostra esperienza con questo straordinario gioco, commentando il post sulla nostra pagina FB
In concomitanza con l’inizio del Tokyo Game Show, Capcom ha pubblicato un nuovo trailer per l’atteso Devil May Cry 5, che ci mostra finalmente il protagonista più importante e amato della serie, Dante.
Proprio come nel trailer mostrato esattamente un mese fa alla Gamescom, questo trailer inizia con un telefono che squilla ma questa volta a rispondere è Dante. Dopo questa breve apertura, il trailer ingrana letteralmente la quarta, mostrando sparatorie, fendenti, motociclette, demoni e chi più ne ha più ne metta. Il nuovo video è qualcosa di incredibile. Inoltre, vediamo anche alcune interazioni tra Nero e Dante oltre e due attesi ritorni quelli di Trish e Lady.
Forse la cosa più interessante è il nuovo personaggio V, che appare alla fine del trailer. Si dice che V sia un cliente di Devil May Cry ma è tutto quello che sappiamo per ora. Capcom promette che ulteriori informazioni su V arriveranno nei prossimi mesi.
Devil May Cry 5 sarà lanciato il prossimo 8 marzo per PS4, Xbox One e PC. I pre-order sono aperti su Amazon.
Dopo l’entusiasmante trailer mostrato al Tokyo Game Show, Capcom ha annunciato oggi che Devil May Cry 5, avrà una delle più amate caratteristiche di Mega Man ovvero il Mega Buster utilizzato dal personaggio principale.
Il Mega Buster sarà incluso nella Deluxe Edition di DMC5 e, inoltre, Capcom ha pubblicato un nuovo trailer che mostra l’oggetto in azione.
Nero può utilizzare il Mega Buster al posto di uno dei suoi soliti Devil Breakers. Può muoversi per i livelli con il Mega Buster equipaggiato e sparare ai nemici a destra e a sinistra. Inoltre, non sappiamo se è stato mostrato solo per il trailer in questione, ma anche Nero si teletrasporta nei livelli e muore nello stesso modo in cui lo fa Mega Man. Speriamo che queste particolari animazioni siano incluse nel gioco finale.
Devil May Cry 5 sarà lanciato l’8 marzo 2019 per PS4, Xbox One e PC.
Oggi Capcom ha pubblicato un nuovo trailer e una serie di screenshot del remake di Resident Evil 2.
Il trailer si concentra sulla storia, rivelando ufficialmente il nuovo look di Ada Wong, con Annette Birkin e l’ufficiale capo Brian Irons. La storia promette certamente di essere avvincente come quella del gioco originale, e non è di certo una sorpresa.
È interessante notare che il look dell’affascinante Ada Wong sembra aver preso spunto da un concept art creato per Resident Evil 1.5 molto tempo fa.
Ricordiamo che Resident Evil 2 sarà disponibile a partire dal 25 gennaio 2019 per PS4, Xbox One e PC. Potete pre-ordinare il gioco su Amazon.
Oggi, in una intervista a DualShockers, Hideki Kamiya e Atsushi Inaba hanno condiviso qualche informazione su Bayonetta 3, l’attesissimo seguito del brand capolavoro di Platinum Games.
Durante questa chiacchierata è stato detto che il gioco è “in corso” e tutti nel team di sviluppo stanno lavorando in sincrono. Logicamente non possono dire molto in proposito, ma a quanto pare hanno dichiarato che “Siamo felici di dirvi che tutto sta andando molto, molto bene. Siamo eccitatissimi su quello che stiamo facendo su quel gioco”.
Tra le altre cose è stato svelato un piccolo aneddoto in merito alla creazione di Bayonetta. Kamiya aveva avuto l’idea di utilizzare le pistole per sparare ai nemici. Quando l’idea venne presentata all’animatore, fu proprio quest’ultimo a suggerire che la protagonista potesse anche prendere a calci i propri nemici.
Proprio da questa coesione di idee nacquero le scarpe con le pistole incorporate.
Bayonetta 3 è stato annunciato ormai un anno fa, durante i Game Awards e non si sa molto di più, a parte che sarà un gioco in esclusiva per Nintendo Switch.
Intanto, giusto per ingannare l’attesa, vi lasciamo al trailer…
Si aggiungerà al roster di Dragon Ball FighterZ, il famigerato C17, uno degli androidi nati dalla mente perversa del Dottor Gero, scienziato pazzo al soldo del Fiocco Rosso (scusate, ma il fan di Dragon Ball che è in me non si fermerebbe più).
