Death Stranding: l’ultimo capolavoro imperfetto di Hideo Kojima

Articolo di · 31 Gennaio 2020 ·

Sono passati già diversi mesi dall’uscita di Death Stranding e finalmente, forse, le acque si sono calmate. Il solco tracciato dal titolo è profondo nel cuore di chi lo ha giocato e nel mercato videoludico.

Un’operazione di marketing mastodontica e ben congegnata ha preceduto l’arrivo di questo attesissimo titolo, che ha naturalmente spaccato in due critica e pubblico. Prevedibile, direte voi, e in effetti era stato ampiamente preventivato. Prima ancora che Death Stranding in sé, è proprio la figura di Hideo Kojima a dividere il mondo dei videogiochi.

Da una parte ci sono estimatori più o meno apertamente dichiarati, giocatori della Metal Gear Saga e fan del game director nipponico. Dall’altro, un’enorme fetta di utenti non riesce a non considerarlo ampiamente sopravvalutato, anche a causa dell’antipatia che intimamente provano per la persona, prima che per il creativo.

In effetti è innegabile che Kojima sia un caso unico nel nostro settore. Basta aver giocato un suo qualunque titolo dal primo Metal Gear Solid in poi per accorgersi della direzione personalissima che riesce a imprimere alle sue opere. Anche seguendolo su Instagram si può notare come il suo atteggiamento sia molto più simile a quello di alcuni grandi registi, come Quentin Tarantino, che ad altri grandi sviluppatori di videogiochi. Qui sotto possiamo vederlo assieme a Luca Guadagnino, regista italiano in visita negli studi di Kojima Productions.

Se il director è già una figura a suo modo divisiva, Death Stranding ha letteralmente spaccato il mondo dei videogiochi e generato innumerevoli discussioni. A partire dalle recensioni: il divario nei giudizi, la distanza tra i recensori nostrani e quelli d’oltreoceano, l’obbligo imposto di finire il gioco da parte del publisher. Death Stranding ci ha portato a mettere in discussione il concetto stesso di divertimento nei videogiochi.

Legami

Kojima, dopo la separazione da Konami, si è sentito perso, per sua stessa dichiarazione. Senza uno studio, un publisher o un team. Sapeva di voler continuare a creare videogiochi, ma doveva ripartire da zero. Ciò che lo ha aiutato sono stati i contatti umani instaurati in tanti anni di lavoro nel settore. Grazie a questi contatti ha potuto creare un nuovo studio, firmare un contratto con Sony, coinvolgere nel suo progetto un incredibile cast di attori.

Sul tema delle connessioni tra le persone Kojima ha voluto costruire Death Stranding. Il gioco si apre con la storia del bastone e la corda. Il director ha spiegato che questa è tratta da un autore giapponese di cui è un grande fan, Kobo Abe. In un racconto breve lo scrittore formula il concetto utilizzato in apertura di Death Stranding.

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“La corda, insieme al bastone, sono due dei più antichi strumenti dell’umanità. Il bastone per tenere lontano il male, la corda per tenere vicino il bene. Sono stati i nostri primi amici, di nostra invenzione. Ovunque ci fossero uomini, c’era la corda e c’era il bastone”

Mentre il bastone è un’arma, la corda è uno strumento che serve a collegare a noi le cose positive, stringere a noi gli oggetti utili. La stragrande maggioranza dei videogiochi si concentra sul bastone, sul tenere lontani i nemici; Death Stranding invece parla della corda.

L’opera di Kojima parla di legami e connessioni, prima di tutto in senso virtuale. Negli Stati Uniti che attraversiamo nei panni di Sam Porter Bridges dobbiamo riconnettere le persone: riconnetterle alla rete chirale, sì, ma anche riconnetterli umanamente, al nostro alter ego virtuale, Sam il grande messo, e agli altri abitanti di queste lande desolate. Ma Death Stranding parla di legami anche in senso fisico: riconnettere le persone costruendo infrastrutture che possano facilitare i trasporti e gli scambi.

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Comunità

La grande potenza comunicativa del gioco di Kojima sta tuttavia nella capacità di parlare al giocatore. Il gameplay si fa portatore del messaggio, prima ancora che la trama, e fa un’opera di riconnessione dei giocatori. Con lo scambio di like, con la condivisione di risorse, con i cartelli lasciati in giro: Hideo Kojima ha trasformato gli utenti di un videogioco single player in una comunità che si aiuta e che, in un modo strano, nuovo, virtuale e diverso, si vuole bene.

Ed è qui che Death Stranding esalta il medium videoludico. Al netto dei difetti indiscutibili (come le boss fight purtroppo penose), l’opera di Kojima è davvero, in un certo senso, rivoluzionaria. A molti non è piaciuto, anche all’interno della nostra redazione ha generato tanti dibattiti e resta per alcuni un titolo poco più che mediocre. Al di là del gusto personale però, bisogna riconoscere che l’avventura di Sam Porter Bridges ha effettivamente qualcosa di diverso.

In un mercato videoludico in cui sempre più gameplay è sinonimo di gunplay o di combat system, Death Stranding riduce al minimo lo scontro e lo rende a tutti gli effetti nocivo. Da una parte perché le armi che usiamo consumano il nostro sangue, dettaglio squisitamente poetico che suggerisce come la violenza ci prosciughi, ci renda meno umani. Dall’altra, ogni cadavere che creeremo andrà smaltito per evitare la creazione di altri crateri. Ogni vita è preziosa. Ogni essere umano può fare qualcosa per aiutare gli altri, può rendere migliore il mondo.

Tomorrow is in your hands

Questa è, in ultima analisi, la morale dietro Death Stranding. Un titolo che fa di “Tomorrow is in your hands” non solo uno slogan, ma un invito a essere persone migliori, nella vita di tutti i giorni, non solo dietro lo schermo. Perché in fondo ciò che conta è quello che lasciamo dietro di noi, per le prossime generazioni. Come Igor, l’addetto allo smaltimento di cadaveri che muore a inizio gioco. Ci ricorderemo di lui ancora giunti alla fine del viaggio, quando ci troveremo a usare ancora una volta le strutture che aveva costruito.

Death Stranding Drop Trailer - Death Stranding: l'ultimo capolavoro imperfetto di Hideo Kojima

Death Stranding è un titolo che non può e non deve piacere a tutti. Allo stesso modo è un gioco che per molti rimarrà sempre un “corriere simulator”, purtroppo (per loro). Dall’altro lato c’è però un’opera dal messaggio forte e chiaro, ma soprattutto diversa da tutto ciò che il mercato dei videogiochi aveva offerto fino a oggi. E questo aggiunge un valore e una profondità ulteriore al medium, che in futuro potrà, anche grazie a Hideo Kojima e Death Stranding, vedere sempre più varietà e qualità.

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