Ulteriori video verrano pubblicati a cadenza settimanale.
Per celebrare l’uscita di Monster Hunter: World Capcom ha pubblicato il primo episodio della serie “Monster Hunter: World – Making of“. Il video offre uno sguardo dietro le quinte e interviste con il produttore Ryozo Tsujimoto, il direttore esecutivo e artistico Kaname Fujioka e il regista Yuya Tokuda.
Il primo episodio della serie svela come è iniziato il progetto e l’ispirazione che ha indotto a portare il mondo dinamico e pulsante di Monster Hunter sulle console domestiche.
Ulteriori video verranno pubblicati settimanalmente, rivelando segreti che si celano dietro lo sviluppo del titolo, tra cui uno sguardo esclusivo degli studi di motion capture e degli studi audio utilizzati nella creazione del gioco, oltre a interviste con altri membri del team di sviluppo che forniscono ulteriori approfondimenti sul processo di progettazione di Monster Hunter: World.
L’esclusiva Microsoft, Sea of Thieves, non ha avuto riscontri positivi in questi giorni, in quanto i problemi tecnici della Closed Beta segnalati dagli utenti erano davvero tanti.
Per scusarsi Rare ha deciso di posticipare il termine della Closed Beta dal 29 al 31 gennaio.
Ricordiamo che Sea of Thieves sarà pubblicato il 20 marzo su Xbox One e Windows 10.
Probabilmente avete sentito nominare almeno una volta il titolo Monster Hunter, ma magari non vi siete mai interessati su che tipologia di gioco fosse e cosa avesse da offrire perché, semplicemente, non rispecchiava i vostri gusti videoludici. Da qualche mese, però, sentite continuamente parlare di un certo Monster Hunter World e non vedete altro che gameplay, trailer e beta di questo attesissimo nuovo capitolo. Al che, per curiosità e svariati altri motivi, siete intenzionati ad acquistarlo, ma tra voi e voi pensate: “Cavolo però, è la prima volta che mi avvicino a questo gioco. Che cos’è Monster Hunter?”
Ecco, noi siamo qui per spiegarvi tutto ciò che c’è da sapere su questa saga, così da non farvi cogliere impreparati quando sarete pronti ad iniziare questa epica avventura, magari in compagnia di altri amici anch’essi novizi.
Innanzitutto, come il titolo in sé recita, Monster Hunter è un gioco in cui dovete cacciare mostri di qualsiasi forma e dimensione, tra cui alcune creature decisamente bizzarre ed altre mastodontiche al punto da farvi rabbrividire. Insomma, la grande varietà mantiene il gameplay sempre interessante e ricco. Ma la domanda che sicuramente vi siete fatti è: “Ma per quale motivo devo cacciare?”.
Cacciare mostri di ogni sorta è divertente, ma giustamente ci deve pur essere una ragione per farlo. Bene, uno degli elementi chiave di Monster Hunter è il loot, nello specifico parliamo di armi ed armature cazzute. Ogni mostro che affrontate ha il suo set personale di armature ed armi, quindi una delle cose più emozionanti dopo aver finalmente sconfitto una creatura che non avete mai visto prima è il momento in cui ritornate alla fucina in città per scoprire come si presenta il set e quanto sono potenti le armi ottenute. Il gioco, quindi, è principalmente incentrato sul looting e sulla continua caccia di mostri per farmare oggetti sempre più forti. Qui entra in campo un altro elemento cardine della serie, quello che chiameremo il fattore “ripetitività” (non in senso negativo): cacciate un mostro, vi droppa una parte di equipaggiamento, decidete che quel set è incredibilmente figo e date il meglio di voi finché non lo avete completato. Perciò tornate in battaglia e combattete, combattete e combattete fino ad avere tutti i componenti che vi servono per craftare la vostra nuova scintillante arma o armatura.
Una goduria per chi ama questo genere di giochi, vero? Con il vostro nuovo equipaggiamento, poi, sarete pronti per affrontare altri mostri solo per trovare altri pezzi e via discorrendo, in una struttura ciclica riassunta in questo modo: caccia, depreda, fabbrica e caccia di nuovo. Non vi preoccupate: Monster Hunter offre centinaia di combinazioni di armi ed armature, pertanto anche i collezionisti più sfegatati avranno molto lavoro da fare e si sentiranno soddisfatti quando troveranno proprio quei pezzi che mancavano per raggiungere il loro obiettivo.
La caccia e il crafting, quindi, sono gli elementi principali che caratterizzano la serie. Ma in termini di gameplay vero e proprio, cosa accade durante i combattimenti e, più in generale, durante l’avventura? Innanzitutto, dovete sapere che i mostri del gioco non hanno barre della salute, perciò scordatevi i classici boss dei quali potete tenere sotto controllo la loro vita e capire quando siete sul punto di farcela. In Monster Hunter, infatti, dovete osservare attentamente i vostri bersagli: quando si indeboliscono, diventano più lenti, cominciano a sbavare ed eventualmente anche a zoppicare. Questi sono gli unici segni che vi daranno informazioni sullo stato della vostra preda e se siete vicini alla vittoria.
Per quanto riguarda le armi, ci sono 14 differenti tipologie tra cui scegliere, spaziando da spade semplici, scudi, spadoni e martelli fino a lance, asce, archi e mitragliatrici pesanti. Per ogni mostro che cacciate, ci sono molteplici varianti per la maggior parte delle armi (se non tutte), pertanto potete renderle uniche ed adatte alle vostre esigenze grazie alle tonnellate di opzioni.
Se vi siete già domandati se durante l’avventura sarete vincolati dalla vostra arma, sappiate che Monster Hunter non è un titolo basato sulle classi di personaggi. Quando date vita al vostro cacciatore (sì, potete crearlo e personalizzarlo come volete), non dovete anche scegliere l’eventuale classe ed arma sentendovi pertanto costretti ad adottare quello stile per tutto il gioco. Al contrario, iniziate l’avventura, prendete l’arma che più vi aggrada e se per caso in seguito vi accorgeste di aver fatto la scelta sbagliata, potete tranquillamente equipaggiare qualcos’altro di diverso.
Per usare altri armi, però, dovete per forza essere in un accampamento, perciò non potete semplicemente intercambiarle da un menu come accade nei classici RPG. Ognuna di esse è unica e cambia sensibilmente dalle altre: alcune sono lente ma più potenti, altre richiedono maggiore abilità per essere brandite correttamente ed altre ancora vi permettono di attaccare da lontano. Non c’è una tipologia migliore di un’altra, quindi siete liberi di scegliere le vostre letali amiche sulla base del vostro stile di gioco.
In merito alle missioni ed alle vostre battute di caccia, siete liberi di giocare in singolo o in compagnia fino ad un massimo di 3 amici, con i contenuti che “scalano” in base al numero di giocatori in partita. In ogni caso, se siete dei lupi solitari sappiate che potete affrontare il titolo senza alcun problema. Al massimo, alcune quest o mostri potrebbero risultare un po’ più difficoltosi, ma è tutto tarato alla perfezione in modo da adattarsi a qualsiasi tipologia di giocatore.
Se però sentite il bisogno di un piccolo aiutino ma non volete collaborare con altre persone (magari per una sfida personale tra voi e le bestie), non preoccupatevi: sono presenti anche dei compagni dalle sembianze feline controllati dall’I.A. e denominati Palico che vi daranno una mano nelle vostre scorribande. Hanno armature, hanno armi e possono offrire assistenza non solo combattendo, ma anche curandovi, piazzando trappole o distraendo le creature per permettervi un po’ di respiro. Inoltre, potete anche personalizzarli per dar loro il look che più vi aggrada. Insomma, se siete soli o con un altro giocatore potete farvi supportare da questi simpatici “gattini” quando volete.
Spostiamoci ora sugli oggetti utilizzabili nel gioco. I consumabili spaziano dalle semplici pozioni di salute e stamina, passando per intrugli in grado di curare l’intera squadra o conferire boost temporanei al danno fino a bombe e trappole per infliggere danni extra ai mostri. In Monster Hunter World, poi, fanno il loro debutto dei nuovi mantelli indossabili che forniscono alcuni bonus temporanei, tra cui l’abilità di nascondersi dalla vista dei mostri e la possibilità di volare per un breve periodo.