Le mosse speciali di C17 saranno:
“Barrier Explosion” – Circonda il corpo del personaggio in una barriera prima di caricare l’avversario (può essere utilizzato in aria);
“End Game” – Gira attorno al nemico mentre lo attacca senza sosta;
Meteor Attack: “Super Electric Strike” – Sfere di energia gireranno vorticosamente dalle mani di C17, poi verranno lanciate contro i nemici (può essere utilizzato in aria).
Tra le altre cose, verrà rilasciato un aggiornamento gratuito verso fine settembre, che consta in una speciale arena per PS4, Xbox One e forse PC. Inoltre, i costumi dedicati ad Halloween saranno disponibili verso la fine di Novembre.
Dragon Ball FighterZ è già disponibile per PS4, Xbox One e PC, mentre uscirà su Nintendo Switch il prossimo 28 ottobre. Se non lo avete già fatto, potete acquistare il gioco cliccando qui.
Sembra che anche Sony si sia unita a Sega, Atari e Nintendo nel tentativo di rievocarci i bei vecchi tempi con i giochi del passato.
Questa volta tocca alla prima PlayStation, console iconica che ha stravolto il mondo dei videogames e che ha accompagnato l’azienda nipponica al suo consacramento definitivo nell’industry (cliccate qui per leggere la nostra retrospettiva).
Questa versione Classic della storica console è stata ridotta nelle dimensioni di circa l’80%. Questo piccolo pezzo di storia è venduto con un cavo HDMI, due joypad “Replica” e un cavo USB (alimentatore venduto a parte).
Adesso passiamo alla parte succulenta, i giochi, Sony ha deciso di farci aspettare un po’ per avere a disposizione l’elenco completo dei titoli, sappiamo solo che sono 20 e tra questi potremo rigiocare a:
Final Fantasy VII;
Jumping Flash!;
R4 Ridge Racer Type 4;
Tekken 3;
Wild Arms
Altri titoli verranno confermati in seguito. Passiamo ad una domanda importante, “Quanto costa ?” Molti potrebbero dire che “Ci sono cose che non si possono comprare, per tutto il resto c’è MasterCard”, infatti per acquistare questa PlayStation Classic dovrete spendere ben 99€.
Questo tuffo nel passato sarà disponibile dal prossimo 3 Dicembre in quantità limitate, quindi se la volete fate il vostro gioco o gli speculatori giocheranno voi.
Per ingannare l’attesa vi lasciamo al trailer di annuncio. Buona Visione!!!
I ragazzi di Visual Concepts lo hanno fatto di nuovo, sono riusciti a migliorare un gioco che per molti è considerato la migliore iterazione sportiva presente sul mercato. La serie di NBA 2K è semplicemente incredibile e la ventesima edizione del franchise di basket non è assolutamente diversa. Dalla grafica, ulteriormente migliorata tanto da sembrare ancora più realistica, al gameplay, passando per il cuore pulsante della produzione, ovvero la tanto amata MyCareer, che quest’anno, oltre ad essere molto vicina ad un film avvincente e giocabile, può vantare un cast stellare tra cui Anthony Mackie, Haley Joel Osmont e Michael Rapaport. L’ultima fatica della software house americana, fa capire ancora una volta chi comanda nel segmento sportivo, e tutti noi ci chiediamo (e sogniamo) che prima o poi tale trattamento possa essere riservato anche ad un eventuale titolo calcistico targato 2K Sports.
L’unica nota stonata della convincente produzione è data dalle tanto invasive microtransazioni e da un modello molto vicino al pay-to-win che riduce l’esperienza complessiva di gioco ad un livello che alcuni troveranno imperdonabile. Ma andiamo con ordine.
Il basket alla portata di tutti… o quasi
Come per la stragrande maggioranza dei titoli sportivi di questo tipo, pubblicati a cadenza annuale, una recensione si rivolge a due tipologie di utenze differenti: gli appassionati che tendono ad acquistare il gioco ogni anno e semplicemente sono curiosi di sapere cosa c’è di nuovo, e quelli che temporeggiano per capire se effettivamente entrare o magari ritornare nella serie. Nessuno nel segmento sportivo, dall’ottimo NBA Live di EA Sports, a FIFA, passando per la serie di WWE di 2K Sports, riesce a raggiungere un livello di simulazione sportiva così convincente come è riuscita a fare negli ultimi anni Visual Concepts con il basket.
