Le prime impressioni, a volte, mentono. In Beneath lo fanno in modo quasi brutale. I primi trenta minuti di gioco, tra la superficie e le profondità oceaniche, sono faticosi sotto ogni punto di vista: frame rate incerto, texture poco definite, animazioni rigide e scontri iniziali che ricordano un survival horror di due generazioni fa, ma senza il fascino immediato della nostalgia. Su PlayStation 5, l’impatto iniziale è sorprendentemente grezzo, tanto da far pensare a un progetto fuori tempo massimo.
Eppure, resistendo all’istinto di abbandonare l’esperienza, qualcosa cambia. Quando l’azione si sposta definitivamente all’interno della base sottomarina, Beneath comincia lentamente a mostrare la sua vera natura. Non diventa improvvisamente un titolo tecnicamente brillante, ma trova una sua identità, fatta di atmosfere opprimenti, spazi angusti e un senso di vulnerabilità che richiama il survival horror più classico.
Un progetto piccolo, ma sincero
Sviluppato da Camel 101 e pubblicato da Wired Productions, Beneath è un progetto che non dovrebbe esistere, almeno sulla carta. Dietro il gioco ci sono risorse limitate e una struttura produttiva ridotta all’osso, ma anche una chiara consapevolezza delle proprie influenze. Resident Evil, F.E.A.R., The Thing e persino Aliens sembrano riecheggiare in ogni corridoio allagato e in ogni sala illuminata da luci d’emergenza tremolanti.
Non c’è alcun tentativo di modernizzare il genere o di reinventarlo: Beneath abbraccia il suo essere un survival horror “vecchia scuola” e lo fa senza vergogna. È un titolo che guarda apertamente al passato, a quando l’orrore nasceva più dalle limitazioni tecniche e dal controllo imperfetto che da una messa in scena spettacolare.
Un horror che nasce dall’ambientazione
La scelta di ambientare Beneath negli abissi oceanici non è solo originale, ma profondamente funzionale al tipo di horror che Camel 101 vuole raccontare. Il mare, soprattutto quello profondo, è uno degli ambienti più ostili e inaccessibili per l’essere umano: buio totale, pressione costante, isolamento assoluto. Tutti elementi che il gioco sfrutta non come semplice sfondo, ma come parte integrante della narrazione e del gameplay.
Nei panni di Noah Quinn, sub esperto coinvolto in una spirale di eventi sempre più inquietanti, ci si ritrova presto intrappolati in strutture sottomarine decadenti, corridoi angusti e sale tecniche che sembrano sul punto di collassare. L’oceano è sempre lì, appena oltre le pareti di metallo, una presenza invisibile ma opprimente che amplifica la sensazione di fragilità del protagonista.
Non si tratta di un horror basato su jump scare continui o su momenti di shock improvvisi. Beneath lavora in sottrazione, costruendo lentamente una tensione psicologica che si insinua nel giocatore attraverso il silenzio, i rumori ovattati, le luci d’emergenza intermittenti e la costante percezione di non essere mai davvero al sicuro.

Retro, nel bene e nel male
Uno degli aspetti più evidenti di Beneath è il suo legame con il survival horror del passato. Non c’è alcun tentativo di modernizzare il genere o di renderlo più accessibile al grande pubblico. Al contrario, Camel 101 sembra quasi voler rivendicare un’epoca in cui i survival horror erano scomodi, poco indulgenti e spesso tecnicamente imperfetti.
Le influenze sono chiarissime: Resident Evil, F.E.A.R., The Thing, ma anche un certo immaginario cinematografico anni ’80 e ’90 fatto di strutture industriali claustrofobiche e minacce indefinibili. Beneath non copia questi riferimenti, ma li rielabora con una sincerità che, col passare delle ore, diventa sempre più evidente.
Visivamente il gioco è semplice, a tratti povero. Non siamo di fronte a un comparto grafico che sfrutta le potenzialità di PlayStation 5, e questo è un dato di fatto. Tuttavia, la direzione artistica compensa in parte queste mancanze con un uso intelligente di fumo, vapore, ombre e luci strobo, capaci di mascherare molte delle limitazioni tecniche e di creare momenti davvero suggestivi.

