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Remedy, il nuovo CEO: «Alan wake e control dovevano vendere di più». La strategia per il futuro

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Secondo Jean-Charles Gaudechon, che dallo scorso marzo è il nuovo CEO di Remedy, franchise come Alan Wake e Control “avrebbero dovuto vendere di più”. Il curriculum di Gaudechon include quasi cinque anni presso EA, con un’attenzione particolare alle versioni per PC e dispositivi mobili di FIFA; in seguito ha lavorato a vari progetti legati allo sport, compresa una piattaforma dedicata alla NFL.

In una recente intervista ai microfoni di The Game Business, il CEO ha affermato che la creatività “unica nel suo genere” di Remedy deve essere protetta, ma allo stesso tempo ritiene che l’azienda “potrebbe apportare alcuni miglioramenti” per garantire che i sui lavori raggiungano un pubblico più ampio. “Remedy è uno dei pochi studi che gode del sostegno sincero dei giocatori”, ha detto Gaudechon, aggiungendo tuttavia che “ControlAlan Wake e altri titoli potrebbero offrire molto di più; bisogna pensare in grande per alcune di queste proprietà intellettuali, devono poter raggiungere un pubblico molto, molto più ampio rispetto a quello attuale. Occorre riflettere di più su come affrontare le nostre IP in termini di franchise; come facciamo a far crescere la community? Il nostro accordo con Annapurna mira a far risplendere ulteriormente i nostri giochi e a raggiungere un pubblico che oggi ancora non c’è”.

Anton Lesser è il nuovo Olivander: la serie HBO di Harry Potter svela il volto del maestro di bacchette

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Entrare da Olivander è un rito. Lo è per ogni giovane mago, e lo è anche per chi sta ricostruendo pezzo per pezzo l’universo di Harry Potter sul piccolo schermo. L’ultimo teaser della serie HBO risponde a una delle domande che i fan si ponevano da mesi: chi erediterà il bancone impolverato del più celebre wandmaker del mondo magico? La risposta ha il volto scolpito e lo sguardo penetrante di Anton Lesser, attore britannico che i fan di Game of Thrones ricordano bene nei panni di Qyburn.

La notizia arriva direttamente dal nuovo filmato promozionale diffuso da HBO, un collage di anteprime in cui la sezione dedicata a Harry Potter – visibile al minuto 1:15 – ruba subito la scena.

Da Qyburn a Olivander: un maestro delle bacchette con la voce di Westeros

Anton Lesser non è un nome qualunque. Con oltre cento crediti tra cinema e televisione, ha interpretato Harold Macmillan in The Crown e il capo dell’ISB Major Partagaz nella serie Andor dell’universo Star Wars. Ora raccoglie il testimone dal compianto John Hurt, che aveva dato volto a Garrick Olivander nei film originali, e porta sullo schermo una versione del personaggio che promette fedeltà ai romanzi.

Il teaser lascia parlare proprio lui: «Mr. Potter, credo che possiamo aspettarci grandi cose da lei. Vediamo chi è». Una battuta che riprende quasi alla lettera il testo di J.K. Rowling e che basta a segnare il tono dell’adattamento.

La voce di Olivander e le nuove scene da Hogwarts

Subito dopo lo scambio tra Harry e il fabbricante di bacchette, il montaggio si apre a rapide inquadrature già intraviste in un precedente trailer: i corridoi di Hogwarts, il castello che prende vita, i tre amici che si incamminano verso una partita di Quidditch. Nulla di inedito sul fronte visivo, ma il semplice sentire quella voce iconica in un contesto nuovo funziona come una dichiarazione d’intenti.

Il trailer completo include anche spezzoni di House of the Dragon, dello spin-off di The Big Bang Theory intitolato Stuart Saves the Universe, di Lanterns e The Gilded Age, ma è la parentesi su Harry Potter ad aver catalizzato l’attenzione.

I volti della nuova generazione

HBO ha intanto diffuso le prime immagini ufficiali del giovane cast: Dominic McLaughlin è Harry Potter, Alastair Stout interpreta Ron Weasley, Arabella Stanton è Hermione Granger, mentre Amos Kitson e Lox Pratt appaiono rispettivamente come Dudley Dursley e Draco Malfoy. Gli scatti rivelano un’estetica che dialoga con l’immaginario dei film, virando però verso una messa in scena più matura e aderente ai libri.

Diagon alley, microchip e il peso della produzione

Dietro le quinte, la macchina produttiva viaggia a pieno ritmo. La scrittura della seconda stagione è già in fase avanzata e le riprese dovrebbero cominciare entro la fine dell’anno, con l’obiettivo di contenere i tempi di una lavorazione che si preannuncia imponente. Alcuni fan temono che la serie possa arrivare alla conclusione non prima dei primi anni Quaranta, ma HBO spinge sull’acceleratore.

L’investimento economico, hanno ammesso i vertici, supera quanto normalmente stanziato per una produzione televisiva. Un dettaglio che si traduce in set minuziosi – un leak recente ha mostrato una Diagon Alley ricostruita in modo maniacale – e in misure di sicurezza quasi fiabesche: scope volanti e oggetti di scena sono stati dotati di microchip per scoraggiare eventuali furti dal set.

Con Anton Lesser nel ruolo di Olivander, la serie HBO mette un altro tassello solido nella costruzione di un cast capace di unire volti nuovi e interpreti di razza. La fedeltà ai romanzi sembra essere la bussola, mentre la macchina produttiva corre per portare Harry Potter a una nuova generazione di spettatori senza tradire chi quelle pagine le ha consumate.

James Bond e Khaby Lame: il cameo in 007 First Light che sta già facendo discutere

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L’agente segreto più famoso del mondo sta per incrociare il volto più seguito di TikTok. IO Interactive ha confermato che Khaby Lame apparirà in 007 First Light, il nuovo capitolo dedicato a James Bond. Un incontro che mescola spionaggio e viralità, svelato senza giri di parole e senza attendere l’effetto sorpresa: una scelta che ha già acceso il dibattito tra gli appassionati.

La scena: Bond chiede indicazioni, Lame risponde con il suo gesto iconico

In una clip diffusa su Instagram, vediamo Bond avvicinarsi a Lame per chiedere informazioni, mentre si trova esattamente davanti a un cartello segnaletico. La risposta dell’influencer è tutta nella sua mimica: uno sguardo impassibile e il gesto esasperato che lo ha reso celebre, a sottolineare l’ovvietà della situazione. Forse un Martini di troppo, agente Bond?

Incontrerete un volto familiare in Vietnam”, ha scritto IO Interactive. “Abbiamo lavorato a stretto contatto con Khaby per scannerizzarlo e disegnare il suo outfit”.

Perché anticipare il cameo? La spiegazione degli analisti

La decisione di togliere il velo al cameo prima del lancio ha lasciato più di un fan con qualche dubbio. A chi chiedeva chiarimenti, l’analista videoludico Daniel Ahmad ha risposto sui social spiegando che la mossa punta a raggiungere un pubblico diverso rispetto ai tradizionali fan di Bond, allargando la comunicazione dopo una campagna marketing fin qui più convenzionale. Un tentativo di parlare anche a chi non segue abitualmente la saga, insomma, usando il linguaggio fulmineo dei social.

Da TikTok a 007: chi è Khaby Lame

L’ascesa di Lame è stata rapidissima. In pochi anni è diventato il creator più seguito su TikTok, grazie ai suoi video muti che ironizzano su gesti quotidiani inutilmente complicati. Nel 2023 Fortnite lo ha inserito nel battle pass, mentre nello stesso anno è stato giudice a Italia’s Got Talent. Nel 2024 è apparso in un cameo in Bad Boys: Ride or Die. Lo scorso gennaio ha concesso in licenza la propria immagine per essere riprodotta tramite intelligenza artificiale, un accordo da 975 milioni di dollari che ha fatto scalpore.

007 First Light: accesso anticipato già attivo, lancio imminente

Nel fine settimana IO Interactive ha pubblicato una parte della missione iniziale, dopo che alcune copie del gioco avevano iniziato a circolare prima del previsto. L’accesso anticipato è scattato nella giornata di oggi, 26 maggio, mentre il lancio completo è in programma per domani, 27 maggio.

Con questa apparizione, lo studio danese cerca di costruire un ponte tra il pubblico storico dell’agente 007 e una nuova generazione abituata ai ritmi delle piattaforme social. Riuscirà l’operazione a convincere entrambe le platee? La parola, a brevissimo, passerà ai giocatori.

Netflix Giugno 2026: tutti i film e le serie TV in arrivo

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L’estate si avvicina a grandi passi e Netflix si fa trovare pronta per aggiornare la sua offerta di film e serie TV: ecco cosa arriverà a Giugno 2026.

In un mese tradizionalmente di transizione verso il palinsesto estivo, l’appuntamento principale del Giugno 2026 di Netflix sarà la nuova stagione di Avatar – La leggenda di Aang. Non mancheranno tuttavia proposte altrettanto interessanti. Segnaliamo in particolare The Witness, Office Romance, Storia della Mia Famiglia 2, Il cuore delle Magnolie 5 ed Ovunque tu sia. Per i fan dell’intrattenimento, spazio a Nuova Scena 3 e WWE Night of Champions 2026 (il 27 Giugno).

Netflix ha condiviso il catalogo delle nuove uscite per Giugno 2026 sulla propria pagina ufficiale, tuttavia sulla piattaforma arriveranno altri prodotti che troverete nell’elenco sottostante.

Troverete inoltre qualche piccolo consiglio sui titoli da tenere in considerazione in grassetto per il Giugno proposto da Netflix, oppure per le novità del mese di Maggio laddove vogliate più suggerimenti.