Insomma, c’è davvero tanto da fare in questo nuovo capitolo della serie così come c’è tanto altro da imparare, ma ciò che abbiamo riassunto in questa guida è la base essenziale che dovreste conoscere prima di gettarvi nella vastità di Monster Hunter World. Se amate i giochi dove bisogna farmare, farmare e ancora farmare per ottenere equipaggiamenti e quant’altro, il titolo di Capcom non vi deluderà assolutamente ma, anzi, si rivelerà incredibilmente divertente e soddisfacente sotto tutti i punti di vista.
Buona caccia, Hunters!
Volete dei consigli sulle armi migliori? Li potete trovare QUI.
Ubisoft ha svelato oggi qualcosa che sicuramente farà la gioia dei fan di South Park. South Park: Il Bastone della Verità sarà infatti acquistabile su PlayStation 4 e Xbox One dal 13 febbraio 2018, e stavolta in formato stand alone.
Questo pluripremiato gioco di ruolo sarà disponibile per la prima volta come titolo indipendente anche sulle console di nuova generazione. South Park: Il Bastone della Verità ha una classificazione PEGI: 18 e sarà acquistabile per circa30€.
South Park: Il Bastone della Verità, vincitore di numerosi premi come “Gioco dell’anno” nel 2014, porta i giocatori nei pericolosi campi di battaglia del parco giochi della quarta elementare, dove nascerà un giovane eroe, destinato a diventare il salvatore di South Park. Dagli autori di South Park, Trey Parker e Matt Stone, arriva un’epica missione per diventare i più fighi della città.
Equipaggiati con armi leggendarie per sconfiggere gnomi in mutande, hippy e altre forze del male. Trova il Bastone della Verità e guadagnati un posto accanto a Stan, Kyle, Cartman e Kenny come loro nuovo amico. Fallisci e sarai sempre ricordato come un vero perdente.
Massima comodità per lunghe sessioni di gioco e non solo.
La diatriba sulle cosiddette sedie da gaming è sempre abbastanza viva, tra chi sostiene che una normale poltrona da ufficio sia in grado di fornire lo stesso comfort spendendo una cifra significativamente minore e chi, invece, pensa l’esatto opposto per una serie di fattori. Indipendentemente dalle opinioni puramente personali che ognuno è libero di avere in questo discorso, una cosa è certa: sottovalutare la postazione su cui si passa la gran parte del tempo, per lavorare, studiare e naturalmente fare del sano gaming, è un errore imperdonabile. Errori di postura, dolori articolari ai polsi, alla schiena e al collo sono solo alcuni dei problemi cui potreste andare incontro. Abbiamo parlato in precedenti articoli dell’altezza del piano di lavoro, della necessità di sistemare con attenzione l’altezza del monitor e di quanto una tastiera o un mouse ergonomici possano contribuire in maniera decisamente importante alla piacevolezza di una sessione di gaming. E’ tuttavia nella sedia che dovreste investire la maggior parte del vostro budget, in modo da creare una postazione davvero ergonomica e con questa recensione vi forniremo i dettagli su due prodotti di punta del marchio numero uno nel mondo delle sedie ergonomiche da gaming: DXRacer.
La compagnia statunitense è stata fondata nel 2001 nello stato del Michigan e, ai tempi, aveva la produzione di sedili sportivi per auto di lusso come core business. Dal 2006, poi, la voglia di sperimentare ha portato l’azienda ad utilizzare il suo know-how in un settore in grande crescita come quello dei prodotti gaming e, soprattutto, degli eSports, quest’ultimo all’epoca praticamente agli albori. Nel corso degli anni, quello che era nato come un side project si è invece trasformato nell’attività principale della compagnia e in 12 anni di attività ha portato DXRacer a diventare il primo produttore al mondo di sedie da gaming, per prestigio del marchio, qualità dei prodotti e vastità dell’offerta, con corporate branch in praticamente tutti i continenti.
Il merito di questo successo va rintracciato in tre elementi essenziali che da sempre contraddistinguono il marchio DXRacer: design, ricerca e sviluppo ed alta qualità dei materiali utilizzati. Che sia il prodotto entry level o il più costoso della ampia gamma DXRacer, il livello di qualità è sempre altissimo.
In questa recensione ci occuperemo di ben due prodotti facenti parte della fascia alta dell’offerta della compagnia e che, ovviamente, metteremo anche a confronto: la DXRacer WORK (modello W0-NE, di colore nero/verde) e la DXRacer KING (modello K06-NW, di colore bianco/nero).
Prima di passare alla trattazione dei singoli prodotti, una piccola premessa. La scelta della sedia giusta dipende da diversi fattori: oltre a quello estetico, infatti, la giusta sedia da gaming, proprio per le sue funzionalità ergonomiche, va scelta principalmente in base all’altezza del suo utilizzatore e al peso. Di seguito nel nostro grafico potrete trovare le caratteristiche tecniche delle due sedie, che vi permetterà di orientarvi sulla più adatta a voi.
Come è possibile vedere dal nostro grafico comparativo, la principale differenza tra le due sedie riguarda il pubblico cui sono destinate. Mentre la DXRacer WORK è indirizzata a persone con altezza minima di 175 cm e peso massimo di 130 kg, la KING è indicata anche per chi ha una altezza tra i 160 cm e 195 cm e un peso anche considerevolmente più elevato, pertanto copre un range maggiore. L’altezza è, come dicevamo, uno dei fattori fondamentali per la scelta della sedia, in quanto per la migliore ergonomia possibile la vostra gamba dovrebbe formare un angolo di 90°, cosa che non accade quando si sceglie una sedia che, anche con la regolazione più bassa, è troppo alta, impedendovi pertanto di posare completamente la pianta del piede sul pavimento. Altra differenza che abbiamo notato è che per la WORK, il meccanismo di reclinazione “all’indietro” del sedile è attivabile con poca forza, mentre per la KING, studiata per persone con un peso maggiore, è necessaria decisamente più forza anche regolando il meccanismo sotto la seduta.
Confezione e montaggio
Per entrambe le sedie, il pacco è inviato con corriere (di solito DPD/Bartolini) direttamente dalla sede europea della compagnia. La confezione è decisamente generosa ed è inconfondibilmente segnata con il logo DXRacer su tutti i lati. All’interno sono contenute tutte le parti e gli accessori necessari per assemblare la sedia, imballati in sacchetti di plastica e alloggiati in appositi slot ritagliati nel polistirolo. Inoltre, sono inclusi anche una chiave a brugola utile a chiudere tutte le viti presenti e il foglietto con le istruzioni.
Il montaggio è decisamente semplice anche se è la vostra prima volta, ma per velocizzare un po’ i tempi l’aiuto di un amico potrebbe sempre esservi utile. Come potete vedere dal nostro filmato qui sotto, per assemblarla da soli abbiamo impiegato circa 25 minuti.
Entrambe le sedie, come accennato prima, dispongono di un meccanismo di regolazione della reclinazione, posizionato sotto la seduta, e di due leve: a destra per la regolazione dell’altezza del pistone a gas, a sinistra per bloccare il meccanismo reclinabile. Hanno inoltre lo stesso tipo di rotelle da 3 pollici adatto a diverse superfici, dure o morbide, che possono anche essere sostituite con altre rotelle tipo rollerblade che vantano un meccanismo di funzionamento a cuscinetto ancora più fluido e silenzioso.
DXRacer WORK
Come il nome stesso suggerisce, la WORK è una serie che pur mantenendo gli stilemi tipici delle sedie DXRacer è indirizzata a chi cerca una poltrona soprattutto per lavorare. L’elemento principale è l’unità multifunzionale installata sotto la seduta, che permette di regolare la forza necessaria per poter reclinare lo schienale. I materiali utilizzati sono la pelle sintetica di tipo PU di altissima qualità per l’intera sedia e una schiuma poliuretanica a freddo piuttosto rigida e molto poco soggetta a deformazioni anche dopo diversi anni di utilizzo.
Design e costruzione
Lo schema di colori della nostra DXRacer WORK è il nero/verde. Riprendendo l’aspetto di un sedile da corsa, presenta grandi imbottiture sia nella parte superiore dello schienale all’altezza delle spalle sia nella parte inferiore, che contribuiscono a fasciare piuttosto bene la schiena. La seduta è, invece, meno conformata e piuttosto piatta, con le due fasciature laterali più aperte, risultando adatta, quindi, anche a coloro che hanno un fondoschiena non proprio “a mandolino”. L’imbottitura della seduta inoltre è rigida anche rispetto ad altre sedie provate ed in particolare alla KING, che ci è sembrata decisamente più confortevole sotto questo aspetto.