Un gameplay ruvido, volutamente
Il sistema di combattimento è probabilmente l’aspetto che dividerà di più i giocatori. Le armi sono pesanti, lente, imprecise. Il rinculo è marcato, la risposta dei comandi non sempre immediata, e i nemici mostrano spesso un’intelligenza artificiale limitata, con comportamenti prevedibili o addirittura statici.
Eppure, giocando Beneath, si ha la netta sensazione che questa goffaggine non sia solo il risultato di limiti produttivi, ma anche una scelta precisa. Il gioco non vuole mai far sentire il giocatore potente. Ogni scontro è rischioso, ogni proiettile va pesato, ogni errore può trasformarsi in una condanna.
Il movimento stesso di Noah Quinn contribuisce a questa sensazione di vulnerabilità: lento, pesante, mai completamente sotto controllo. In un contesto del genere, anche un frame rate incerto finisce per diventare parte dell’esperienza, aumentando l’ansia e obbligando a un approccio più cauto e ragionato.Non si gioca a Beneath per “ripulire” le aree dai nemici, ma per sopravvivere. A volte sparare è l’ultima risorsa, non la prima.
Risorse, stress e sopravvivenza
Come in ogni survival horror che si rispetti, la gestione delle risorse è centrale. Munizioni e cure sono limitate, spesso frustrantemente scarse, e costringono il giocatore a pianificare ogni passo. Anche una semplice ricarica, nel momento sbagliato, può risultare fatale.
A questo si aggiunge una componente di stress mentale che, pur non essendo rappresentata da una barra visibile, si percepisce costantemente. Oscurità, mancanza di ossigeno, suoni indistinti e visioni disturbanti contribuiscono a un progressivo senso di perdita di controllo. Beneath non spiega tutto, non chiarisce sempre cosa sia reale e cosa no, lasciando al giocatore il compito di interpretare ciò che vede e sente.
Il mare, ancora una volta, diventa un’arma a doppio taglio: ostacola i movimenti, confonde l’orientamento, ma può anche offrire percorsi alternativi e soluzioni creative, soprattutto grazie alla distruttibilità parziale degli ambienti.

Narrazione e suggestioni lovecraftiane
La storia di Beneath non è complessa né particolarmente originale, ma funziona grazie al modo in cui viene raccontata. Più che una trama vera e propria, il gioco propone un lento scivolare nella paranoia, fatto di indizi ambientali, frammenti narrativi e visioni sempre più inquietanti.
Le suggestioni lovecraftiane sono evidenti, non tanto nelle creature quanto nel senso di insignificanza dell’uomo di fronte a qualcosa di più grande, incomprensibile e inevitabile. Non tutto viene spiegato, e va bene così: l’orrore di Beneath nasce proprio da ciò che resta fuori campo.
Tecnica e prestazioni su PS5
Dal punto di vista tecnico, Beneath resta un titolo problematico. Su PlayStation 5 le prestazioni non sono sempre stabili e alcune imprecisioni visive risultano evidenti, soprattutto nelle prime ore. Non siamo mai di fronte a bug gravi o a situazioni che compromettono del tutto l’esperienza, ma è chiaro che il gioco avrebbe beneficiato di una fase di rifinitura più lunga.
L’interfaccia minimalista è invece una scelta riuscita, perché rafforza l’immersione e mantiene l’attenzione sull’ambiente e sull’atmosfera, evitando distrazioni inutili.
A chi è davvero destinato Beneath
Beneath non è un survival horror per tutti. Non piacerà a chi cerca un’esperienza moderna, rifinita o tecnicamente all’avanguardia. È un titolo pensato per chi ama l’horror psicologico, per chi è disposto a convivere con imperfezioni evidenti in cambio di atmosfera, tensione e un’identità forte.
Chi ha apprezzato esperienze come SOMA, Amnesia o Still Wakes the Deep potrebbe trovare in Beneath un progetto imperfetto ma sincero, capace di evocare sensazioni che il genere, negli ultimi anni, ha spesso sacrificato in nome della spettacolarità.
Commento finale
Beneath è un gioco pieno di difetti, tecnici e strutturali, ma anche carico di personalità. Non tenta mai di essere qualcosa che non è: un survival horror ruvido, claustrofobico e dichiaratamente rétro. La sua forza sta nell’atmosfera e nella capacità di trasformare i propri limiti in parte integrante dell’esperienza. Non è un titolo che brilla, ma è uno di quelli che restano impressi proprio per le sensazioni che riescono a trasmettere, più che per ciò che mostrano sullo schermo.