1° Giugno

  • Rocky (Film)
  • Rocky II (Film)
  • Rocky III (Film)
  • Rocky IV (Film)
  • Rocky Balboa (Film)
  • Creed III (Film)
  • Law & Order: Special Victims Unit (Serie TV)
  • Shangri-La Frontier 2 (Serie di animazione)
  • My Hero Academia 6 (Serie di animazione)

2 Giugno

  • Everwood (Serie TV)

3 Giugno

  • Michael Jackson: il verdetto (Docuserie)

4 Giugno

  • The Disaster Artist (Film)
  • The King of Queens (Serie TV)
  • The Witness (Serie TV)

5 Giugno

  • Lezioni vere (Miniserie)
  • Office Romance (Film)

8 Giugno

  • Sesame Street 3 (Serie TV)

10 Giugno

  • Outlast – Gioco di squadra: La giungla (Intrattenimento)
  • I colori del male: Nero (Film)
  • Storia Della Mia Famiglia 2 (Serie TV)

11 Giugno

  • Viral Hit (Film)
  • Il colore delle magnolie 5 (Serie TV)

15 Giugno

  • I Cesaroni – Il ritorno (Serie TV)

18 Giugno

  • Ovunque tu sia (Film)

19 Giugno

  • Messaggi per Isabelle (Film)
  • Oasis Resort (Film)
  • Husbands in Action (Film)

22 Giugno

  • Nuova Scena 3 (Intrattenimento)

24 Giugno

  • In The Hand of Dante (Film)
  • The American Experiment (Serie TV)

25 Giugno

  • Avatar – La leggenda di Aang 2 (Serie TV)

Dragon Quest: il 27 maggio Square Enix svelerà il futuro della serie

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Quarant’anni di slime, eroi silenziosi e avventure che hanno segnato la storia del videogioco giapponese non passano in silenzio. Square Enix ha fissato per il 27 maggio un appuntamento che sa già di evento: la diretta Update from the Dragon Quest Team, pensata per celebrare il quarantesimo anniversario della saga. La trasmissione inizierà alle 6:00 PT/9:00 ET/22:00 JST/15:00 CET e sarà accessibile a tutti su YouTube, con audio sia in inglese che in giapponese.

10 minuti per segnare il futuro della saga

La diretta durerà appena dieci minuti: un formato asciutto che lascia immaginare annunci mirati, senza dispersione. I contenuti precisi non sono ancora stati ufficializzati, ma il tempismo parla da solo. Qualche settimana fa Yuji Horii, papà della serie, aveva anticipato che proprio il 27 maggio avrebbe tenuto una live stream per svelare “il prossimo gioco” insieme ad “altre diverse novità”. Il condizionale è d’obbligo, ma le parole di Horii puntano dritte verso un nuovo capitolo della serie principale, un remake ambizioso o uno spin-off di peso.

Una maratona di celebrazioni

L’evento non si esaurisce nei dieci minuti della diretta. Square Enix ha organizzato una serie di attività collaterali che accompagnano l’anniversario:

  • 26 maggio (20:00 PT/23:00 ET/27 maggio 12:00 JST/05:00 CET) – apertura di un sito speciale per il quarantennale, probabilmente il punto di raccolta per contenuti celebrativi, statistiche e sorprese.
  • 27 maggio (16:00 PT/ 19:00 ET/20:00 JST/13:00 CET) – live stream commemorativa con Eiko Kano e il suo show Critikano Hit, un evento più rilassato ma pensato per coinvolgere la community.

Con un palinsesto così compresso e un indizio pesante da parte del creatore della serie, il 27 maggio si preannuncia come uno snodo importante per chi segue Dragon Quest dal 1986. Dieci minuti bastano, quando c’è qualcosa di grosso da dire.

Dai rating coreani spuntano LEGO Skylines e Persona 4 Revival

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Le classificazioni per videogiochi in Corea del Sud restano uno dei segnali più concreti per fiutare i progetti videoludici in dirittura d’arrivo. L’ultima infornata del Game Rating and Administration Committee porta con sé un nome mai sentito prima e qualche conferma preziosa su titoli già attesi, proprio mentre il Summer Game Fest 2026 si avvicina.

Un city builder a mattoncini targato Paradox

Il colpo di scena principale è LEGO Skylines, titolo non ancora annunciato da Paradox Interactive. Nessun dettaglio ufficiale è trapelato oltre alla semplice registrazione, ma la struttura del nome lascia poco spazio ai dubbi: si tratta con ogni probabilità di una trasposizione in chiave LEGO di Cities: Skylines, il franchise gestionale che ha ridefinito i simulatori urbanistici moderni. L’idea di unire la libertà creativa dei mattoncini alla profondità strategica del brand svedese apre scenari tanto affascinanti quanto inediti per il pubblico di entrambi i mondi.

Persona 4 Revival e l’effetto Summer Game Fest

Tra le schede pubblicate dal comitato coreano figura anche Persona 4 Revival. A differenza di LEGO Skylines, il progetto SEGA/ATLUS è già noto, ma continua a mancare una finestra di lancio precisa. La tempistica della classificazione, a ridosso del Summer Game Fest previsto per i primi di giugno, è però un indizio che potrebbe preludere a un annuncio concreto durante la fiera. Per chi segue la serie JRPG, l’attesa si fa più concreta senza scivolare in facili trionfalismi.

Gears, Ace Combat e il ritorno dei guardiani su Switch 2

La lista coreana non si ferma qui. Sono state registrate anche le classificazioni di Gears of War: E-Day, Ace Combat 8: Wings of Thieve e Marvel’s Guardians of the Galaxy. Proprio quest’ultimo rappresenta un piccolo tassello per il futuro Nintendo: il gioco è già disponibile su PlayStation 5, Xbox Series X|S, PlayStation 4, Xbox One, PC (Steam ed Epic Games Store) e sulla prima Switch in versione solo cloud. La nuova classificazione coreana si allinea però a quella taiwanese di qualche tempo fa, confermando i piani per una versione nativa per Nintendo Switch 2. Un segnale che Square Enix intende presidiare la nuova piattaforma ibrida fin dalle prime battute.

The Adventures of Elliot: The Millennium Tales, abbiamo provato la demo

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Square Enix pare proprio vivere una sorta di vero e proprio cortocircuito creativo: se da un lato le sue produzioni più roboanti (e costose) legate al suo brand più iconico e conosciuto appaiono stentare come non mai, sono i titoli apparentemente minori a mantenere sempre ben dritte le antenne dei fan di vecchia data. Per un Final Fantasy che fatica a raggiungere gli obiettivi monetari della compagnia, talvolta figli di previsioni al limite del surreale, sono titoli ben più semplici e contenuti ad incarnare il DNA storico del colosso giapponese. Senza andare a scomodare il recentissimo Octopath Traveler 0, che è riuscito a dimostrare ancora una volta come ci sia spazio (e voglia) per jrpg di stampo classico, all’orizzonte si staglia l’interessante The Adventures of Elliot: The Millennium Tales, di cui abbiamo provato la demo rilasciata da qualche giorno sugli store digitali. Un prologo, quello testato, che è riuscito a mettere bene in chiaro le velleità della produzione, che pur strizzando l’occhio ad un certo Zelda, pare avere diverse frecce al proprio arco.

A spasso nel tempo

Lo sappiamo, esprimere pareri in merito alla sceneggiatura attraverso una versione di prova è quanto mai azzardato e prematuro. E infatti non ci sbilanceremo affatto in merito alla narrativa The Adventures of Elliot: The Millennium Tales, di cui abbiamo potuto sperimentare solo le primissime ore di gioco. Tanto basta, però, per tracciare le fila del canovaccio narrativo che troveremo ad attenderci nel titolo Square Enix: giocheremo, senza troppe sorprese, nei panni di Elliot, un giovane avventuriero che verrà reclutato dal sovrano di Huther per indagare attorno ad alcune misteriose rovine. Un compito tutto sommato molto semplice, che lo porterà ad unire le forze con la principessa Heuria, che fungerà da utile supporto da remoto grazie ai suoi poteri magici. Questi ultimi sono indispensabili per tenere attiva la barriera protettiva che permette alla città di tenere lontane le creature ostili che infestano il mondo di gioco.

Una sorta di autoesclusione quella vissuta dal regno di Huther, che non viene vista di buon occhio da uno degli avidi consiglieri del sovrano. E saranno proprio queste brame di potere a scatenare gli eventi che daranno il via al gioco vero e proprio, che potremo sperimentare a partire dal prossimo 18 di giugno. Tutto ruoterà attorno ad un antico portale, in grado di far viaggiare attraverso il tempo, e che verrà sfruttato dal dignitario per riscrivere la storia e salire al potere. Inutile dire come spetterà ad Elliot e Heuria lanciarsi al suo inseguimento, nel tentativo di impedire il folle piano di conquista. Le premesse narrative, per quanto non originalissime, lasciano spazio ad un world building che lascia intravedere un discreto potenziale che, per quanto non rinunciando ad alcuni elementi fiabeschi tipici dei jrpg, non si vergognano di mettere in mostra anche momenti decisamente più cupi: vedremo come tutto si evolverà nel codice completo.

Dalle parti di Hyrule

Laddove è già più semplice esprimere giudizi un filo più strutturati, è relativamente al gameplay di The Adventures of Elliot: The Millennium Tales, che come detto in apertura è palesemente ispirato a The Legend of Zelda. Nel titolo controlleremo il solo protagonista, che si muoverà all’interno delle aree di gioco proprio come nel classico di casa Nintendo. L’azione avviene in tempo reale, con Elliot che potrà contare su due modalità di attacco, legate ad ognuna delle due armi equipaggiabili collegate ad altrettanti pulsanti frontali del pad. Nella demo abbiamo potuto sperimentare lance, boomerang, archi e molto altro, ognuna dotata sia delle proprie caratteristiche di offesa che del proprio attacco caricato. La varietà è risultata interessante, così da permettere approcci variegati, che spaziano dal colpire dalla distanza ai colpi ad area.

La sublimazione del combat system, alquanto semplice ma tutto sommato soddisfacente, si ha in occasione degli scontri con i boss: quelli affrontati nel prologo non hanno messo in mostra particolari schemi ludici, ma sono comunque serviti a sperimentare a dovere le differenti possibilità di offesa del nostro protagonista. Le somiglianze con Zelda, comunque, non si esauriscono unicamente nella struttura ludica indicata, ma traspaiono anche attraverso i dungeon che costellano la progressione, che rappresentano un chiaro omaggio al brand Nintendo. Così come le immancabili bombe che permetteranno di aprire percorsi segreti, oltre a poterci essere di aiuto negli scontri.

A completare il quadretto delle possibilità ludiche ci pensa il supporto offerto da Heuria, che ci giungerà in soccorso attraverso le sue capacità curative, per lo meno laddove ci troveremo ad interagire lungo la medesima linea temporale. La natura del gioco, come già espresso, ci porterà a viaggiare tra le epoche più disparate e in simili frangenti (sempre per quanto testato) Elliot dovrà fare affidamento su particolari pozioni per rimanere in forze.