Dal punto di vista del design, lo schienale della WORK è costituito da due parti. La struttura vera e propria, infatti, è rivestita da un secondo cuscino centrale, non rimovibile, che oltre a fornire una buona imbottitura nasconde anche il sistema di regolazione del cuscino lombare incluso nella scatola. In questo modo, quest’ultimo appare quasi integrato nella sedia, abbandonando così le antiestetiche “corde” presenti nella quasi totalità delle sedie da gaming. Per quanto riguarda il cuscino per la testa, invece, questo è dotato anche di due propaggini che sostengono le spalle.
In generale, quindi, pur con una seduta piuttosto rigida, il comfort della sedia WORK è elevatissimo e dal punto di vista del design ha davvero pochi rivali in circolazione. Come dicevamo, inoltre, la sedia è reclinabile fino a 120° e, appoggiandosi allo schienale, il sedile flette leggermente in modo da assumere una posizione più rilassante. La forza necessaria a reclinare lo schienale può essere regolata tramite una “manopola” posizionata sotto la seduta o addirittura bloccata tramite l’apposita leva sulla sinistra. Dal punto di vista del prezzo, la sedia ha un costo decisamente elevato, ben 399 euro, ripagato però da una qualità decisamente premium.
Aggiornamento: dopo quasi due mesi da questa recensione, il pistone a gas ha cominciato a dare qualche problemino, manifestatosi con un rumoroso “clack” ogni volta che ci si spostava anche leggermente sulla sedia. Il problema sembra sia dovuto ad un difetto di partita di alcuni pistoni utilizzati (un cuscinetto difettoso) e quindi ben noto alla compagnia. Segnalato il problema tramite email a DXRacer, in meno di quattro giorni il pistone era già stato consegnato gratuitamente dal servizio di assistenza. Altro punto a favore di DXRacer per l’ottima assistenza post vendita
DXRacer KING
Questa invece è la serie di lusso della compagnia ed offre il meglio della tecnologia attualmente disponibile. La sedia è rivestita con due diversi tipi di pelle sintetica: la parte principale è di tipo PU mentre gran parte degli inserti hanno una interessante trama simil fibra di carbonio in pelle sintetica di tipo PVC. Anche in questo caso, la sedia è imbottita con schiuma a freddo, ma la consistenza è decisamente più morbida rispetto alla versione WORK e ciò offre un comfort decisamente più elevato. La sedia dispone inoltre di tutte le funzionalità di reclinazione presenti sulla WORK, ma mentre in questa i braccioli hanno tre tipi di regolazione, nella versione KING le regolazioni disponibili sono quattro (4D): altezza, profondità e orientamento orizzontale (verso l’interno o verso l’esterno) a cui si aggiunge anche la possibilità di abbassare in avanti l’intero bracciolo.
Design e prova
Lo schema di colori della nostra DXRacer KING è il bianco/nero. Lo schienale risulta decisamente più ampio, merito anche della minore fasciatura laterale. L’imbottitura laterale dello schienale, come dicevamo, è rivestita con pelle di tipo PVC con una trama simil fibra di carbonio che conferisce alla sedia un look davvero eccezionale ed una bella lucentezza. Lo schienale della KING presenta i due classici fori della gran parte delle sedie da racing/gaming in circolazione utili per fissare il cuscino in dotazione, un modello classico senza le propaggini per la schiena presenti invece su quello della WORK. La seduta è molto ampia e presenta due imbottiture laterali più pronunciate rispetto all’altro modello. La principale differenza sta però nell’imbottitura generale, decisamente più morbida e confortevole ed in grado di risultare sempre molto piacevole anche dopo diverse ore di utilizzo nonostante l’ampio sostegno garantito. Altra differenza rispetto alla WORK è il sistema di regolazione del cuscino lombare: la KING presenta infatti le classiche corde di regolazione visibili sulle quali è possibile far scorrere il cuscino. Una soluzione sicuramente funzionale, ma di certo non elegante come quella della WORK.
Questa sedia, pur risultando nel complesso decisamente più comoda rispetto al modello WORK, è però molto più “resistente” per quanto riguarda il meccanismo reclinabile, richiedendo decisamente più forza per far basculare la sedia.
La poltrona in questione, inoltre, ha un costo leggermente superiore rispetto alla WORK, salendo a 419 euro, con un feeling di prodotto premium se possibile ancora maggiore rispetto alla sorella.
Commento finale
Le sedie DXRacer sono quanto di meglio oggi disponibile sul mercato. Ergonomia e design viaggiano di pari passo ed entrambi i prodotti sono realizzati con una altissima attenzione al dettaglio e alla qualità. Le due sedie, però, sono indirizzate a due tipi differenti di utenza e ciò è dimostrato anche dalle specifiche: la WORK per persone più alte e più leggere, la KING per persone con un’altezza media e un peso maggiore.
DXRacer WORK series
Grazie ad alcune soluzioni estetiche davvero azzeccate come l’assenza di antiestetiche guide per il cuscino lombare, ad una imbottitura di altissimo livello per lo schienale, la serie Work rappresenta il prodotto raccomandato per chi cerca una sedia che sia non soltanto comoda ed erogonomica, ma anche di design ed in grado di non sfigurare minimamente in una postazione mista gioco/lavoro.
DXRacer KING series
Se le vostre caratteristiche fisiche vi permettono di scegliere indifferentemente una delle due, il nostro consiglio è quello di lanciarsi sulla KING, che a parere di chi vi scrive, nonostante qualche dettaglio un filo sotto rispetto alla WORK, rappresenta sicuramente il top del produttore. In ogni caso siamo sicuri che anche scegliendo la WORK resterete ineccepibilmente soddisfatti.
Dragon Ball FighterZ ci aveva già colpiti in positivo al momento del suo reveal. Qualche mese più tardi, quando lo abbiamo potuto provare a Lucca, la sensazione si è corroborata: sembrava proprio il picchiaduro che aspettavamo da tempo, quello che i fan di Dragon Ball di tutto rispetto meritavano da anni. Perché sì, l’esperimento di Dragon Ball Xenoverse è stato interessante, supportato, ma se alla fine si è tornati al caro vecchio fighting game in 2D ci sarà pure qualche motivo.
I server di Dragon Ball FighterZ al momento (oggi è il day one) non sembrano particolarmente stabili. Ogni due per tre ci sbattono fuori, impedendoci di godere delle feature più importanti del titolo come vorremmo: quelle che ne giustificano l’acquisto nei mesi successivi alla pubblicazione ufficiale. Ma non è un problema: le avevamo già provate, anche durante la beta della settimana scorsa.
Quello che dovevamo invece vedere e tastare con mano erano i contenuti di Dragon Ball FighterZ nel dettaglio, per essere sicuri che il titolo non si riducesse a una spolverata di elementi belli da vedere per i fan della serie, ma poi inconsistenti nel gameplay. Beh, pericolo scampato: Dragon Ball FighterZ è uno dei picchiaduro più solidi e divertenti degli ultimi anni.
Tra Z e Super
Dragon Ball FighterZ è stato presentato come il gioco definitivo della serie Dragon Ball Z, ma le cose si sono evolute rapidamente (o erano già state progettate dall’inizio), in virtù dell’enorme successo che in Giappone ed in Occidente sta riscuotendo Dragon Ball Super. Davvero potevamo aspettarci che un picchiaduro non avesse nel suo roaster Goku Black, Zamasu, Lord Beerus e le trasformazioni in Super Sayan God Super Sayan? Anche dette più semplicemente Super Sayan Blue dal laconico Vegeta.
Del resto personaggi di Dragon Ball Super apparivano già in Dragon Ball Xenoverse 1 e 2 come contenuti più o meno aggiuntivi. Dal punto di vista della trama, tuttavia, Dragon Ball FighterZ non segue il nuovo anime e manga della serie, ma semplicemente Dragon Ball Z. In questo modo, ma molto più rapidamente del solito per fortuna, ripercorreremo i momenti più importanti della serie, con la Saga dei Sayan, di Namecc, del Torneo di Cell e infine di Majin Bu.
Per l’occasione, è stato realizzato dal creatore del brand anche un contenuto esclusivo proprio per Dragon Ball FighterZ. Si tratta della Trama degli Androidi con l’aggiunta di un personaggio inedito per la serie: Androide 21. Non vi faremo spoiler di sorta, e sicuramente il tutto non brilla per una trama da premio oscar, ma siamo sicuri che il boss finale del titolo vi colpirà di sorpresa. Non solo durante la battaglia, ma proprio a livello di ideazione del personaggio. Sempre che non ve lo siate spoilerato prima del lancio: male, in caso.