Ogni giocatore è esattamente come la sua controparte nella vita reale, e la presentazione (così come il gameplay) non ha rivali. Mentre altre serie sportive come Madden o quelle citate qualche riga più su sembrano ancora ricercare la formula definitiva per presentare al meglio il proprio gioco, Visual Concepts e 2K Sports apportano piccole costanti migliorie che non stravolgono le solide basi costruite in questi anni. In NBA 2K19 le introduzioni e i commenti pre-partita sono spesso esilaranti, così come a convincere sono i momenti di pausa e i commenti post-partita. Tutto sembra funzionare al meglio e i giocatori, che in passato presentavano incomprensibili sbavature, si comportano in maniera più convincente, muovendosi con una naturalezza tale da renderli incredibilmente verosimili.
Se avete giocato a NBA 2K18 ricorderete il modo in cui la difesa si comportava quando a provare l’attacco o la penetrazione era un giocatore veloce. Spesso, l’azione si concludeva con comportamenti strani che facevano sembrare i nostri difensori dei completi incapaci. Quest’elemento era troppo sbilanciato e veniva utilizzato (specialmente Online) da tantissimi giocatori a proprio favore. Per fortuna quest’anno lo sviluppatore ha colmato l’evidente lacuna incrementando la prestanza fisica dei difensori che in 2K19 riescono a fare spalla a spalla anche con giocatori dotati di ottima tecnica e velocità, sfruttando la maggiore altezza o corporatura e chiudendo gli spazi che potrebbero favorire l’attaccante.
Non si tratta soltanto di premere il relativo tasto per gestire la difesa, piuttosto bisogna capire e prevedere cosa il nostro avversario vuole fare in modo tale da impedirgli la giocata. In 2K19, sembra quasi di giocare una partita di scacchi. Ogni partita ha una storia a sé, in alcuni frangenti bisogna utilizzare una tattica, in altri momenti invece è meglio cambiare strategia. Un moto perpetuo che premia i giocatori che sanno attendere il varco giusto per aprire la difesa come una scatola di latta e tentare la giocata. Nel corso del match, è possibile modificare la propria strategia così come lo schema di gioco utilizzato.
I meccanismi verranno immediatamente carpiti anche dai giocatori gestiti dalla convincente CPU, che risultano essere ancora più capaci di capire quando andare in penetrazione, effettuare un raddoppio e così via. L’attenzione di NBA 2K19 sul realismo è alquanto scoraggiante all’inizio, ma ci vogliono soltanto buona volontà e qualche partita per capire che tutti i cambiamenti sono in meglio. Con animazioni più nitide, visuali più realistiche e un gameplay più bilanciato rispetto al passato. NBA 2K19 è una simulazione di basket incredibilmente gratificante che costringe astutamente a imparare tutte le intricate manovre di gioco.
Impeto cestistico
Scesi sul parquet, la prima cosa che notiamo è la presenza di una sorta di potenziamento temporaneo, ovvero l’Impeto (Takeover). Esso è legato all’archetipo del giocatore e può tanto aumentare quanto danneggiare gli attributi chiave di un determinato giocatore. Se riusciamo a fare un paio di colpi di fila con un tiratore scelto, possiamo attivare il potenziamento temporaneo che aumenterà ulteriormente le probabilità di centrare il colpo successivo. Viceversa, se i nostri tiri dovessero essere sbagliati, accanto al nostro giocatore apparirà un’icona a forma di fiocco di neve che indica che si è letteralmente raffreddato, riducendo di conseguenza la sua capacità di realizzazione. Ci sono nove archetipi in tutto, ciascuno dei quali interessa determinate aree chiave come il passaggio, la difesa e il rimbalzo.
Alcuni giocatori famosi, come LeBron James, Steph Curry, Giannis Antetokounmpo hanno diverse abilità di Takeover, e sebbene questa nuova funzione non sia un grande punto di svolta, mette in evidenza il fatto che una volta che questi giocatori entrano nel giusto ritmo, possono letteralmente dominare la partita. La durata del bonus e la sua effettiva efficacia dipendono dall’overall del giocatore prescelto. Più si avvicina a 94, maggiori saranno le probabilità di sbloccarlo e di fare giocate incredibili. Anche i buoni giocatori possono raggiungere l’Impeto, ma la sua durata sarà molto breve.