Non solo pixel

Le ispirazioni di The Adventures of Elliot: The Millennium Tales, comunque, non si fermano al mondo della compagnia di Kyoto, ma vanno anche a pescare all’interno del portfolio della sua stessa casa madre. Per lo meno quando si parla dell’aspetto estetico, che non può che rimandare con forza al filone HD-2D inaugurato con l’Octopath originale. E sotto questo punto di vista, pur non rivoluzionando quando già visto e giocato nel corso degli anni, il colpo d’occhio non può che essere soddisfacente. L’estetica è accattivante come ci si può aspettare dall’ibridazione tra pixel e poligoni, anche se non più sorprendente come in occasione del suo debutto sulle scene. Vedremo se la release completa riuscirà a stupire in tal senso.

Commento finale

In definitiva, la demo di The Adventures of Elliot: The Millennium Tales fa esattamente ciò che dovrebbe fare un assaggio ben costruito: non punta a impressionare con la quantità, ma a definire con chiarezza la qualità dell’intenzione. Mostra un progetto che conosce i propri limiti tecnici e li aggira con stile, che preferisce la coerenza estetica alla spettacolarità, e che usa level design, scrittura e direzione artistica per costruire un’identità precisa. Per quanto fortemente derivativo (gli echi di Zelda sono davvero duri da ignorare), il quadro complessivo della produzione Square Enix è quello di un’opera che sa dove vuole andare e perché. E se il gioco finale riuscirà a mantenere questa sensibilità senza perdere ritmo, potremmo trovarci davanti a una piccola avventura capace di lasciare un segno più profondo di quanto la sua apparente semplicità lasci intuire.

Forza Horizon 6 ha un pilota fantasma, e i giocatori sono nel panico

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Quando un racing game diventa virale per un “singolo pilota impazzito”, vuol dire che è nato un mito. Non un boss scriptato, non un evento speciale: solo un nome. bowie knife99. Dall’uscita di Forza Horizon 6 su PC e Xbox Series X|S, questo Drivatar sta trasformando ogni gara in un episodio da incubo, e la community non parla d’altro.

Un drivatar fuori controllo

Per chi non mastica l’ecosistema Forza, i Drivatar sono versioni IA di giocatori reali: clonano lo stile di guida di amici, creator o semplici appassionati, popolando le corse con avversari più credibili dei soliti bot anonimi. Ma bowie knife99 ha mandato in frantumi ogni aspettativa. Il suo comportamento non è semplicemente aggressivo: è predatoriale. Esce di pista pur di centrare un bersaglio. Tampona senza motivo. Insegue le auto come se ogni gara fosse un derby e non una corsa.

In meno di una settimana sono spuntate decine di clip virali che documentano le sue malefatte. I commenti dei giocatori sono un misto di sgomento e ironia nera: “Forza è l’unico racing game che conosca con un villain attivo nella community”, ha scritto qualcuno su X. Un altro, dopo l’ennesima sconfitta beffarda: “Pensavo di avere in pugno quel drag race, e invece la telecamera si gira e mi mostra che ho perso contro un triciclo”.

L’Identità sconosciuta

Il dettaglio più inquietante è che nessuno sa chi si nasconda dietro bowie knife99. Il profilo Xbox è privato. Nessun giocatore in carne e ossa ha mai rivendicato la paternità di quelle scorrerie digitali. L’IA sta facendo tutto da sola, alimentando la leggenda di un “boogeyman” dei circuiti contro cui è quasi impossibile difendersi.

Alcuni hanno provato a ribaltare la situazione: sessioni di caccia mirata, gare dedicate a incastrare il Drivatar e a infliggergli ciò che lui riserva agli altri. Ma anche i tentativi di vendetta, in diversi casi, sono falliti miseramente, aggiungendo benzina al mito.

Il mito prende forma

Mentre bowie knife99 continua a seminare il caos, Forza Horizon 6 macina numeri da capogiro. Il racing game di Xbox Game Studios e Playground Games ha già superato i 6 milioni di giocatori, incassando recensioni entusiastiche. I fan più smaliziati hanno già individuato exploit per accumulare crediti e sbloccare auto in tempi record, ma ciò di cui si parla davvero, oggi, è quel nome diventato sinonimo di paura.

Nessuno può dire se l’utente reale uscirà mai dall’ombra. Fino ad allora, bowie knife99 resterà il pilota fantasma di Forza Horizon 6, capace di far tremare chiunque incroci la sua traiettoria.

Gran Turismo World Series 2026, risultati ed immagini esclusive del Round 1 di Milano

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MILAN, ITALY - MAY 23: (Editors note: This image was computer generated in-game) during round one of the Gran Turismo World Series at on May 23, 2026 in Milan, Italy. (NOTE TO USER - Gran Turismo 7: TM & © 2022 Sony Interactive Entertainment Inc. Developed by Polyphony Digital Inc. Manufacturers, cars, names, brands and associated imagery featured in this game in some cases include trademarks and/or copyrighted materials of their respective owners. All rights reserved). (Photo by Oliver Hardt - Gran Turismo/Gran Turismo via Getty Images)

Le Gran Turismo World Series 2026 entrano nel vivo, con i primi verdetti che arrivano direttamente dal Round 1 di Milano.

L’esclusivo evento internazionale dal vivo che sabato 23 Maggio ha riunito per la prima volta in Italia allo storico Teatro Lirico di Milano i migliori piloti virtuali del mondo di Gran Turismo 7 ha infatti dato delle prime indicazioni sulla competizione più attesa dell’anno per i fan del franchise.

Di seguito vi riassumiamo i piazzamenti.

“Gran Turismo World Series” 2026 Round 1 – Milano (Nations Cup)

/ Spagna/ Pol Urra
/ Spagna/ Jose Serrano
/ Giappone/ Takuma Miyazono
Prova a tempo di qualificazione: risultati
Prova a tempo di qualificazione: risultati
Gara di sprint: risultati
Gara di sprint: risultati

“Gran Turismo World Series” 2026 Round 1 – Milano (Manufacturers Cup)

/ Porsche/ Jose Serrano
/ Ferrari/ Maximilian Kroll
/ Mercedes-AMG/ Jack Balding
Finale: risultati
Finale: risultati
Prova a tempo di qualificazione: risultati
Prova a tempo di qualificazione: risultati
Qualifiche Top 6: risultati
Qualifiche Top 6: risultati

Classifica punti World Series

Ai piloti e alle squadre che si sono piazzati nelle prime sei posizioni sono stati assegnati punti World Series.

Nations Cup (Fine del Round 1)
Nations Cup (Fine del Round 1)
Manufacturers Cup (Fine del Round 1)
Manufacturers Cup (Fine del Round 1)

Una festa del motorsport digitale

Nella suggestiva cornice del Teatro Lirico di Milano si sono avvicendati campioni affermati e giovani prospetti nel primo capitolo di una competizione che si preannuncia dura e combattuta.

Di seguito trovate alcuni scatti esclusivi dell’evento.

Rocket League mostra il futuro, primo assaggio di Unreal Engine 6

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Il rombo dei motori a reazione si è mescolato all’entusiasmo del pubblico parigino: sul palco del Rocket League Championship Series Paris Major, Psyonix ed Epic Games non si sono limitate a celebrare la scena competitiva bensì hanno colto l’occasione per alzare il sipario su qualcosa di molto più grande.

Davanti alla folla è apparsa una versione aggiornata di Rocket League, interamente spostata su Unreal Engine 6, accompagnata dal primo logo ufficiale del nuovo motore Epic, un’inedita variante viola.

Non una semplice demo tecnica, ma un assaggio concreto di gioco catturato in tempo reale. Il trailer di presentazione ha mostrato texture più nitide, illuminazione rielaborata e una qualità visiva generale che segna un salto generazionale netto. E per la prima volta, Epic ha rotto gli indugi mostrando un videogioco reale in esecuzione su Unreal Engine 6.

La prima immagine pubblica di Unreal Engine 6

Epic e Psyonix non hanno ancora spiegato nel dettaglio quali vantaggi tecnici porterà il nuovo motore rispetto al suo predecessore. Il filmato, tuttavia, mette in chiaro una differenza sostanziale con il passato recente. Quando venne annunciato Unreal Engine 5, l’azienda lo fece con una lunga demo tecnica, pensata appositamente per illustrare le potenzialità della tecnologia e mai trasformata in un prodotto giocabile. Qui lo scenario è opposto: Rocket League è un titolo vivo, giocato da milioni di persone, e tutto ciò che è apparso sullo schermo — ha confermato il team — è stato “catturato in tempo reale all’interno del gioco”.

Una piattaforma unica all’orizzonte

Al di là dell’impatto visivo, il trailer contiene un indizio che non è passato inosservato tra gli addetti ai lavori. Verso la parte finale, alcuni elementi grafici sembrano suggerire che Epic stia lavorando a un hub applicativo in grado di raggruppare Fortnite, Rocket League e, potenzialmente, altri prodotti del proprio ecosistema in un unico punto di accesso.

Sulle tempistiche di rilascio di Unreal Engine 6, invece, Epic non ha fornito alcuna indicazione. L’annuncio odierno lascia aperti molti interrogativi sulle specifiche tecniche e sulla roadmap per gli sviluppatori, ma intanto consegna un messaggio chiaro: il futuro del motore non è più soltanto sulla carta. Ha già cominciato a girare, sotto i riflettori di un’arena gremita, con Rocket League come primo, concreto banco di prova.

Spartacus: House of Ashur chiude dopo una stagione, ma Lionsgate cerca già una nuova casa

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L’arena si è svuotata prima del previsto: lo spin-off Spartacus: House of Ashur, l’audace esperimento narrativo firmato Steven S. DeKnight che riscriveva la storia del noto gladiatore, è stato ufficialmente cancellato da Starz dopo una sola stagione.

I dieci episodi, andati in onda tra la fine del 2025 e l’inizio di quest’anno, non hanno generato l’audience necessaria per proseguire. Anche il tracciato demografico degli spettatori non è risultato in linea con la strategia attuale del network.