Semplice ma appagante
Dragon Ball FighterZ non presenta un livello mostruoso di difficoltà, né comandi così astrusi da richiedere mesi prima di essere assimilati adeguatamente. E’ un fighting game all’antica, ma pensato per un tipo di fruitore moderno, che non ha tempo né voglia per sentirsi frustrato da un gioco che ha pagato settanta euro. La curva di apprendimento per le mosse è rapida e indolore, lo dimostra un tutorial striminzito che dura pochi minuti e ci lancia direttamente in battaglia contro avversari potentissimi.
La gestione del personaggio è affidata naturalmente al nostro controller con cui impartire attacchi a distanza o ravvicinati, potenti o leggeri, ma soprattutto da due barre a schermo. Una indica la Salute, l’altra la Stamina: quest’ultima si compone di barre, necessarie per eseguire le potentissime mosse Super dei personaggi. Una mossa Super scatena il KI del personaggio in questione, e sarà più o meno potente a seconda di quante barre di energia avrete scelto di consumare (o avrete a disposizione) per lanciarla.
Ma la semplicità dei comandi non tradisce un titolo realizzato in modo superficiale. Per chi avrà tempo e voglia da dedicargli, Dragon Ball FighterZ può rivelarsi estremamente appagante, e una vera e propria sfida (soprattutto online). Ogni personaggio è diversa dall’altro, in un bilanciamento studiato davvero con intelligenza. E naturalmente ci sono guerrieri, come Lord Beerus ad esempio, che all’inizio vi faranno chiedere a voce alta: -Ma come diavolo si usa, questo? E cosa sa fare?-.
All’inizio le risposte non sono semplici, ma dopo aver trascorso il giusto tempo col personaggio ne svilupperete il potenziale latente: vi assicuriamo che ognuno di essi è forte in qualcosa, e che la strategia è uno dei punti forti del titolo. Soprattutto per via della battaglia a squadre.
Sei guerrieri in campo
Dragon Ball FighterZ permette scontri di 3 VS 3, online o contro l’intelligenza artificiale. Ogni giocatore controllerà quindi tre personaggi, che potranno avvicendarsi in campo in un certo ordine ma anche scambiarsi di posto (più o meno) in ogni momenti. Quelli che restano nelle retrovie possono aiutare gli eroi in campo mediante assist predefiniti. Iniziate a capire ora perché la strategia è un elemento molto importante di Dragon Ball FighterZ?
Le modalità di gioco, inoltre, non si fanno certo desiderare. La Modalità Storia presenta 3 archi narrativi predefiniti, non è molto longeva ma neppure inserita come mero contentino per i giocatori. E poi, avevate davvero voglia in fondo di ripercorrere l’ennesima volta la storia dall’arrivo di Nappa e Vegeta sulla terra?
C’è poi la Modalità Scontro Libero in cui affinare le proprie abilità contro il PC, e la modalità Multiplayer sia Online che in Locale. Come dicevamo all’inizio, i server di Dragon Ball non sono al momento la cosa più stabile del pianeta, ma comunque il comparto online, a fronte di modalità tutto sommato riciclate dai precedenti capitoli della serie, fa il suo dovere aumentando a dismisura la longevità del titolo.
Eccezionale, senza mezzi termini, il comparto grafico e tecnico realizzato da Bandai Namco. Dragon Ball FighterZ sembra il più bell’episodio dell’anime che si sia mai visto, e possiamo gustarlo giocando e combattendo in prima persona, sul televisore di casa.
Commento Finale
Se siete fan della serie Dragon Ball e amanti del genere picchiaduro, non c’è neanche bisogno di starci a pensare: uscite di casa e andate a spendere bei soldoni per portarvi a casa Dragon Ball FighterZ. Se il genere non vi attira molto, invece, forse dovreste ponderare l’acquisto: prima di ogni cosa il gioco è un solido fighting game, mentre a suo modo gli Xenoverse erano anche degli RPG con un minimo di missioni secondarie a variare l’offerta di gioco, e un comparto online/social più sviluppato. Siamo comunque di fronte al titolo di Dragon Ball più valido degli ultimi cinque anni, e ne siamo contenti.
Lo sviluppatore Atmos Games, in collaborazione con il publisher Armor Games Studios ha annunciato ufficialmente l’arrivo anche su PlayStation 4 e Xbox One di Pinstripe.
Il titolo, già disponibile su PC dallo scorso aprile, è un particolare adventure game che pone grande attenzione sul lato emotivo ed evocativo. Attualmente su Steam il gioco può contare su delle recensioni molto positive, il che lo rendono sicuramente un titolo da tenere d’occhio.
Pinstripe sarà distribuito esclusivamente in digitale. Su Xbox One il titolo sarà disponibile a partire dal 7 febbraio, mentre su PlayStation 4 arriverà con qualche giorno di ritardo, precisamente il 13 febbraio. Salvo sorprese, inoltre, il titolo dovrbbe essere venduto al prezzo di €14,99.
Notizia graditissima da tutti i cacciatori su console PlayStation.
Se siete tra coloro che hanno deciso di ordinare la versione digitale di Monster Hunter World dal PlayStation Store sappiate che potrete iniziare a scaricare il gioco già da oggi.
Il peso totale si attesta intorno ai 14,5 Gb ma basterà scaricarne circa la metà per poter avviare l’applicazione ed iniziare a muovere i primi passi nel nuovo titolo targato Capcom. Purtroppo, anche scaricando in anticipo il gioco si dovrà comunque attendere la mezzanotte del 26 per poter avviare il titolo.
Il peso di Monster Hunter World è tutto sommato contenuto, e siamo sicuri che questo permetterà a tutti i giocatori di poter scaricare il gioco in tempo per il lancio.
Capcom in contemporanea con l’uscita del gioco rilascerà una patch correttiva dal peso di circa 800 Mb che, tra le altre cose, permetterà di sbloccare funzionalità importanti quali la chat vocale ed il comparto multigiocatore del titolo.
Nell’attesa dell’uscita ufficiale vi ricordiamo che Monster Hunter World sarà disponibile su PlayStation 4 e Xbox One a partire dal 26 gennaio. Capcom è attualmente al lavoro sulla realizzazione della versione PC, che è prevista arrivare entro la fine dell’anno.
Oggi, Warhorse Studios e Deep Silver hanno pubblicato un nuovo video gameplay per Kingdom Come: Deliverance.
Il video mostra gli aspetti chiave di Kingdom Come: Deliverance, incluso il sistema di combattimento molto dettagliato. Per sopravvivere bisogna combattere in una terra desolata e devastata internamente che è, inoltre, invasa da forze straniere e dove le probabilità sono la chiave quando si prende parte ad una battaglia.
Il gioco offre una serie di approcci molto particolari che richiedono prudenza e che impongono ai giocatori di tenere gli occhi ben aperti.
Ricordiamo che Kingdom Come: Deliverance sarà disponibile su PS4, Xbox One e PC il 13 febbraio prossimo.
Gradita notizia per tutti i giocatori di Call of Duty WW2. Come riporta USGamer, oggi inizia l’evento gratuito “The Resistance“.
L’evento in questione sarà disponibile fino al 27 febbraio e permetterà ai giocatori di unirsi alla resistenza contro i Nazisti e di ottenere XP doppi in nuove modalità di gioco.
Inoltre il nuovo update aggiunge una serie di nuove modifiche che potete visionare sulla pagina ufficiale.
Per celebrare gli universi di Warcraft, StarCraft e Diablo.
Blizzard World è ora aperta al pubblico! La nuova mappa ibrida di conquista/trasporto è ambientata in un parco divertimenti che celebra gli universi di Warcraft, StarCraft e Diablo. Assalta i cancelli di Roccavento, goditi la Nexus Experience e scorta il carico attraverso altopiani, tragitti di fiancheggiamento e pericoli ambientali. Blizzard World è giocabile su PC, PlayStation 4 e Xbox One.
Oltre alla nuova mappa, abbiamo ingrandito la collezione di oggetti cosmetici con oltre 100 nuovi oggetti, tra cui modelli, spray, icone, emote e altro per tutti i 26 eroi. A partire da oggi potrai trovare questi oggetti nei Forzieri standard o sbloccandoli nella Galleria eroi durante tutto l’anno.
Mancano una manciata di mesi alla pubblicazione del gioco.
Da oggi e fino al prossimo 29 gennaio, sarà possibile provare in versione Closed Beta, Sea of Thieves, attesa esclusiva di casa Microsoft.