Solit(d)e modalità
In generale, le modalità presenti in NBA 2K19 sono pressoché le medesime viste negli anni scorsi. L’offerta è sempre ricca, con qualche miglioria. MyGM continua a metterci nei panni di un General Manager di una franchigia NBA. Tale modalità può essere giocata anche attivando l’esperienza narrativa, basata su quella dello scorso anno ma con un arco narrativo del tutto nuovo. Se non avete giocato a 2K18, sarà possibile assistere ad un riepilogo della storia e prendere le relative decisioni, in modo da impostare la narrazione desiderata. Inoltre, sono state aggiunte due nuove funzioni: una gestione del Draft migliorata, in particolare sono state aggiunte nuove statistiche ed informazioni accanto alle future stelle NBA e la possibilità di importare i Draft storici (ad esempio, 1969, 1984, fino ad arrivare al 2017). Ciò sta a significare che potremo ingaggiare atleti del calibro di Kareem Abdul-Jabbar, Michael Jordan e molti altri. Ad aiutare l’inserimento in squadra e la crescita della matricola, ci pensa la figura del Mentore, un giocatore ormai navigato e capace di dare utili consigli sullo stile di gioco e sulle statistiche distintive del nuovo arrivato.
Abbiamo poi la modalità MyTeam (La Mia Squadra), che funziona in stile FIFA Ultimate Team e vede l’aggiunta di sfide 3 contro 3 davvero divertenti, partite amichevoli (Online e non), modalità Blacktop che ci vedrà impegnati in divertenti sfide sui campi di strada, la Mia Lega e le Stagioni.
Persiste il problema dei lag nelle lobby e delle lunghe code per entrare nel gioco. Per un titolo così popolare, è strano quanto tempo impieghi il matchmaking per fare il suo lavoro. Questo è aggravato dal modo in cui NBA 2K19 ti obbliga ad aspettare in piedi e guardare la partita in corso. Una scelta davvero strana, soprattutto perché Visual Concepts continua ad aggiungere nuove cose da fare nel quartiere. Per prendere però parte alla sua attrazione principale, ovvero quella di giocare al bellissimo gioco del basket, bisogna letteralmente aspettare in fila come si farebbe alla fine del primo tempo nell’arena per andare al bagno.
MyCareer come non l’avete mai vista
Uno degli aspetti che ha reso così popolare la modalità MyCareer nel corso degli anni è quello di aver raccontato storie davvero incredibili. Ad esempio, la trama dello scorso anno ha seguito un ex DJ musicale che dopo aver suonato in una gara di Street Ball è in qualche modo riuscito ad arrivare in NBA. Per fortuna, la storia di NBA 2K19 è molto più credibile.
Soprannominato “The Way Back“, dopo che non è riuscito a fare il grande passo nel campionato che conta, il nostro giocatore, creato e personalizzato a piacimento (l’editor può essere finalmente saltato senza tanti fronzoli), inizia la sua carriera in Cina prima di arrivare alla G-League e, infine, in NBA. Lungo la strada, sviluppa rivalità, crea relazioni e impara a diventare un giocatore di squadra. Per le prime ore di MyCareer, la storia è raccontata attraverso filmati dall’evidente taglio cinematografico, grazie alle magistrali interpretazioni di Anthony Mackie, Haley Joel Osment, Michael Rapaport e molti altri. Questi filmati sono lunghi e sensibilmente migliori dei precedenti in termini di valore di produzione. La scrittura è un passo avanti, e ci sono alcuni dialoghi genuinamente divertenti.
MyCareer, dopo che il nostro giocatore ha raggiunto l’NBA, ritorna alla solita routine. La qualità della scrittura e dei filmati si abbassa leggermente (fortunatamente la narrazione resta ancora solida e convincente) e ci ritroveremo immersi nel Quartiere. Il nuovo layout posiziona le attività al centro, evitando un inutile e noioso vagabondaggio.
All’interno del quartiere è possibile visitare negozi, farsi tatuaggi e acconciature, comprare gadget, andare in palestra, sfidarsi in varie attività. È presente anche l’alternanza giorno/notte che cambia alcuni aspetti ed eventi di gioco.
Le microtransazioni sono davvero necessarie?
Dato che MyCareer è ancora il punto focale della serie, è un vero peccato che le meccaniche pay-to-win rimangano intatte anche in NBA 2K19. Sebbene Visual Concepts abbia reso un po’ più facile guadagnare valuta virtuale (VC) in 2K19 grazie agli obiettivi giornalieri, ai mini-giochi e alle attività disponibili, le microtransazioni persistono in maniera abbastanza invasiva (anche se in maniera più indulgente rispetto al passato), soprattutto per quanto riguarda l’aumento delle statistiche del nostro giocatore. Ciò crea un mondo online in cui i migliori giocatori sono spesso quelli con le tasche più profonde, ed infatti, pochi giorni dopo l’uscita del gioco, ci siamo già ritrovati player con statistiche al di sopra del 90.