La scommessa di rimettere Nick E. Tarabay al centro della scena nei panni di Ashur, immaginando una linea temporale in cui il personaggio sopravvive agli eventi di Spartacus: Vengeance, non ha convinto i vertici Starz. Un peccato per chi sperava in un approfondimento coraggioso dell’universo creato da DeKnight, che con questa serie intendeva esplorare dinamiche di potere inedite. Il mancato allineamento con gli obiettivi commerciali della piattaforma ha fatto il resto, lasciando la produzione in una terra di nessuno.

Cancellazione non significa necessariamente morte definitiva. Lionsgate Television, che ha mantenuto la proprietà intellettuale del franchise dopo la separazione da Starz del maggio 2025, ha già avviato la ricerca di una nuova collocazione per lo show. Al momento non sono stati resi noti potenziali acquirenti, ma l’operazione è in corso. Per i fan si tratta di una flebile speranza: l’astuzia di Ashur potrebbe ancora consentirgli di sfuggire al colpo di grazia su un’altra piattaforma.

Vought Rising, il primo teaser ci riporta nella New York del 1950 con Soldier Boy e Stormfront

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A poche ore dalla conclusione di The Boys, Prime Video ha diffuso il teaser ufficiale di Vought Rising, lo spin-off che riscrive le origini dell’universo superumano creato da Garth Ennis e Darick Robertson.

Il filmato, un minuto e mezzo di sequenze inedite, ci fa indietreggiare di oltre settant’anni per incontrare i volti che hanno costruito l’impero Vought, a cominciare da un Soldier Boy molto meno cinico di quello che abbiamo conosciuto.

Il teaser – lo stesso proiettato nel corso degli eventi cinematografici dedicati al finale di The Boys – si apre con la frase “One nation, under gods” e punta i riflettori sui primi super dotati di poteri. Al centro della scena c’è Soldier Boy (Jensen Ackles), determinato a diventare un eroe piuttosto che a sopravvivere alla propria leggenda. Accanto a lui tornano Stormfront (Aya Cash), destinata a giocare un ruolo di primo piano, e Bombsight (Mason Dye), già apparso nella serie principale. Le immagini rapide e montate a ritmo serrato non concedono quasi nulla alla trama orizzontale, ma bastano a chiarire che le premesse sono quelle giuste.

Il materiale non lascia dubbi: Vought Rising conserva intatto il DNA fatto di violenza grottesca e sarcasmo che ha reso celebre The Boys. Rispetto alla serie contemporanea, però, la New York degli anni ’50 si presenta più colorata, quasi patinata, come se il sogno americano fosse ancora una promessa intatta. È esattamente questo contrasto – tra l’apparenza scintillante e la ferocia dei super – a dare al teaser un sapore tutto suo.

Prime Video non ha ancora fissato una data di uscita precisa: Vought Rising è atteso sulla piattaforma nel corso del 2027. Quel che è certo è che Soldier Boy ha dichiarato di voler essere un eroe. Starà a noi scoprire se il suo percorso sarà in grado di mantenere quella promessa o se l’incubo della Vought comincerà proprio da lì.

Nuovi protocolli tecnologici dell’ADM, si apre un nuovo capitolo per l’integrità degli eSports?

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L’Italia entra ufficialmente in una nuova era nel campo del gioco a distanza, grazie ad importanti innovazioni tecnologiche.

L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM) ha infatti ufficialmente implementato da poche settimane inediti protocolli di comunicazione tecnologica, atti a segnare un sensibile miglioramento nell’ecosistema popolato dai giocatori online. Questa transizione rappresenta una svolta significativa non solo per i classici casinò digitali ma ridefinisce profondamente l’ecosistema italiano degli eSports, ponendo barriere stringenti contro il match-fixing e le frodi competitive.

E’ bene ricordare che in Italia, l’ente pubblico che regola, controlla e monitora il gioco online è proprio l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM), precedentemente nota come AAMS (Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato). L’ADM gestisce l’intero comparto dei giochi pubblici per garantire la legalità, tutelare i consumatori e assicurare le entrate per l’Erario. Nello specifico, ad esempio, l’Agenzia concede le autorizzazioni legali (concessioni) solo agli operatori che rispettano rigidi requisiti economici e tecnologici, oscurando ed inibendo i trasgressori. Da questa rigida attività di supervisione e controllo emergono dunque solo gli operatori in grado di garantire la massima tutela verso l’utenza, come nel caso dei casino sicuri AAMS dall’elenco di TuttiCasino.it. Ogni singola giocata, scommessa o transazione finanziaria viene poi registrata e controllata attraverso l’Anagrafe dei conti di gioco gestita da Sogei.

Ma quale è l’esatto impatto dei nuovi protocolli tecnologici implementati da ADM?

Gli interventi sulla infrastruttura tecnologica

Dal 16 Marzo 2026 sono entrate in vigore le versioni aggiornate e definitive di due nuovi protocolli informatici che disciplinano il funzionamento dei sistemi dei concessionari, nonché soprattutto il loro dialogo con la piattaforma centrale di controllo dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

Il primo è il Protocollo Gioco a Distanza Abilità (Pgda) versione 3.0, che regola la gestione tecnica di giochi online quali i giochi di abilità, i giochi di sorte a quota fissa e i giochi di carte non in formato torneo. Questo protocollo dettaglia come i sistemi informatici dei concessionari debbano comunicare con il sistema centrale dell’ADM: quali dati trasmettere e come, le esatte tempistiche nonché gli standard di sicurezza da adottare. Ogni fase, dall’apertura del conto all’esito delle giocate registrate, deve essere obbligatoriamente tracciata ed inviata secondo specifiche uniformi. Diventa dunque vincolante per i concessionari una revisione completa delle proprie infrastrutture tecnologiche sia per restare negli elenchi dei portali autorizzati, sia per garantire il tracciamento in tempo reale dei dati attraverso flussi muniti di cifrature avanzate.

Entra inoltre in vigore anche il Protocollo Scommesse a Quota Fissa (Psqf) versione 5.0, dedicato esclusivamente alle scommesse sportive. Anche in questo caso si tratta di un nuovo protocollo di regole tecniche che impongono le modalità per la trasmissione delle informazioni relative agli eventi sportivi, alle quote offerte, alle giocate effettuate e ai risultati. Anche in questo caso, l’obiettivo finale è il medesimo del Pgda v3: quello di monitorare compiutamente e precisamente ogni tipologia di operazione.

Verso un panorama eSports più tutelato

I vantaggi, diretti ed indiretti, per il pubblico sono piuttosto evidenti in termini di tutela generale, dovendo i concessionari sottostare a vincoli di trasparenza molto più stringenti. Ma le implementazioni dell’ADM si traducono anche in un cambio di marcia del settore competitivo dei videogiochi, anche e soprattutto sul versante della sua integrità morale.

Il rischio di combine con annesso flusso delle scommesse è da sempre uno degli argomenti più delicati in tema di eSports. Con l’introduzione dei messaggi standardizzati e delle informazioni costantemente richieste nei flussi di trasmissione, l’infrastruttura statale è in grado di rilevare picchi anomali relative a giocate ambigue su specifici tornei dei titoli più noti. Questo implica che se, per ipotesi, un team dovesse tentare di alterare il risultato di un match eSports, i nuovi algoritmi di ADM intercetterebbero l’anomalia virtualmente in tempo reale, intervenendo altrettanto celermente per bloccare le operazioni ed allertando le autorità.

La rivoluzione dei protocolli non si limita alla sicurezza informatica, ma tocca da vicino la sostenibilità sociale del gaming. I concessionari sono ora obbligati a integrare più coerenti sistemi di autoesclusione, pensati soprattutto per differenziare la tutela degli under 25. Per gli eSports, che vanta un pubblico tradizionalmente giovane, questa rappresenta la migliore garanzia per evitare che la passione per il gaming competitivo si traduca in dinamiche tossiche riducendo sempre più le attività illegali.

GTA 6 sfida il caro-console: “la qualità vince sempre”, parola di Take-Two

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L’arrivo di GTA 6 si avvicina e con esso cresce l’attenzione su un mercato delle console mai così costoso. Se da un lato il nuovo capitolo della serie Rockstar è il videogioco più atteso di sempre, dall’altro l’aumento generalizzato dei prezzi rischia di trasformare l’acquisto di una piattaforma da gioco in un investimento importante. Eppure, ai piani alti di Take-Two la preoccupazione non trova spazio.

Negli ultimi mesi il quadro è cambiato in modo tangibile. Sony ha ritoccato verso l’alto il listino di PS5 ad aprile: oggi una versione standard parte da 600 dollari, mentre PS5 Pro tocca quota 900 dollari. A questo si somma il rincaro dell’abbonamento PlayStation Plus, indispensabile per il multiplayer online. Microsoft ha seguito una traiettoria simile su Xbox Series X e S, pur tagliando il costo di Game Pass. Chi oggi non possiede ancora una console current-gen si trova davanti a una soglia d’ingresso sensibilmente più alta rispetto al passato.

La domanda sorge spontanea: un biglietto d’entrata così salato può frenare perfino GTA 6? Il titolo uscirà infatti in esclusiva su PS5 e Xbox Series X|S, senza una versione PC al day one, costringendo chiunque voglia giocare a novembre a dotarsi di hardware recente. Strauss Zelnick, CEO di Take-Two, ha affrontato la questione senza giri di parole a margine degli ultimi risultati finanziari.

La ricetta di Zelnick: esperienza superiore, prezzo relativo

Zelnick ha liquidato le perplessità con un atteggiamento pragmatico, quello riassumibile in un “se lo costruisci, arriveranno”. Il dirigente non nega le difficoltà economiche delle famiglie, ma sposta il baricentro sulla percezione del valore.

“In termini reali, il costo dei giochi tripla A è calato sensibilmente negli ultimi trent’anni”, ha spiegato Zelnick. “I prezzi al lancio non sono aumentati granché, neppure considerando l’inflazione. Quello che possiamo fare, dal nostro punto di vista, è offrire ogni volta un’esperienza talmente superiore alla cifra richiesta che la gente sia entusiasta di acquistare. Il nostro mestiere è creare il miglior intrattenimento sulla Terra. Se dai alle persone ciò che vogliono, loro arrivano. Resto però sensibile al fatto che molti stiano affrontando ristrettezze economiche”.