La Closed Beta in questione, permetterà agli sviluppatori di Rare di avere un feedback dalla comunità. Ma non è tutto in quanto Sea of Thieves supporterà la funzione Xbox Play Anywhere. In tal modo il gioco potrà con un solo acquisto esser giocato sia su Xbox One e sia su PC con Windows 10.
Ricordiamo che Sea of Thieves arriverà su Xbox One e Windows 10 il 20 marzo prossimo.
Pubblicato ad ottobre su Nintendo Switch, Wulverblade sbarcherà anche su PS4, Xbox One e PC, il 31 gennaio prossimo. Ma non è tutto, in quanto il gioco godrà di alcuni miglioramenti, quali: un framerate a 60 fps e la leaderboard online in tre nuove edizioni.
Al momento non ci è dato sapere se tali aggiunte riguarderanno anche la versione Switch del gioco.
Nonostante un avvio piuttosto turbolento e frettoloso, che a molti è sembrata più il tentativo un po’ improvvisato di Intel di rispondere al successo di Ryzen, la piattaforma X299 è più forte che mai soprattutto ora che il prezzo delle schede madre e dei processori Intel è cominciato a calare, può essere davvero interessante oggi passare alla nuova piattaforma HEDT.
Asrock che da un po’ di tempo oramai offre alcune delle soluzioni più interessanti sia per un ottimo rapporto qualità prezzo, sia per le soluzioni tecnologiche provate, ci ha permesso di provare due dei suoi prodotti mainstream dedicati proprio alla piattaforma X299: la X299 Killer SLI/AC e la Fatal1ty X299 Gaming K6, la prima offerta ad un prezzo di 267 Euro su Amazon la seconda a 261 euro.
Si tratta di due prodotti che si collocano nella fascia entry level, ma a ben vedere le caratteristiche offerte sono in linea con prodotti decisamente più costosi. In particolare poi, quella che dovrebbe essere la più costosa delle due, la Fatal1ty K6 è, come abbiamo segnalato, ora disponibile ad un prezzo allineato alla Killer SLI/ac che come il nome lascia intendere è dotata pero’ di un adattatore WiFI AC integrato.
Trattandosi di due schede davvero molto simili quanto a dotazioni tecniche e prestazioni, la presente recensione individuerà prima gli elementi comuni ad entrambe le schede per poi concentrarsi sulle differenze se esistenti, nel design e soprattutto nelle prestazioni.
Unboxing, contenuto della confezione e design
Killer SLI/AC – contenuto della confezione
• Quick installation guide, manuale, DVD driver e supporto, altro materiale cartaceo
• 1x pannello I/O e le viti per il fissaggio dei dischi m.2
• 4x cavi SATA 6Gb/s
• 1x connettore bridge 2-Way SLI
• 1x connettrore bridge 3-Way SLI
• 2x antenne WiFi
Fatal1ty Gaming K6 – contenuto della confezione
La Fatal1ty si mostra si dal box esterno come la versione più costosa tra le due prese in considerazione. Il box è infatti in rosso, più grande rispetto a quella della killer SLI e dotato di una maniglia per il trasporto nella parte superiore. Il contenuto è invece del tutto identico se si escludono le due antenne WiFi presenti nella KillerSLI e comprende:
• Quick installation guide, manuale, DVD driver e supporto, altro materiale cartaceo
• 1x pannello I/O e le viti per il fissaggio dei dischi m.2
• 4x cavi SATA 6Gb/s
• 1x connettore bridge 2-Way SLI
• 1x connettrore bridge 3-Way SLI
Design
Nei case moderni con ampie finestre in vetro temperato, anche l’estetica vuole la sua parte e ASRock in questo senso ha fatto un ottimo lavoro presentandoci due schede con una estetica sobria ma allo stesso tempo elegante. Entrambe le schede sono caratterizzate da un PCB con una colorazione completamente nero scuro opaco, ma mentre la Killer presenta una grande K in colore grigio che richiama il logo della serie, la Fatal1ty presenta un motivo a frecce in colore grigio che è ripreso anche dall’heatsink del chipset.
Entrambe sono dotate di illuminazione a led RGB che puo’ essere controllata attraverso l’apposito software ASrock RGB Led Utility. Si tratta di regolazioni davvero basilari, niente a che vedere con quanto offerto da Asus e Gigabyte sui loro prodotti concorrenti, ma è comunque qualcosa. La Fatal1ty, inoltre, presenta un rinforzo in acciaio su 3 slot PCexpress anziché su due come la Killer SLI.
Le schede sono ricche di connessioni ma per entrambe le dimensioni sono piuttosto compatte, e questo fa sì che il tutto sia un po’ troppo stretto, in particolare gli otto slot DRAM che supportano Ram DDR4 fino a 4400mhz, sono molto vicini al socket del processore e questo potrebbe essere un problema se si utilizza un dissipatore ad aria piuttosto ingombrante soprattutto sul lato destro.
Sempre dal punto di vista del layout le schede supportano fino a 3 dischi M.2 ciascuno con una banda di 32Gb/s: il primo è collocato subito sotto il socket del processore, il secondo tra la prima Pci Express x16 e la seconda, il terzo slot M.2 è invece posto tra la terza PCExpress e le ultime due.
Entrambe le schede sono dotate di 8 porte SATA e 5 fan header (tutti controllati da un chipset Nuvoton), due collacate nella parte alta destra della scheda, una di fianco alle DRAM a sinistra e le altre due in basso sulla destra. Due di queste sono espressamente dedicate alla pompa di un eventuale raffreddamento a liquido. Entrambe le schede dispongono di connettori per il collegamento di led RGB.
Sul pannello I/O sono presenti 4 USB 3.0, 2 porte USB 2.0, una porta USB 3.1 e una porta USB type-C, un pulsante Clear CMOS, i connettori per l’antenna Wi-Fi due ingressi PS/2 per tastiera la porta lan controllata da un chip Intel i219V e le porte audio.
Come dicevamo entrambe le schede, almeno stando allo street price cui vengono vendute nei principali store italiani, 233 per la Killer Sli e 266 per la Fatal1ty, sembrerebbero destinate alla fascia entry level dedicata al chipset X299, tuttavia le caratteristiche tecniche che vedremo di seguito e le ottime prestazioni soprattutto in overclock ne fanno una scelta eccellente se si ha in mente di realizzare una configurazione HEDT basata sul chipset x299, un chipset che ci accompagnerà, secondo i piani di sviluppo di Intel, almeno per un’altra generazione di processori.
Caratteristiche tecniche
Se dal punto di vista estetico le due schede differiscono davvero in pochissimi dettagli, dal punto di vista tecnico le differenze si azzerano completamente. Se si esclude infatti la presenza di un controller WiFI AC incluso nella Killer SLI (le cui prestazioni però non ci hanno entusiasmato) assente nella Fatal1ty, che però può vantare dalla sua la presenza di una doppia porta Gigabit Ethernet di Intel, le due schede hanno specifiche praticamente identiche come è possibile dall’immagine qui sotto.
Entrambe presentano infatti soluzioni tecniche che troveremo anche nelle schede di fascia alta del produttore come la Taichi X299 e la i9 e tra queste VROC (Virtual RAID On CPU), la tecnologia proprietaria e disponibile solo per dischi intel SSD, che permette di costruire sistemi RAID con linee PCIe derivanti dalla CPU e che supporta RAID 0, 1, 5, l’abbondante numero di connessioni: le due schede sono infatti dotate di ben tre connettori Ultra M.2 e tre connettori PCIe Gen3, due dei quali rinforzati in acciaio ed in grado di resistere anche alle sollecitazioni delle pesanti schede grafiche attuali.
Le due schede sono interessanti anche dal punto di vista strettamente tecnico. Dispongono infatti di un design a 11 fasi, dell’ HyperCLK Engine III, un generatore di clock esterno addizionale che supporta anche l’overclocking delle linee PCIe, Power Choke Premium da 60Amper in grado di garantire una più raffinata e precisa regolazione del vcore, Condensatori Nichicon 12K Black Caps, in grado di garantire 12000 ore di funzionamento ininterrotto rispetto alle tradizionali 10.000 utilizzate da altri produttori; Dr MOS design che implemente le ultime tecnologie SPS (Smart Power Stage) per monitorare assorbimento e temperatura di ciascuna fase al fine di offrire sempre la giusta potenza ai processori overcloccati e garantire la sicurezza dei vostri componenti.