Fa male vedere che tali microtransazioni agevolano chi può spendere soldi e invece scoraggia quasi chi non può (o giustamente vuole), spendere valuta reale. Soprattutto perché la modalità storia costruita attorno a MyCareer di 2K19 è la migliore che si sia mai vista. Con una sceneggiatura di pregevole livello, un solido lavoro dietro alla recitazione degli attori e alcune divertenti decisioni di casting come Rob Huebel come allenatore della G League con evidenti problemi di gestione della rabbia. Per coloro che amano la modalità MyCareer ma non il contenuto della storia, quest’anno è possibile saltare i filmati, anche se è consigliabile non farlo in quanto la trama è davvero impressionante.
Graficamente impressionante
Dal punto di vista squisitamente grafico, NBA 2K19 non poteva far altro che presentarsi in forma smagliante. Ogni giocatore, così come gli elementi di contorno e non risultano essere stati realizzati con grande cura e maestria. Il lavoro di Visual Concepts si è incentrato anche sui movimenti dei giocatori e sulle animazioni, ancora più realistiche e convincenti. Persiste ancora qualche lieve fenomeno di compenetrazione, ma in definitiva si verifica molto di rado, rispetto a quanto invece si vedeva in 2K18. Prima di chiudere, non possiamo non spendere due parole per l’ottima colonna sonora affidata alle cure di Travis Scott, noto Rapper made in USA e alla telecronaca che vede l’aggiunta di Bill Simmons e che ogni anno riesce a migliorarsi. Una caratteristica dalla quale dovrebbero imparare altri titoli sportivi che su tale fronte hanno ancora molto da migliorare.
- La narrazione in MyCareer è la migliore che sia mai stata scritta- Tecnicamente sempre di altissimo livello- Interessante l'aggiunta dell'Impeto- Difesa migliorata
Contro
- Microtransazioni ancora invasive e poco bilanciate- Alcuni problemi con i server con conseguenti lunghe attese
Riassunto
Ancora una volta, l'ultimo capitolo di NBA 2K si rivela un'eccellente simulatore di basket, grazie ad un gameplay più raffinato e realistico e ad un maggior equilibrio in attacco e difesa. La storia della modalità MyCareer è ad oggi la migliore mai scritta e il sistema di progressione sembra più indulgente rispetto alle precedenti iterazioni, seppur permangono le fastidiose microtransazioni. Il resto del pacchetto, al netto di qualche lieve aggiunta, rispecchia principalmente ciò che abbiamo visto in passato. Tirate fuori la canotta dall'armadio, NBA 2K19 è li pronto che vi aspetta!
Nuovi giocatori, nuove mosse speciali e nuove sfide!
2K ha annunciato oggi che NBA 2K Playgrounds 2 sarà disponibile a partire dal 16 Ottobre 2018, per PlayStation 4, Xbox One, Nintendo Switch e PC.
NBA 2K Playgrounds 2 avrà in copertina: Julius “Dr. J” Erving, Kevin Garnett, Karl-Anthony Towns e Jayson Tatum. NBA 2K Playgrounds 2 aumenta l’energia con nuovi giocatori, campetti e mosse. Presenti al lancio oltre 300 giocatori – inclusi Michael Jordan, Kobe Bryant e Kareem Abdul-Jabbar– mentre altri 200 arriveranno dopo l’uscita. Il gioco avrà 10 nuovi campetti, inclusi: Washington D.C., St. Louis, Seoul e Australia.
In aggiunta. il gioco presenterà 100 nuove mosse speciali tra le quali: la schiacciata dalla linea del tiro libero di Michael Jordan, la finger roll di George Gervin’s Iceman e l’auto alley-oop di LeBron James. Personalizzabili inoltre giacche, magliette, pantaloncini, calze e scarpe.
La Colonna sonora avrà tracce di artisti della caratura di Run The Jewels, Oddisee e DJ Premier.
Le modalità di NBA 2K Playgrounds 2 ti permetteranno di giocare da solo, con amici, o contro il resto del mondo. La modalità Playgrounds Championship presenta una lega competitiva internazionale, la Stagione single-player invece ricrea l’esperienza di un’intera stagione regolare più i playoffs.
Ci sono anche partite online da 4 giocatori, partite in co-op contro l’intelligenza artificiale, gare dei 3 punti e molto altro ancora!