Un messaggio che suona come una dichiarazione d’intenti: la qualità del prodotto, quando percepita come eccezionale, è in grado di annullare le resistenze legate al portafoglio.

Base installata: i conti con la realtà del mercato

Nei documenti finanziari Take-Two inserisce alcune assunzioni, tra cui la previsione che il parco console continui a espandersi. L’anno fiscale in corso punta a numeri record per la compagnia, un traguardo quasi scontato con GTA 6 in rampa di lancio. Tuttavia, i dati recenti raccontano uno scenario meno lineare.

Nell’ultimo trimestre Sony ha registrato appena 1,5 milioni di PS5 vendute, un tonfo del 46% anno su anno. Microsoft, che ha smesso di fornire cifre ufficiali sulle vendite hardware, ha comunicato un calo dei ricavi Xbox del 33%. Quanto al totale delle unità piazzate, PS5 ha superato quota 93 milioni, mentre Xbox Series X|S resta molto indietro. Zelnick in passato aveva indicato che la base installata complessiva non ha ancora raggiunto i 150 milioni, e siamo quasi al quinto anno della generazione.

Richiesto di un commento, il CEO non ha mostrato incertezze: “La base installata attuale ci soddisfa. Ci aspettiamo che cresca tra oggi e il lancio di GTA 6, complice la stagione natalizia e l’abituale spinta che il gioco stesso saprà imprimere alle vendite di console”.

L’Effetto Black Friday e la finestra strategica

A rendere tutto più interessante c’è la data scelta: 19 novembre 2026, a ridosso del Black Friday che cadrà il 27 novembre. Un posizionamento perfetto per intercettare la corsa agli sconti e massimizzare l’onda d’acquisto. Ma solleva anche interrogativi aperti: Sony e Microsoft proporranno offerte davvero aggressive su hardware ormai maturo? E riusciranno a garantire scorte adeguate in un contesto segnato da costi di produzione crescenti e dalla carenza di memorie assorbita dal settore dell’intelligenza artificiale?

Quanto costerà GTA 6?

L’ultimo tassello riguarda il prezzo del gioco in sé. Zelnick sottolinea spesso che l’industria non ha aumentato i listini in modo proporzionale all’inflazione. Questo potrebbe tradursi in un prezzo superiore ai canonici 70 dollari? Alcuni analisti iniziano a ipotizzare 80 dollari, altri non escludono cifre più alte. Nessuna conferma, ma il ragionamento del CEO fornisce una chiave di lettura: se il valore percepito supera l’esborso, la soglia psicologica dei 70 dollari è meno rilevante di quanto sembri.

Recensione Jabra Evolve3 85: l’headset professionale che crede di essere audiofilo

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Esiste una categoria di prodotti che ha sempre vissuto in un limbo estetico e concettuale: le cuffie da ufficio. Funzionali, sì. Compatibili con Teams e Zoom, certo. Ma portarle in metropolitana o in un bar senza sentirsi un call center ambulante? Impossibile. Jabra, che di questo segmento è da decenni uno dei protagonisti indiscussi, sembra aver deciso di rompere il patto tacito che teneva separati il mondo professionale e quello consumer, e con l’Evolve3 85 ha costruito qualcosa che non si vergogna di stare sullo stesso scaffale — concettuale e fisico — con i Sony WH-1000XM6 e le AirPods Max.

Il risultato è affascinante, meraviglioso sotto tanti punti di vista, imperfetto nei posti giusti e, probabilmente il miglior headset professionale che abbia mai indossato.


Un salto generazionale, non un aggiornamento

Per capire la portata di quello che Jabra ha fatto con l’Evolve3 85, bisogna contestualizzare. L’Evolve2 85 — il modello che sostituisce direttamente — era già considerato il riferimento assoluto nel segmento UC (Unified Communications): 10 microfoni, boom mic retraibile, ANC discreto, autonomia generosa. Era però inequivocabilmente una cuffia da ufficio. Lo si capiva al primo sguardo, e il braccio del microfono che sporgeva davanti alla bocca rendeva chiaro a tutti che eri in una call.

L’Evolve3 85 elimina tutto questo. Non c’è più il boom arm. Non c’è più il look da centralinista. Al suo posto c’è un design over-ear che pesa 220 grammi — il 23% in meno rispetto al predecessore — con padiglioni rivestiti in tessuto traspirante invece della classica similpelle, e un profilo laterale ridotto del 35% che permette di ripiegarla in una custodia che si potrebbe scambiare per vuota. È una trasformazione radicale di forma e di sostanza.


Il cuore della bestia: ClearVoice AI e il problema del microfono boomless

La vera scommessa dell’Evolve3 85 è tecnica prima che estetica: eliminare il boom arm significa rinunciare all’unico strumento che garantiva da decenni la cattura vocale ravvicinata, con tutto il vantaggio che questo comporta in termini di rapporto segnale-rumore. Come si risolve? Con software.

Jabra ha sviluppato ClearVoice, un sistema di microfoni boomless basato su una rete neurale profonda addestrata su oltre 60 milioni di frasi reali. Non 60 milioni di parole: frasi complete, il che fa una differenza sostanziale perché consente al modello di imparare il contesto e il ritmo naturale del parlato umano, non solo i singoli fonemi. Dietro a tutto questo c’è il know-how di GN Hearing, la divisione del gruppo GN che produce apparecchi acustici: un patrimonio di intelligenza artificiale applicata all’audio medico che viene qui trasferito al mondo consumer/enterprise. Il risultato dichiarato è un tasso di cattura vocale del 96% in ambienti rumorosi, che sale al 99% in open space tipici da ufficio.

Nella pratica, il sistema funziona su sei microfoni distribuiti nei padiglioni — invisibili dall’esterno — che lavorano in sinergia con gli algoritmi di filtraggio. Ho testato la qualità del microfono in diversi scenari: in un ufficio open space con il rumore di ventilatori e tastiere, in un bar affollato, e in strada con traffico di media intensità. In tutti e tre i contesti, gli interlocutori riferivano di sentirmi in modo cristallino, senza percepire rumori di fondo. Non è magia, è ingegneria del segnale seria: la neural network impara a isolare la voce dell’utente dalla firma acustica dell’ambiente, e lo fa in modo adattivo. Il livello di pulizia vocale è genuinamente straordinario, superiore a qualsiasi soluzione consumer che abbia mai provato, e paragonabile — e spesso superiore — a headset con boom arm fisico di fascia analoga.

C’è un avvertimento onesto da fare: in ambienti estremi, con bambini che urlano a pochi centimetri o una lavatrice a pieni giri in un ambiente risonante, il sistema mostra i suoi limiti. Il rumore viene attenuato moltissimo, ma non eliminato completamente. Nessuna cuffia riesce a fare miracoli in queste condizioni, ma vale la pena saperlo prima di aspettarsi perfezione assoluta in ogni scenario.


L’ANC adattivo: la caratteristica che pochi fanno notare, ma che cambia tutto

La cancellazione attiva del rumore in entrata — quella che protegge le vostre orecchie dall’ambiente circostante — è denominata Jabra Advanced ANC, ed è adattiva: si calibra in tempo reale in base all’isolamento fisico fornito dal padiglione e alle caratteristiche acustiche dell’ambiente. Fin qui, niente di nuovo. Quello che invece distingue l’Evolve3 85 dalla quasi totalità dei prodotti concorrenti, incluse soluzioni consumer premium, è che l’ANC rimane attivo durante le chiamate.

Sembra un dettaglio, ma non lo è. La maggior parte degli headset — compresi molti da migliaia di euro — disattiva o riduce drasticamente la cancellazione del rumore nel momento in cui si avvia una chiamata, perché la pipeline di processamento del microfono e quella dell’ANC condividono risorse computazionali. Jabra ha evidentemente risolto questo problema a livello hardware e firmware, mantenendo entrambi i sistemi attivi simultaneamente. Per chi lavora in open space rumorosi e passa ore al giorno in videoconferenze, questa singola caratteristica vale da sola buona parte del prezzo.

L’efficacia complessiva dell’ANC è buona, non straordinaria su scala consumer. Sulle basse frequenze — il rombo di treni, aerei, condizionatori — lavora molto bene. Sulle alte frequenze e sui rumori impulsivi è meno efficace rispetto alla concorrenza diretta di Sony e Bose, che in questo specifico ambito restano imbattibili. Ma il contesto d’uso cambia la valutazione: un ufficio tipico ha prevalentemente frequenze medie e basse, e per quello l’Evolve3 85 è più che adeguato.


Design, ergonomia e portabilità: la svolta stilistica

L’aspetto fisico di questo headset è, probabilmente, la cosa che più sorprende al primo contatto. I padiglioni in tessuto respirante danno una sensazione di qualità autentica, distante anni luce dai rivestimenti in similpelle gommosa degli headset precedenti. Dopo una giornata intera di utilizzo — diciamo 8-10 ore con sessioni di ascolto musicale e chiamate alternate — le orecchie non sudano eccessivamente, un problema cronico con qualsiasi over-ear chiuso.

Il sistema di regolazione dell’archetto è fluido, l’azione di pieghevolezza dei padiglioni è precisa e senza slop, e la custodia inclusa è sorprendentemente compatta: ripiegata, l’Evolve3 85 scivola in una pochette che ha uno spessore di circa 22 millimetri. Chi ha usato le custodie bulky degli headset professionali precedenti non riuscirà a credere ai propri occhi.

I controlli fisici — e qui Jabra va controcorrente rispetto alla tendenza general-consumer dei controlli touch — sono pulsanti classici. Volume, play/pause, mute, ANC e il tasto dedicato Microsoft Teams sul padiglione destro. Il tasto di accensione e l’ANC sono sul lato sinistro. La logica è deliberata: in ambienti professionali, i controlli touch creano troppi falsi positivi quando ci si tocca i padiglioni involontariamente. I pulsanti fisici sono più lenti da imparare ma molto più affidabili. C’è anche il busylight a 360°, il classico LED rosso che segnala ai colleghi fisicamente presenti che sei in chiamata — una feature tipicamente enterprise che qui è stata resa discreta e disattivabile tramite app.

La porta USB-C è presente ma solo per la ricarica: non c’è supporto per l’ascolto cablato, una scelta che alcune professioni potrebbero trovare limitante ma che semplifica il design complessivo.