Infine il sistema Digi Power, un sistema di modulazione digitale del voltaggio per il vCore più efficiente e più stabile rispetto alle soluzioni analogiche. Se si eccettuano le due fasi in più (13 contro 11) e i Power choke da 65A anziché da 60° delle schede di alta gamma di Asrock, ovvero la Gaming i9, la taichi x299 e la Professional Gaming i9, si comprende come le due fatal1ty e Killer, siano davvero un affare per chi intende crearsi una configurazione HEDT da overcloccare pesantemente. Tutte le citate caratteristiche garantiscono infatti, garantiscono buone capacità di overclock al sistema senza generare un calore eccessivo.
Nei grafici che seguono vedremo il comportamento delle due schede a confronto sia in benchmark sintetici che in ambito gaming concentrandoci in modo particolare sull’overclock del processore e della memoria RAM.
Dopo un periodo iniziale piuttosto confuso e le molte critiche ricevute, la piattaforma X299 sembra aver trovato la sua dimensione. Le due schede madre Killer SLI/ACFatal1ty Gaming k6, pur rappresentando l’offerta entry level del produttore per questa piattaforma, si caratterizzano per una dotazione completa e per prestazioni ottime in grado di mettere in difficoltà anche prodotti di fascia più alta, come la Gigabyte AORUS Gaming 7, la quale recupera soltanto nel nostro test di overclock grazie ad un numero di fasi maggiori. Entrambe le schede hanno prestazioni del tutto simili e si differenziano soltanto in piccolissimi particolari, come ad esempio la scheda wifi integrata per la killer SLI/AC e la doppia porta Ethernet per la Fatal1ty. Il nostro consiglio è pertanto di scegliere quella, di volta in volta, offerta al prezzo migliore su uno store di cui vi fidate. In entrambi i casi, se avete intenzione di assemblare un rig basato su questo chipset, non potreste fare scelta migliore.
A dare la lieta notizia e Cory Balrog di Sony Santa Monica in persona, che tramite le pagine del PlayStation Blog conferma ufficialmente l’arrivo di God of War su PlayStation 4 a partire dal 20 aprile 2018.
Ad accompagnare l’annuncio della data di uscita è stato pubblicato un nuovo, spettacolare trailer dedicato questa volta alla storia. Il trailer (per ora solo in inglese) illustra alcune delle motivazioni dietro il viaggio di Kratos e Atreus, senza lesinare su nuove sequenze d’azione. Un buon motivo per aumentare, se ancora ce ne fosse bisogno, ancor di più l’hype intorno al titolo.
Ma le novità non finiscono qui perchè sono state annunciate anche ben due edizioni speciali, oltre all’edizione digitale per il titolo!
La prima, svelata da Amazon qualche ora fa, è la Collector’s Edition.
Questa speciale edizione includerà:
La statuetta di Kratos e Atreus, alta circa 23 centimetri, realizzata a mano dal talentuoso staff di Gentle Giant
Una speciale mappa di stoffa
Una esclusiva Litografia
2 statuine incise dei fratelli Huldra, dettagliate esattamente come i loro personaggi in gioco.
Steelbook del gioco
Vari contenuti ed add-on digitali
La seconda, chiamata semplicemente Limited Edition, in italia sarà distribuita in esclusiva da Unieuro.
Al suo interno conterrà:
Steelbook del gioco
Uno speciale art book di Dark Horse
Alcuni add-on e contenuti digitali
La terza edizione speciale è quella digitale pre-ordinabile sin da ora dal PlayStation Store.
Questa edizione includerà:
Il leggendario Death’s Vow Armor Set per aumentare la tua forza e onorare la solenne promessa che dà il via al viaggio di Kratos e Atreus nelle terre norrene di Midgard e oltre
Il fumetto digitale di Dark Horse, numero 0 inizia a svelare la storia di Kratos, prima dell’inizio della sua missione con Atreus
Un esclusivo tema dinamico per PlayStation 4
Art book digitale Dark Horse con commento esclusivo degli sviluppatori
Ricordandovi ancora una volta che God of War sarà disponibile in esclusiva su PlayStation 4 a partire dal 20 aprile vi lasciamo al nuovissimo trailer pubblicato da Sony, godetevelo:
Nuova orizzonti si aprono per lo sviluppatore Ojiro Fumoto, che ha da poco reso noto, tramite il proprio profilo Twitter di essere stato assunto da Nintendo. Fumoto è il creatore di Downwell, particolare roguelike con elementi platform/shooter molto apprezzato dalla critica.
Dal momento che lo sviluppatore si è appena unito a Nintendo non si sa ancora su quale gioco o quale ruolo svolgerà all’interno dell’azienda nippponica. Non ci resta che attendere, magari in futuro potremo anche vedere un Dwnwell 2, chissà!
Un viaggio oscuro all’interno del Sanatorio Blackwood.
Il 2018 videoludico sembra promettere veramente bene, con grandi titoli blockbuster che ci accompagneranno durante tutto l’anno. Già dal mese di gennaio possiamo rendercene conto, essendo un mese veramente ricco di uscite; tra gli attesissimi Monster Hunter World e Dragon Ball FighterZ possiamo tranquillamente dire che ce n’è davvero per tutti i gusti.
Ma anche gli amanti del genere horror (tornato in auge negli ultimi anni) ed in particolare i possessori di PlayStaion VR avranno di che gioire grazie all’arrivo di The Inpatient, titolo in esclusiva PlayStation VR realizzato da SuperMassive Games, creatori dell’acclamato Until Dawn.
Gli sviluppatori, dopo aver realizzato e “testato” recentemente la tecnologia PlayLink con Hidden Agenda sono tornati sui propri passi, andando a realizzare proprio The Inpatient, nuovo esperimento, questa volta in VR, ambientato nello stesso universo di Until Dawn, ponendosi come suo prequel diretto.
In quanto prequel diretto il nostro consiglio è quello di giocare prima l’avventura di riferimento, in modo da godere appieno dell’ultima fatica Supermassive Games. Curiosi di scoprire se gli sviluppatori sono riusciti nella difficile impresa di creare un degno prequel di Until Dawn? scopritelo nella nostra recensione!
Horror virtuale
The Inpatient, come già accennato, è ambientato nello stesso universo di Until Dawn, ma, allo stesso tempo, si rivelerà un’avventura del tutto nuova rispetto quella vissuta in compagnia di Sam, Ashley, Chris ed il resto degli sventurati ragazzi. Il titolo infatti è ambientato nel 1952 e si svolgerà all’interno del Sanatorio di Blackwood, struttura già nota a chi ha giocato all’opera principale (qualcuno ha detto per caso minatori?). Il sanatorio era una clinica specializzata nella cura delle patologie mentali più gravi con a capo il dottor Jefferson Bragg. Ma non sempre le cose sono come sembrano e, dietro ad una facciata pulita e perfetta, la struttura nascondeva esperimenti disumani al limite della tortura.
Caschetto in testa e pad (o Move) alla mano ci si rende subito conto di quanto The Inpatient abbia in comune con Until Dawn. Avviata l’avventura ci ritroveremo nei panni di un povero malcapitato, privo di memoria, legato ad una sedia, in una stanza buia e spoglia dove avremo modo di incontrare il famigerato dottor Bragg, padre del Sanatorio Blackwood. In questa fase il dottore ci farà alcune domande, alle quali avremo modo di rispondere in modo diverso, a seconda della situazione.
Come già accadeva in Until Dawn, alcune scelte saranno fondamentali per plasmare, in un modo o nell’altro, il corso degli eventi futuri. Ritorna quindi anche in The Inpatient il famoso effetto farfalla, che vedrà il giocatore fare scelte che modificheranno pesantemente il corso della storia.
Io non ricordo nulla.. e forse è meglio così
Se da un lato abbiamo una struttura ludica rodata e consolidata, di contro, purtroppo, ci troviamo di fronte ad un titolo fortemente narrativo ma che non raggiunge assolutamente il livello e la qualità vista nel precedente Until Dawn.
Complice anche la sua breve durata (non impigherete infatti più di 2-3 ore a completare l’avventura) non ci soffermeremo molto sulla storia narrata in questo prequel, piuttosto ciò che non ci ha convinto è proprio il modo in cui essa viene raccontata.
La trama di The Inpatient infatti appare fin da subito poco chiara, volutamente abbozzata e certamente non indimenticabile. Gli avvenimenti che circondano il nostro personaggio si evolvono in modo lento e fin troppo prevedibile, facendo perdere ben presto interesse nel giocatore. Anche i semplici dialoghi con i vari NPC che incontreremo saranno spesso piatti e inconcludenti, incapaci di dare al giocatore quel senso di appagamento e tensione che Until Dawn o anche Hidden Agenda riuscivano a dare.