Connettività e codec: Bluetooth 5.4 con LC3

La connettività wireless si basa su Bluetooth 5.4 — una delle prime implementazioni in assoluto su un headset professionale — con supporto al codec LC3 (Low Complexity Communication Codec), lo standard ufficiale di Bluetooth LE Audio. LC3 è progettato per offrire qualità audio superiore a SBC con latenza ridotta e maggiore efficienza energetica: in pratica, permette di trasmettere audio ad alta fedeltà consumando meno batteria. Viene affiancato da SBC e AAC per retrocompatibilità con dispositivi che non supportano ancora LC3.

Non c’è supporto per aptX o aptX HD, né per LDAC: chi cerca la massima qualità audiofila in streaming wireless troverà questa una limitazione concreta. Va però ricordato che il target di questo headset è la produttività e la chiarezza vocale, non l’ascolto critico. Il range Bluetooth dichiarato arriva a circa 30 metri, ma nei test indoor con ostacoli architettonici i risultati variano, con occasionali micro-interruzioni segnalate da alcuni utenti in mobilità urbana ad alta densità di reti wireless.

Il pacchetto include un adattatore USB Bluetooth pre-accoppiato che garantisce connettività stabile e bassa latenza con il PC — una caratteristica essenziale per chi fa video editing o partecipa a call con requisiti di sincronizzazione audio stretti. Supporta il dual connectivity, mantenendo connessioni simultanee a computer e smartphone, con switching automatico gestito dall’headset stesso.


Autonomia: i numeri sono reali

Jabra dichiara 120 ore di riproduzione musicale con ANC spento, e 55 ore con ANC attivo. Per le chiamate: 25 ore senza ANC, 21 ore con ANC. Sono cifre che, nel corso del testing prolungato, si sono rivelate sostanzialmente accurate. Con una settimana di lavoro ibrido — diciamo 6-7 ore al giorno tra chiamate e ascolto musicale, con ANC sempre attivo — non sono mai arrivato sotto il 20% di batteria prima di dover ricaricare.

La ricarica rapida è genuinamente rapida: 10 minuti di cavo restituiscono 10 ore di autonomia. La versione con charging pad wireless (inclusa nella configurazione premium che ho testato) aggiunge ulteriore comodità: posare l’headset sul pad a fine giornata è sufficiente per trovarlo carico la mattina successiva. È un dettaglio che sembra superfluo fino a quando non diventa parte della routine.

Aspetto degno di nota sul fronte della sostenibilità: la batteria è sostituibile dall’utente. In un mercato dove quasi tutto è saldato o incollato, questa scelta — parzialmente dettata dalla normativa europea sulla riparabilità dei dispositivi — è genuinamente apprezzabile e prolunga significativamente la vita commerciale del prodotto.


Qualità audio musicale

È il punto dove l’Evolve3 85 mostra con più chiarezza la sua natura ibrida tra mondo professionale e consumer. I driver da 30 mm — più piccoli dei 40 mm dell’Evolve2 85 e di quanto si trova tipicamente su cuffie consumer di questa fascia di prezzo — producono un suono equilibrato, con medi e alti ben definiti e una firma acustica onesta e non colorata. I bassi sono presenti ma non profondi e sono probabilmente l’unica cosa che vi mancherà di un paio di cuffie più Audio Oriented. Su generi elettronici o hip-hop con sub-bass prominente, infatti, manca quel peso fisico che cuffie come le Sony XM6 o le Bose QC Ultra 2 riescono a restituire con naturalezza.

La modalità Spatial Sound, attivabile via app, aggiunge una percezione di ampiezza che rende le videoconferenze meno claustrofobiche e l’ascolto musicale più arioso, ma non trasforma l’headset in qualcosa che non è. L’equalizzatore a 5 bande nell’app Jabra Plus permette aggiustamenti, e con un po’ di boost attorno ai 60-80 Hz si ottiene qualcosa di più soddisfacente per l’ascolto musicale, senza però stravolgere la firma di base.

Il confronto con le Sony WH-1000XM6 o con Bose QC Ultra 2 su repertorio musicale purtroppo però è impietoso: l’Evolve3 85 perde in estensione in frequenza, dinamica e coinvolgimento. Ma fare questo confronto è anche parzialmente fuorviante, perché le priorità del progetto sono diverse. Dove l’Evolve3 85 vince su qualsiasi consumer headphone — anche i più costosi — è nella qualità del microfono, nella stabilità della connessione enterprise, e nell’integrazione con le piattaforme UC. Chi ha bisogno di entrambe le cose — lavoro e musica — troverà qui il miglior compromesso disponibile sul mercato. Chi privilegia l’audio musicale puro e fa poche chiamate probabilmente neppure arriverà a considerare queste cuffie. Ma questo confronto ci lascia anche l’amaro in bocca, cosa avrebbe potuto realizzare Jabra se fosse rimasta nel mercato audio, magari con una gen 2 delle nostre amatissime Elite 85?: purtroppo non lo sapremo mai.


Software e ecosistema: Jabra Plus, le lacune e le promesse

L’app Jabra Plus è disponibile su iOS e Android e permette di personalizzare l’EQ, gestire le connessioni, configurare il busylight, abilitare la spatial audio e aggiornare il firmware. È funzionale e discreta, lontana dalla bloatware tipica di altri produttori. Il punto critico, riconosciuto anche da Jabra stessa, è l’assenza al lancio dell’app desktop: chi lavora prevalentemente da PC deve arrangiarsi con la versione mobile o con il software legacy Jabra Direct. La versione desktop di Jabra Plus è prevista nel corso del 2026, ma è una lacuna che pesa soprattutto per gli amministratori IT di grandi aziende.

Sul fronte enterprise, la piattaforma Jabra Plus Management consente il deployment centralizzato, la configurazione remota e gli aggiornamenti firmware su flotte di dispositivi — una caratteristica imprescindibile per le aziende che gestiscono centinaia o migliaia di headset. La certificazione per Microsoft Teams, Google Meet e Zoom è completa, così come quella Intel vPro per i PC aziendali supportati.


Il nodo del prezzo: dove si posiziona davvero

L’Evolve3 85 nella configurazione con charging pad costa €569 in Europa (£495 nel Regno Unito, $649 negli Stati Uniti nella versione wireless charging). È una cifra che lo mette direttamente in competizione con Sony WH-1000XM6 (circa €380-420), Bose QuietComfort Ultra 2 (circa €449) e AirPods Max 2 (€549). Il posizionamento è deliberato: Jabra vuole che questo sia percepito come un’alternativa agli headset consumer premium, non come un prodotto di nicchia aziendale.

Il trade-off è chiaro: paghi di più rispetto ai concorrenti consumer per avere il microfono migliore della categoria, una gestione enterprise robusta, l’integrazione UC certificata, e un’autonomia difficilmente eguagliabile. Accetti in cambio una qualità audio musicale inferiore ai rivali, un’app mobile che per ora fa le veci di quella desktop, e un’ANC meno impressionante sulle alte frequenze. Ora se questa scelta di marketing sia giusta, lo deciderà il mercato. Del resto non può che essere una scelta del tutto personale collegata alla propria attività decidere se privilegiare l’aspetto musicale/sonoro, o quello della qualità microfonica.

Se dovessi dare un consiglio, oserei dire che per un professionista che trascorre 3-5 ore al giorno in videoconferenze e vuole una sola cuffia per lavoro e tempo libero, il prezzo è giustificabile. Del resto le rinunce in ambito audio, non sono così marcate. Ma per chi usa la cuffia principalmente per la musica e fa poche chiamate, i €569 potrebbero sicuramente essere spesi meglio altrove.


Tabella delle specifiche principali

CaratteristicaJabra Evolve3 85
TipoOver-ear, closed-back
Driver30 mm
Peso220 g
Bluetooth5.3/5.4, LC3, AAC, SBC
Microfoni6 (array boomless) + sistema ClearVoice AI
ANCAdaptive, attivo anche in chiamata
Autonomia musica120 h (ANC off) / 55 h (ANC on)
Autonomia chiamate25 h (ANC off) / 21 h (ANC on)
Ricarica rapida10 min = 10 ore
Ricarica wirelessSì (con charging pad)
Batteria sostituibile
Codec audioSBC, AAC, LC3
CertificazioniTeams, Zoom, Google Meet, Intel vPro
Prezzo EU (con pad)€569

Commento finale

L’Evolve3 85 è il prodotto che dimostra come Jabra abbia usato gli anni di relativo silenzio sul mercato consumer per ripensare radicalmente cosa può essere una cuffia professionale. Il risultato è un headset che finalmente non si vergogna del contesto in cui vive: leggero, bello, con una tecnologia vocale che non ha rivali nella categoria, un’autonomia praticamente illimitata per un ciclo lavorativo settimanale, e un design che si adatta tanto alla sala riunioni quanto alla commute in metro.

Le limitazioni esistono e sono reali: la qualità audio musicale non regge il confronto diretto con Sony e Bose sullo stesso piano di prezzo e l’ANC in ambienti molto rumorosi di alta frequenza non è il migliore della classe. Ma queste sono critiche che emergono dal confronto con prodotti diversi per DNA e obiettivo.

Se la domanda è “qual è il miglior headset per chi vive di call e videomeeting, e vuole poterlo usare anche fuori dall’ufficio senza sembrare un centralinista?”, la risposta al momento è una e soltanto una: Jabra Evolve3 85.

Subnautica 2, oltre 4 milioni di copie in cinque giorni di Early Access

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C’è un oceano alieno che nel giro di pochi giorni ha già inghiottito oltre quattro milioni di esploratori: il merito è di Unknown Worlds Entertainment, che ha appena comunicato i nuovi, clamorosi numeri dell’accesso anticipato di Subnautica 2.

A meno di una settimana dal lancio, il survival oceanico ha piazzato più di quattro milioni di copie. Il ritmo con cui sono arrivate le vendite dà la misura di un’attesa trasformata subito in acquisto. Un milione di copie è stato bruciato nella prima ora di disponibilità; le due milioni sono state raggiunte nell’arco di dodici ore. Numeri che, per un titolo ancora in Early Access, disegnano un debutto di rara potenza commerciale, alimentato dalla reputazione del franchise e da un passaparola immediato.

La reazione di Unknown Worlds

Fernando Melo, produttore esecutivo di Subnautica 2, non ha nascosto l’entusiasmo del team: “Siamo incredibilmente grati per la risposta dei giocatori di tutto il mondo – ha dichiarato in una nota ufficiale –. Vedere milioni di persone immergersi in questo nuovo mondo durante l’Early Access è stato un momento incredibile per il team. Il feedback della comunità sta contribuendo attivamente a plasmare il futuro del gioco, e siamo entusiasti di continuare a costruire l’esperienza insieme ai nostri giocatori”.

Parole che ribadiscono la natura partecipativa del percorso in accesso anticipato. Non un semplice rodaggio tecnico, ma un cantiere aperto in cui le segnalazioni e i desideri della community hanno già un peso concreto sulle priorità di sviluppo.

Dove giocare Subnautica 2

L’accesso anticipato è scattato il 14 maggio su Xbox Series e PC, con distribuzione via Steam, Epic Games Store e Microsoft Store. A rendere ancora più fluido l’afflusso di giocatori nelle prime ore ha contribuito l’inserimento nel catalogo Game Pass, scelta che ha ampliato la base installata senza attriti d’ingresso.

Con questi numeri, Unknown Worlds si trova ora con una platea enorme e un percorso di sviluppo che corre in parallelo all’ascolto della propria utenza. La rotta per i prossimi mesi è tracciata: aggiungere strati di contenuto senza tradire quell’equilibrio tra meraviglia e tensione che ha reso Subnautica un punto fermo del genere survival.

Polymarket: cos’è, perché è esploso e perché è uno dei casi più controversi del 2026

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Negli ultimi mesi è diventato impossibile leggere un articolo di geopolitica, sport o tecnologia senza imbattersi nel nome Polymarket. La piattaforma è finita ovunque: sulla maglia della Lazio, nei trafiletti del Wall Street Journal, nei rapporti dell’FBI, nei dibattiti su Twitch riguardo alla manipolazione dei sondaggi, persino sulle pagine di cronaca per via di un sensore meteorologico francese manomesso con un asciugacapelli a batteria.

In pochi anni un progetto crypto nato in piena pandemia si è trasformato in uno dei fenomeni più discussi del mondo digitale, capace di muovere miliardi di dollari e di anticipare — talvolta sospettosamente — operazioni militari, decisioni politiche e premi internazionali. Vale la pena capire bene di cosa stiamo parlando, perché è esploso e quali sono i lati più inquietanti della vicenda.

Cos’è Polymarket

Polymarket è una piattaforma di prediction market decentralizzata costruita sulla blockchain Polygon. Tradotto: è un mercato in cui chiunque può comprare e vendere quote sull’esito di eventi futuri reali, pagando in criptovaluta (in genere USDC, la stablecoin ancorata al dollaro emessa da Circle).

Il funzionamento ricalca quello di una piccola Wall Street della probabilità. Ogni mercato ha due esiti possibili — sì o no — e le quote si muovono in tempo reale tra 0 e 1 dollaro in base agli scambi degli utenti. Una quota a 0,70 indica che il mercato attribuisce a quell’evento una probabilità implicita del 70%. Se l’esito si verifica, la quota paga 1 dollaro; in caso contrario, vale zero.

A differenza di un bookmaker tradizionale, non esiste un banco che fissa le quote: i prezzi emergono dall’incontro tra domanda e offerta degli utenti, come in una borsa. La risoluzione dei mercati avviene tramite oracoli on-chain (in particolare UMA), che dovrebbero certificare in modo neutrale cosa è realmente accaduto.

Si può scommettere praticamente su tutto: elezioni, conflitti armati, decisioni della Federal Reserve, prossimo attore a interpretare James Bond, vincitori dell’Eurovision, temperatura massima registrata in un aeroporto, persino il ritorno di figure religiose. Nessun bookmaker tradizionale offrirebbe mercati simili.

Perché Polymarket è diventato un fenomeno mondiale

Il vero momento di consacrazione arriva con le elezioni presidenziali americane del 2024. Mentre i sondaggi tradizionali davano Kamala Harris in vantaggio o in pari con Donald Trump, le quote di Polymarket assegnavano da settimane una probabilità di vittoria nettamente superiore al candidato repubblicano. Il risultato finale ha dato ragione al mercato, non ai sondaggisti. È bastato per trasformare la piattaforma in un riferimento mediatico globale, citato da CNN, Financial Times e New York Times praticamente in tempo reale.

Da lì in poi la crescita è stata esponenziale. Nel 2025 i volumi annuali si sono avvicinati ai 40 miliardi di dollari. ICE, la società madre della Borsa di New York, ha investito 2 miliardi di dollari valutando Polymarket circa 9 miliardi, ed è subentrata anche 1789 Capital — fondo legato a Donald Trump Jr., che siede inoltre nell’advisory board della piattaforma.

L’integrazione con X (l’ex Twitter) ha completato il quadro: oggi le quote di Polymarket appaiono accanto alle notizie virali, alimentando un loop tra informazione, scommessa e percezione collettiva. Per molti utenti la piattaforma non è più (solo) un sito di scommesse: è una sorta di “oracolo del futuro”, uno strumento di analisi della realtà.

Almeno, questo è il racconto ufficiale. La realtà, come spesso accade, è parecchio più complicata.

I lati oscuri: insider trading, manipolazione e conflitti d’interesse

Una piattaforma che permette di scommettere anonimamente — non sono richiesti controlli di identità per la maggior parte degli utenti — su eventi che vanno dalle guerre ai cessate il fuoco, dalle nomine ministeriali alle catture di leader stranieri, è un terreno perfetto per chi dispone di informazioni riservate. E i casi sospetti, ormai, non si contano più.

A gennaio 2026 il sergente delle forze speciali americane Gannon Ken Van Dyke, di stanza a Fort Bragg, è diventato il primo imputato della storia di Polymarket. Aveva puntato 33mila dollari sulla rimozione di Nicolás Maduro entro il 31 gennaio, incassandone oltre 400mila. L’accusa: aver scommesso conoscendo in anticipo i dettagli dell’operazione militare che avrebbe portato alla cattura del presidente venezuelano.

Ad aprile 2026, secondo un’inchiesta del New York Times, oltre 150 account hanno iniziato improvvisamente a scommettere su un attacco statunitense all’Iran nei giorni precedenti l’operazione del 28 febbraio. Sei conti anonimi hanno indovinato la data esatta, portando a casa più di 1,2 milioni di dollari. Uno degli stessi account ha poi guadagnato altri 163mila dollari scommettendo sul cessate il fuoco del 7 aprile, annunciato proprio quel giorno da Washington e Teheran.

A ottobre 2025 il comitato norvegese del Nobel ha aperto un’indagine su flussi anomali di scommesse legate al premio per la pace assegnato a María Corina Machado: nelle ore prima della proclamazione, un utente aveva puntato 70mila dollari sull’oppositrice venezuelana.

E poi c’è il caso surreale del sensore meteo di Parigi Charles de Gaulle: Météo-France ha presentato denuncia dopo che, in due distinte occasioni, la temperatura registrata era salita bruscamente per poi crollare in pochi minuti. Gli inquirenti ipotizzano che il sensore sia stato manomesso con un asciugacapelli a batteria. Su Polymarket, in entrambi i giorni, lo stesso account aveva piazzato — e vinto — scommesse sui picchi di temperatura per circa 34mila dollari.

A questi episodi si aggiunge il problema strutturale del conflitto d’interesse: Donald Trump Jr. è contemporaneamente investitore e consulente di Polymarket (e della rivale Kalshi), in un contesto in cui migliaia di mercati della piattaforma dipendono direttamente dalle decisioni dell’amministrazione presidenziale. La famiglia presidenziale ha anche lanciato Truth Predict tramite Truth Social, entrando formalmente nello stesso settore. Il senatore Bernie Sanders ha parlato apertamente di cleptocrazia, mentre il premio Nobel Paul Krugman ha definito “tradimento” il sospetto insider trading sui prezzi del petrolio legati alla guerra in Medio Oriente.

Esiste poi un problema più sottile, ma forse ancora più rilevante: la manipolazione dei prezzi tramite “whale”. Pochi soggetti con grandi capitali possono spostare in modo significativo la quota di un evento, facendolo sembrare più o meno probabile di quanto sia realmente, e influenzando di conseguenza la percezione collettiva. Quella che dovrebbe essere una piattaforma di “previsioni accurate” rischia di diventare una macchina di profezie autoavveranti, dove chi ha più soldi influenza non solo il prezzo, ma anche la narrazione mediatica costruita attorno a quel prezzo. Diversi ricercatori, citati da Bloomberg e dal Wall Street Journal, hanno inoltre sollevato dubbi sull’autenticità di una parte significativa dei volumi dichiarati, ipotizzando casi di wash trading.

C’è infine la questione disinformazione. I mercati predittivi funzionano meglio in condizioni di forte incertezza, e questo crea un incentivo strutturale ad alimentare l’incertezza stessa. L’account ufficiale di Polymarket su X, secondo Axios, ha più volte veicolato notizie infondate o non verificate, contribuendo a quella stessa nebbia informativa che la piattaforma sostiene di voler dissipare.

Polymarket in Italia: una storia normativa altalenante

In Italia la vicenda è particolarmente intricata. Il 22 ottobre 2025 l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM) ha inserito polymarket.com nell’elenco dei domini inibiti, ai sensi dell’articolo 102 del decreto-legge 104/2020 — la stessa norma usata per oscurare i siti di gioco d’azzardo illegale. Per ADM la questione è semplice: Polymarket offre scommesse a pagamento su eventi futuri, quindi rientra nel perimetro del gioco a distanza con vincita in denaro, e quindi necessita di una concessione che non possiede.

La piattaforma ha presentato ricorso al TAR Lazio, che a inizio novembre ha respinto la sospensiva. Poi, a sorpresa, il 15 dicembre 2025 ADM ha rimosso Polymarket dalla blacklist con un aggiornamento ufficiale, ripristinando l’accesso senza fornire spiegazioni pubbliche dettagliate.

Questo non equivale però a un’autorizzazione formale. Polymarket continua a non avere licenza italiana, e la stessa piattaforma include l’Italia tra i Paesi a “trading ristretto” insieme a Francia, Germania, Regno Unito, Svizzera, Australia, Belgio, Giappone e altri. In pratica: il sito è raggiungibile, ma le funzionalità di scommessa per gli utenti italiani sono limitate o non disponibili, e l’accesso potrebbe essere nuovamente revocato in qualsiasi momento.