Alla fine dei conti The Inpatient, seppur bello da vedere, potrebbe tranquillamente finire nella categoria dei “walking simulator”. Poca, anzi pochissima interattività ambientale, che si può tradurre principalmente nello spingere porte o premere semplici bottoni. Carina invece la possibilità di interagire (poche volte, sia chiaro) con alcuni oggetti dello scenario, in modo da attivare alcuni “ricordi” che permettono di approfondire il background del proprio alter ego.
Effetto VR? Ni..
Per quanto riguarda il fattore VR I ragazzi di Supermassive Games sono riusciti a donare al titolo una buona immersività. Il sistema di controllo di The Inpatient lascia al giocatore la possibilità di scegliere tra il classico controller DualSchock 4 o l’uso dei due PlayStation Move, questi ultimi consigliati per rendere il tutto ancor più realistico ed immediato.
Nonostante i ritmi del gioco procedano lentamente il movimento libero della telecamera potrebbe causare evidenti problemi di motion sickness. Fortunatamente dalle impostazioni sarà possibile, come di consueto per i giochi VR, regolare a piacimento lo spostamento della visuale.
Chicca finale sono sicuramente i comandi vocali, aggiunta interessante e perfettamente funzionale che permette al giocatore di selezionare una delle varie risposte nei dialoghi con i vari NPC semplicemente leggendola. Trovata sicuramente geniale!
Bella la vista da Blackwood Pines
Se dal lato narrativo il gioco ci ha lasciato parecchio a desiderare, lo stesso non si può dire per il comparto tecnico, uno dei migliori presenti attualmente per il caschetto in realtà virtuale di Sony.
Nonostante le ambientazioni di The Inpatient siano spesso buie e tetre, la resa grafica generale è veramente ottima. La realizazione dei volti in particolare ci è sembrata la migliore mai vista sino ad ora PlayStation VR. Nonostane un livello grafico al top per la VR di casa Sony nel gioco è ampiamente presente un pesante effetto blur che molti giocatori potrebbero trovare veramente fastidioso.
Degno di nota anche il comparto audio del gioco. Ottimi sorpattutto i rumori ambientali tipici degli horror che prendono ancor più vita grazie all’effetto tridimensionale del suono. I rumori quindi riescono a confenzionare tutto sommato un’atmosfera angosciante e davvero raccapricciante, il tutto unito ad un doppiaggio, anche in italiano, veramente eccellente.
Commento Finale
Appare chiaro fin da subito come The Inpatient sia un esperimento riuscito a metà. Un notevole passo in avanti rispetto ad Until Dawn: Rush of Blood, ma nettamente inferiore rispetto al capitolo principale. I problemi sono tanti, forse troppi per quello che poteva (e doveva) essere un titolo di punta di PlayStation VR. Nulla da dire per quanto riguarda il comparto tecnico e sonoro (eccellente) ma purtroppo il titolo non ha rispettato le attese. La storia raccontata nel gioco appare fin troppo breve, priva di mordente e certamente non indimenticabile. Aggiungeteci pure il prezzo al quale viene venduto il prodotto (€39.99) e la frittata è fatta. Una vera occasione sprecata dagli sviluppatori, ma siamo sicuri che sapranno rimettersi subito in carreggiata, correggendo il tiro con la loro prossima opera.
Raijintek ci propone il suo nuovo modello a torre, tra stile e prestazioni
Se state assemblando il vostro computer e avete a disposizione un budget non infinito, il Dissipatore Raijintek LETOè probabilmente quello che state cercando. Si inserisce infatti in un ambiente sempre più competitivo, dove peraltro vi è la presenza ingombrante di un best come il Cooler Master Hyper 212 Evo, ma riesce ad ottenere un ottimo compromesso tra spesa, prestazioni e un tocco di classe, grazie alla propria ventola a LED.
Raijintek LETO è un modello a torre con 54 lamelle d’alluminio raffreddate da una ventola da 120mm e con 3 heatpipes da 8mm in rame a diretto contatto con la CPU. E’ compatibile con tutte le CPU moderne, compreso il recentissimo socket AM4 utilizzato dai processori Ryzen di AMD. Silenzioso, pratico, elegante e poco ingombrante, ci ha lasciato piacevolmente sorpresi dal momento di liberarlo dall’imballaggio alla fase di montaggio, per concludere con ottime impressioni anche sulla lunga distanza nell’utilizzo. Di seguito riportiamo le specifiche tecniche al completo.
Caratteristiche di Raijintek LETO
Nome del prodotto: LETO W / LETO R / LETO B Dimensioni: [W×D×H] 122×76×157 mm Peso: 570 g [Heat Sink Only] Resistenza termica: 0.13 °C/W
Heatsink:
Materiale della base: CPU Direct Contact [C.D.C.]
Materiale delle lamelle: lega di alluminio; Solder-less fins assembly
Heatpipes:
Diametro: Φ8mm
Quantità: 3
Ventola:
Dimensioni: [W×H×D] 120×120×25 mm
Voltage Rating: 12V
Starting Voltage: 7 V
Velocità: 800~1800 RPM [PWM controlled]
Motore: Sleeve Bearing
Portata: 67 CFM [Max.]
Pressione statica: 1.2 mmH2O [Max.]
Aspettativa di vita: 40,000 ore
Livello di rumorosità 29 dBA [Max.]
Connettori: 4 pin with PWM
LED 8pcs White / Red / Blue
Compatibilità:
Intel® All Socket LGA 775/115x/1366/201x CPU (Core™ i3 / i5 / i7 CPU)
AMD® All AM4/AM3+/AM3/AM2+/AM2/FM2+/FM2/FM1 CPU
Primo sguardo
Rainjintek LETO arriva a casa in una confezione compatta, che mette in bella mostra l’immagine del prodotto su tutta la superficie dell’imballaggio. Aperta la confezione salta subito all’occhio il pratico manuale (multi lingua, fortunatamente) molto chiaro nelle spiegazioni e che permette anche ai meno avvezzi di installare il dissipatore sul proprio socket.
Di seguito l’intero contenuto della confezione:
Stupisce da subito la dimensione del dissipatore, molto più piccolo di un Antec A40 Pro o del Pure Rock Slim, peraltro senza sacrificare nulla dal punto di vista dello stile. Certo, non avrà fronzoli o altro, ma il design nero lo rende estremamente “cattivo” ed adatto ad una configurazione gaming.
Il primo incontro è dunque all’insegna della funzionalità. La confenzione contiene tutto quanto è necessario alla installazione, compresa la pasta termica, ma stupisce un po’ la scarsezza di protezioni per l’unità radiante, al di fuori del semplice cartone della confezione. Nel nostro caso tuttavia, tutto è arrivato intatto e senza ammaccature o lamelle piegate.
Installazione rapida e indolore
Il montaggio è davvero semplice e alla portata di tutti, vi forniremo qualche dettaglio sulla nostra procedura basata su un processore Ryzen, dopo avervi ricordato che in dotazione la ditta ci fornisce anche due staffe aggiuntive per il montaggio di una seconda ventola, qualora la prima non fosse sufficiente.
Abbiamo agito in questo modo: dapprima abbiamo sfruttato un appoggio in plastica rigida, da collocare sul versante posteriore della scheda madre. Qui abbiamo inserito e avvitato le lunghe viti. I gommini vanno inseriti sui binari del dissipatore in modo tale da poterci poi appoggiare delicatamente la ventola, e quindi la staffa più lunga sul blocco dell’heatpipe. Nel complesso il LETO Raijiltek sembra già assolutamente solido dopo questi pochi passi, e anche se proviamo a scuoterlo un po’ non si smuove dal suo alloggio. Solo dopo averlo fissato completamente, però, abbiamo incastrato la ventola sugli appositi gommini, concludendo così la delicata operazione di montaggio.
Le istruzioni sono particolarmente chiare: seguitele per sapere sempre cosa fare senza timore di commettere errori gravi.
Una volta collegato tutto siamo pronti per le nostre prove, ma fa decisamente già una splendida impressione la bella colorazione con led bianchi della ventola, accentuata dalle lame in plastica trasparente utilizzate da Raijintek. Il leto è disponibile anche con led in colorazioni blu e rossa.
La nostra configurazione di prova
Nell’effettuare i test del dissipatore abbiamo sfruttato la seguente configurazione di prova, ottenendo risultati ottimali da praticamente tutti i punti di vista, soprattutto quella della rumorosità pressoché inesistente.