Chi sceglie comunque di operare sulla piattaforma dall’Italia si espone a rischi concreti: assenza di tutela legale, nessuna copertura del Fondo di Garanzia, problemi di tracciabilità dei fondi rispetto alla normativa antiriciclaggio, esposizione fiscale sui guadagni non dichiarati e potenziali contenziosi con la propria banca su transazioni in stablecoin. È una differenza sostanziale rispetto a un operatore regolarmente autorizzato: chi gioca su un casino AAMS di SitiCasinoItalia.it opera all’interno di un perimetro normativo definito, con strumenti di gioco responsabile, limiti di deposito configurabili, protezione dei fondi e un’autorità di riferimento a cui rivolgersi in caso di controversie. Su Polymarket, in caso di problemi, non esiste un interlocutore italiano: la blockchain è trasparente sulle transazioni, ma è muta sulle responsabilità.

La partnership con la Lazio, diventata sponsor di maglia ad aprile 2026, ha aggravato la confusione. Il club biancoceleste ha chiarito — con tanto di parere positivo Agcom — che l’accordo riguarda esclusivamente la versione informativa del sito, non l’attività di trading. Ma per il tifoso medio la distinzione è sottile: vede il marchio, cerca il dominio, ci entra e si trova davanti a mercati su sport, politica e geopolitica internazionale. Da lì alla scommessa il passo è breve, anche se formalmente non dovrebbe essere possibile dall’Italia.

Quindi, come giudichiamo Polymarket?

Polymarket è uno dei fenomeni più interessanti — e più inquietanti — degli ultimi anni. Da un lato, è un esperimento affascinante: l’idea di trasformare l’aggregazione di informazioni in un meccanismo di prezzi è teoricamente potente e in alcuni casi ha dimostrato un’accuratezza superiore ai sondaggi tradizionali. Dall’altro, è un sistema strutturalmente vulnerabile a insider trading, manipolazione, conflitti di interesse politici e disinformazione, in un contesto regolatorio che procede a singhiozzo.

Per l’utente italiano la conclusione è abbastanza netta: Polymarket non è autorizzato a operare in Italia, lo stesso sito lo dichiara nelle sue restrizioni geografiche, e tentare di aggirare i blocchi tramite VPN o wallet crypto non offre nessuna tutela legale in caso di problemi. Capire come funziona, dal punto di vista tecnologico e culturale, ha senso. Usarlo come piattaforma di scommessa dall’Italia molto meno.

Il futuro dei prediction market è probabilmente ancora tutto da scrivere. Per ora, però, Polymarket somiglia più al Far West finanziario raccontato da Robert Reich e Paul Krugman che all’oracolo collettivo descritto dai suoi promotori. E come in tutti i Far West, chi ha il revolver più veloce — cioè le informazioni giuste al momento giusto — vince. Tutti gli altri pagano il conto.

Avatar – La leggenda di Aang 2, ecco il nuovo trailer ufficiale

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“Il Regno della Terra cadrà”, una minaccia che risuona secca e incombente nel trailer ufficiale della seconda stagione di Avatar – La leggenda di Aang.

L’appuntamento con i nuovi episodi su Netflix è fissato al 25 Giugno 2026, data in cui ritroveremo Aang e il suo gruppo alle prese con una missione ancora più delicata.

Toph Beifong entra in scena

Il cuore del filmato è tutto nell’incontro tra Avatar Aang, interpretato da Gordon Cormier, e la nuova arrivata Miyako nei panni di Toph Beifong. Il giovane protagonista non usa mezze misure per descriverla: «la più grande maestra del dominio della terra che abbia mai visto». E le sequenze d’azione le danno ragione, mostrando una Toph già perfettamente a suo agio nel ruolo di mentore, capace di impartire lezioni tanto brusche quanto indispensabili al dominio della terra.

Insieme al trailer, Netflix ha condiviso cinque scatti inediti che aiutano a inquadrare il tono della stagione. Si vede il gruppo allargato – con Kiawentiio Tarbell (Katara), Ian Ousley (Sokka) e Maria Zhang (Suki) – ma anche primi piani intensi di Dallas Liu (Zuko), Elizabeth Yu (Azula) e Daniel Dae Kim, che torna a vestire i panni del minaccioso Signore del Fuoco Ozai. Le foto dedicate a Miyako, in particolare, restituiscono bene la fisicità e l’attitudine di una Toph già entrata nella leggenda.

La strada verso Ba Sing Se

La sinossi ufficiale chiarisce cosa attende la squadra dopo la difesa della Tribù dell’Acqua del Nord:

«Nella seconda stagione, dopo un’amara vittoria durante la difesa della Tribù dell’Acqua del Nord dall’invasione della Nazione del Fuoco, l’Avatar Aang, Katara e Sokka si riorganizzano e partono per una missione: convincere l’elusivo Re della Terra ad aiutarli nella lotta contro il temibile Signore del Fuoco Ozai.»

Il percorso, insomma, si sposta verso il Regno della Terra e punta dritto a Ba Sing Se, con tutto il carico di intrighi politici e ostacoli che i fan della serie animata conoscono bene. L’adattamento live-action cerca di mantenere intatta quella miscela di avventura e crescita personale che aveva già convinto la critica nella prima stagione, descritta all’epoca come «una trasposizione degna, capace di aggiungere profondità materica alla lore e di catturare lo spirito dell’originale tracciando al contempo una strada autonoma».

L’evento di Los Angeles

Per scaldare l’attesa, Gordon Cormier e Miyako parteciperanno insieme ai produttori esecutivi Christine Boylan e Jabbar Raisani a un evento speciale a Los Angeles il primo weekend di giugno. Un’occasione per ascoltare retroscena e aspettative direttamente da chi ha dato corpo e voce ai nuovi episodi.

La seconda stagione di Avatar – La leggenda di Aang arriverà su Netflix il 25 giugno 2026, pronta a riportare il pubblico nel mondo plasmato dagli elementi con un capitolo che promette di scavare più a fondo nei legami tra i protagonisti e nella minaccia rappresentata dalla Nazione del Fuoco.

The Adventures of Cliff Booth, due settimane di esclusiva IMAX prima di Netflix

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David Fincher torna sul grande schermo e lo fa in grande stile, con una manovra distributiva che Netflix sta affinando ormai da qualche anno: The Adventures of Cliff Booth, il sequel spirituale di C’era una volta a Hollywood con Brad Pitt ancora nei panni del taciturno stuntman, avrà una corsa esclusiva di due settimane nelle sale IMAX a partire dal 25 Novembre. Poi, il 23 dicembre, il film approderà direttamente su Netflix.

Un percorso che riprende la formula già sperimentata con i sequel di Cena con delitto: una finestra cinematografica concentrata nel periodo prenatalizio, seguita dal debutto in streaming proprio a ridosso delle feste. La data IMAX, in realtà, era stata inizialmente riservata al nuovo adattamento delle Cronache di Narnia firmato Greta Gerwig, slittato però a febbraio 2027. Netflix ha così colto l’occasione per piazzare Fincher nello slot libero, regalando al regista un ritorno in sala che i cinefili aspettavano da oltre un decennio.

Fincher e il grande schermo

L’ultimo film distribuito in modo massiccio nelle sale da David Fincher resta L’amore bugiardo – Gone Girl, datato 2014. Da quel momento il regista ha lavorato stabilmente per Netflix, firmando serie di culto come Mindhunter e lungometraggi come Mank e The Killer. Quest’ultimo aveva beneficiato di un passaggio limitato in sala, ma per gli appassionati di cinema l’idea di rivedere Fincher su uno schermo IMAX, con tutta la potenza visiva che comporta, ha il sapore di un piccolo evento. E novembre segnerà proprio quel momento.

Come nasce il progetto

The Adventures of Cliff Booth nasce da un’idea originale di Quentin Tarantino, che in seguito ha però perso interesse nel dirigerlo, ritenendo il progetto troppo vicino ai territori già battuti nella sua filmografia. Brad Pitt ha allora portato la palla a Fincher, raccogliendo il benestare dello stesso Tarantino per portare avanti il film con un nuovo regista.

La storia segue Cliff Booth nella Los Angeles degli anni Settanta, in piena attività come “fixer” hollywoodiano. Leonardo DiCaprio, che in C’era una volta a Hollywood interpretava l’attore Rick Dalton, ha declinato la proposta di un piccolo ruolo di supporto. Al suo posto, con ogni probabilità, tornerà Timothy Olyphant nei panni di James Stacy, personaggio già apparso nel film originale. Il cast include anche Elizabeth Debicki, Scott Caan, Carla Gugino, Yahya Abdul-Mateen II, Peter Weller, Matt Groove, JB Tadena, Corey Fogelmanis e Karren Karagulian.

L’ultimo film di Tarantino e i progetti rimasti nel cassetto

Mentre il suo Cliff Booth rinasce sotto la regia di Fincher, Quentin Tarantino è ancora alle prese con la scrittura del suo decimo e – stando alla regola che si è dato – ultimo film. Una scelta che l’autore motiva con la volontà di chiudere una filmografia coerente e senza passi falsi. Proprio per questo ha lasciato cadere The Adventures of Cliff Booth: troppo simile ai lavori precedenti, ha spiegato, e meno interessante di qualcosa di ancora inesplorato.

Nel corso degli anni Tarantino ha accarezzato molti progetti poi abbandonati o rinviati a tempo indeterminato. C’è stato un film di Star Trek concepito insieme a J.J. Abrams nel 2017, un terzo capitolo di Kill Bill discusso a lungo con Uma Thurman, il prequel sui fratelli Vega intitolato Double V Vega – accantonato perché gli attori erano ormai troppo invecchiati per risultare credibili – un adattamento di Casino Royale con Pierce Brosnan mai decollato e persino un’idea per un film su Luke Cage nei primi anni Novanta, che avrebbe dovuto avere Laurence Fishburne come protagonista. Con il decimo titolo ancora in fase di definizione, il mondo del cinema resta in attesa di scoprire quale sarà l’ultimo colpo di uno dei registi più iconici della sua generazione.