Sistema operativo: Windows 10 a 64 bit
Processore: Amd Ryzen 5 1600 – 3.2 GHz
Scheda video: EVGA GeForce GTX 1070 con 8 GB
Memoria: 16 GB di RAM
Dispersione del calore e test acustici
Di seguito i risultati ottenuti con Raijintek LETO dal punto di vista delle temperatura emessa dal dissipatore e della sua rumorosità. Abbiamo introdotto un semplice confronto con alcuni prodotti simili, in modo che le sue funzionalità risultassero più evidenti.
Commento Finale
Probabilmente lo avrete già capito da soli, ma repetita iuvant: Raijintek Leto è sicuramente uno dei dissipatori economici più interessanti al momento in circolazione nella sua fascia di prezzo (circa 30 euro) in virtù di due fattori. Il primo: le prestazioni sono ottimali, come vi abbiamo illustrato nei grafici e con un eccellente rapporto prestazioni/rumore. Il secondo: abbiamo tra le mani un prodotto compatibile con tutti i tipi di socket sul mercato, fattore che ne aumenta considerevolmente la longevità. Ci sentiamo pertanto di consigliarlo e per questo gli abbiamo assegnato il nostro silver award.
Almeno una volta la natura di un videogioco riesce a disorientare anche il recensore più abile. Prendiamo ad esempio Digimon Story: Cyber Sleuth – Hacker’s Memory. Il nome interminabile mette in guardia, con quel trattino: bisogna concentrare l’attenzione su Hacker’s Memory. Perché? Perché un Digimon Story: Cyber Sleuth lo abbiamo già visto. E non è stato neanche troppo tempo fa: si trattava dei primi mesi del 2016.
Quindi, direte voi, questo qui è il sequel del primo capitolo. E ci sentiremmo anche di darvi ragione, ma soltanto in parte. Perché in realtà la questione è più complessa: Digimon Story: Cyber Sleuth – Hacker’s Memory è effettivamente il seguito del primo Cyber Sleuth, ma si ambienta all’interno dello stesso mondo, ne condivide i personaggi, e semplicemente presenta alcuni degli avvenimenti sotto un altro punto di vista.
Il termine dell’avventura di Hacker’s Memory in parte precede e in parte segue l’epilogo del primo Cyber Sleuth. Insomma, a volte è un sequel, a volte è un mid-quel.
Ma l’unica cosa davvero importante da sapere è che ci troviamo praticamente di fronte a un copia incolla pari pari del primo episodio del franchise (purtroppo). Lato positivo: anche se non avete mai giocato il primo Digimon Story, con questo qui andrete subito d’amore e d’accordo. Secondo lato positivo: tutti i pregi del primo capitolo vengono riproposti nel secondo. E vediamo i motivi.
Hackeropoli
Digimon Story: Cyber Sleuth – Hacker’s Memory si ambienta in un Giappone futuristico, così futuristico che ormai il mondo reale è fuori moda: molto meglio mettersi un visore in faccia e trasmigrare in un mondo virtuale, un po’ freddo ma comunque accogliente. Sebbene sia vuoto, in EDEN si può vivere un’esistenza parallela in cui nessuno può dirci chi o cosa dobbiamo essere, nè cosa dovremmo fare.
I problemi sono essenzialmente due. Primo: da qualche tempo, in EDEN sono anche comparse misteriose creature chiamate Digimon, di cui nessuno sa nulla (da dove vengono, chi le abbia create, e via dicendo). Secondo: EDEN è pericoloso al pari del mondo reale, dal momento che pericolosi hacker ne mettono costantemente in dubbio la sicurezza. E possono anche rubare gli account delle persone, che si ritrovano private della propria identità anche nel mondo reale. E questo non va tanto bene.
Il nostro protagonista ha proprio avuto questa sfortuna: un hacker gli ha sottratto l’identità e agli occhi del mondo reale è ora visto come un criminale, colpevole di un crimine che non ha mai commesso e impossibilitato a difendersi. In un climax di eventi più o meno prevedibili, seguiremo le sue gesta assieme a un gruppo di internauti votati al bene, gli Hudie, mentre tanti misteri vengono svelati anche sull’origine e l’identità dei Digimon. Chi si cela dietro la malavita di EDEN?
RPG con i Digimon: promosso
Al pari del predecessore, Digimon Story: Cyber Sleuth – Hacker’s Memory è un solido RPG a tema Digimon. Il suo equilibrio si basa tutto tra la sinergia di enormi, lunghe, estenuanti sessioni narrative alternate ai combattimenti. Le prime non sono nulla di originale: semplicemente personaggi più o meno ben caratterizzati si esibiscono nei classici siparietti orientali, mascherati da temi un po’ più moderni legati al mondo digitale, virtuale e della gioventù borderline online. Potreste tranquillamente saltare tutti i dialoghi: perdereste buona metà del gioco e non capireste nulla, ma se voleste solo far combattere i Digimon vi capiremmo.
Va molto meglio con il combat system in sè, invece. La strategia è quella del combattimento a turni, in ogni scontro schieriamo dalla nostra parte tre dei nostri Digimon presenti nel party (massimo 12), contro tre mostri avversari. Il sistema è palesemente ispirato a quello che ha reso famosi i Pokémon.
Ogni Digimon possiede debolezze e resistente contro altri “tipi” in cui rientrano gli esemplari della loro specie. Ogni Digimon si trasforma, evolvendosi o tornando agli stadi principali, secondo percorsi particolarmente intricati. Imparano nuove mosse, nuove abilità, salgono di livello e possono essere accuditi con degli strumenti che ci portiamo dietro in una borsa digitale. C’è persino uno strumento simile al Pokédex per catalogarli e leggere in ogni momento la loro descrizione.
Non mancano meccaniche peculiari, che Digimon Story: Cyber Sleuth – Hacker’s Memory ha da offrire. Per esempio le combo realizzare da Digimon che attaccano contemporaneamente l’avversario, dopo che sono state “caricate” durante lo scontro. Realizzabili, tra l’altro, solo se il livello di compatibilità tra di loro è quello giusto (dipende dagli attributi, dagli esemplari e da molto altro ancora). Nel complesso il sistema è facile da gestire e apprendere, ma sa anche dare parecchie soddisfazioni. Se volete il computer e l’IA possono lottare al posto vostro. Ma a quel punto, se tra l’altro avete anche saltato i dialoghi, che state giocando a fare?
Piccoli difetti
Alcune piccole carenze impediscono a Digimon Story: Cyber Sleuth – Hacker’s Memory di raggiungere una votazione ancora più elevata di quanto gli abbiamo attribuito. I dungeon del mondo di gioco sono striminziti, e non ci sentiamo di definire che la loro sia una “esplorazione”. “Passeggiata a caso” va più che bene. I modelli poligonali sono un po’ spigolosi, e soltanto quelli dei Digimon e dei personaggi principali appaiono sufficienti. Grafica e comparto tecnico in generale, poi, sono quelli di un titolo per PlayStation 3, e poche storie. Probabilmente perchè il titolo, al pari del predecessore, è stato sviluppato in parallelo su PlayStation Vita.
Ma il vero problema di fondo ci riporta all’inizio della nostra recensione: Digimon Story: Cyber Sleuth – Hacker’s Memory è un copia incolla del primo capitolo della serie. Se l’avete già giocato a suo tempo, quasi tutto saprà di già visto. I Digimon completamente nuovi sono meno di un centinaio, e la trama da sola non basta a giustificare un’altro produzione venduta a prezzo pieno.
Commento Finale
A conti fatti la questione è molto semplice: avete già giocato il primo Cyber Sleuth? Se sì, ponderate bene l’acquisto del secondo capitolo. Ma se amate i Digimon alla follia e volete proseguire lungo la strada di un brand tutto sommato capace di dare soddisfazioni, dovreste comunque acquistare anche Digimon Story: Cyber Sleuth – Hacker’s Memory. Se invece non avete giocato il primo capitolo, fiondatevi direttamente sul nuovo. Perchè ha più digimon, più cose da fare, e via dicendo. Un more of the same: ma con sostanza.
Dopo Doom, già disponibile su Nintendo Switch, uno dei titoli terze parti più attesi è sicuramente Wolfenstein II: The New Colossus.
Proprio oggi, come riporta Mynintendonews, Bethesda, tramite Twitter ha confermato che Panic Button è al lavoro sul porting di Wolfenstein II The New Colossus su Nintendo Switch.